L'alpinista valdostano ha aperto vie dal Cervino al Monte Bianco, dalla Patagonia alla Cina. Oggi, in cima a montagne che cambiano, con condizioni sempre più complesse per chi le frequenta, propone un cambio di atteggiamento e la scelta di un nuovo "alpinismo territoriale".
Sci pellati, piumino chiuso fino a sotto al mento, guanti infilati e già avvolti attorno all’impugnatura dei bastoncini. Il sole splende alto in cielo e fa brillare la neve fresca caduta nella notte, aprendo un orizzonte limpido da cui si arriva a scorgere l’Adamello, la vetta principale delle Alpi Retiche meridionali in provincia di Brescia. Hervé Barmasse è pronto per una gita di sci alpinismo con partenza dal Rifugio Albani, ai piedi della Presolana, fino al Rifugio Chalet dell’Aquila, in cima alle piste del comprensorio sciistico di Colere in Val di Scalve, nelle Prealpi Orobie a pochi chilometri da Bergamo. Una gita semplice, per lui che è un alpinista figlio di una generazione di alpinisti, guida alpina del Cervino dal 2000 e istruttore delle guide alpine dal 2007, con in curriculum l’apertura di nuove vie tra Cervino, Monte Bianco, Monte Rosa e anche lontano, dalla Patagonia al Pakistan e alla Cina. Il 19 ottobre 2025 è salito in stile alpino sull’inviolata parete sud del Numbur Peak, una vetta di 6958 metri in Nepal insieme a Felix Berg e Adam Bieleki.
Il progetto in corso tra le montagne bergamasche però ha un altro obiettivo: raccontare la connessione tra città e montagna, la lentezza di una spedizione poco esotica quanto introspettiva, tra quelle vette che circondano aree densamente abitate quanto poco celebrate da un punto di vista esplorativo e alpinistico. Si tratta dell’iniziativa Mountains of Milano, pensata da Vibram, azienda fondata da Vitale Bramani, alpinista e imprenditore che tra quei versanti è cresciuto e ha compiuto molte delle sue imprese per mettere a punto, nel 1936, le “suole a carrarmato” che, dice Barmasse, «hanno contribuito a potenziare le capacità degli alpinisti, ci hanno permesso di arrivare su pareti che non riuscivamo a raggiungere con le suole in pelle che chi si allenava per raggiungere le cime più alte, prima, possedeva».
Mountains of Milano è una rassegna di eventi tra la città-baricentro delle Olimpiadi invernali di quest’anno e le creste che la circondano, con proiezioni, mostre ed escursioni, di cui questa è stata la più impegnativa. Partendo dalla Colere Ski Area 2000, l’alpinista valdostano e tre guide alpine locali hanno accompagnato una due giorni dedicata alla prevenzione del rischio e alla gestione delle emergenze, con un laboratorio sull’uso di pala, artva e sonda (l’attrezzatura di sicurezza che uno skialper deve sempre avere con sé) per simulare la ricerca di travolti dalle valanghe, e alla pratica dello sci alpinismo tra Cima Bianca e la Presolana, dove Bramani ha aperto diverse vie.
È irrilevante essere un professionista o un neofita, se un incidente si verifica per la prima volta nessuno può essere pronto. Ciò che deve cambiare è l’atteggiamento.
Nel secolo scorso abbiamo cambiato il modo di approcciarsi a montagne e pareti rocciose. Ma oggi vette, distese di neve e ghiaccio sono in trasformazione. Lo capiamo da tutti gli incidenti di cui leggiamo notizia. Dobbiamo trovare un nuovo modo per frequentarle?
La montagna si sta trasformando molto velocemente a causa dei cambiamenti climatici, lasciando dietro di sé pericoli rispetto ai quali non abbiamo ancora una casistica sufficiente che consenta agli alpinisti di adattarsi. Uno di questi, purtroppo, sono i crolli improvvisi: vediamo sempre più frane nelle Alpi orientali, ma anche in molte altre montagne. Ed è una cosa che fino a pochi anni fa non si verificava. Quando rimane molto alto, lo zero termico riesce a influire sulla stabilità del terreno perché il calore si sposta dalla superficie delle rocce all’interno della montagna, sciogliendo gli strati di permafrost e generando crolli spesso complessi da prevedere. Sappiamo che quando le temperature sono elevate per diversi giorni è meglio evitare certe esposizioni, però capita che la natura ci sorprenda. Ed è irrilevante essere un professionista o un neofita, se un evento si verifica per la prima volta nessuno può essere pronto. Ciò che deve cambiare è l’atteggiamento. Bisogna accettare che possono accadere cose imprevedibili ma, insieme, aumentare l’attenzione. Serve ascoltare la montagna che insegna prudenza e rispetto, e mettere questo di fronte all’idea della sfida della cima, di fronte all’ego smisurato che è l’unica cosa più alta dell’Everest.
Qual è il confine tra l’esplorazione, la conoscenza di un luogo lontano, di un ghiacciaio, di una vetta, e l’invasione di un posto in cui noi umani non dovremmo stare?
Ci sono due aspetti differenti. Da un lato l’atteggiamento che chiamiamo “sportivo”, quello dello scalatore che desidera scalare, attraversare un ghiacciaio. Dall’altro la sensibilità verso un mondo cambiato, uno sguardo rivolto alla montagna (e non solo) che non vede più questi posti come territori di gioco ma, per esempio, riserve di acqua. Se osservo il ghiacciaio del Monte Rosa posso voler camminare, da sportivo, fino alla Capanna Margherita – per citare un limite raggiungibile da molte persone – e allo stesso tempo posso osservare ciò che sta capitando alla montagna, valutare le conseguenze dei cambiamenti climatici in questo ambiente e ragionare sugli effetti che possono avere sulla salute umana. Perché se si ammala la natura (e in questo caso la montagna viene danneggiata), le conseguenze ricadono anche sulla nostra salute. Questo è il campanello di allarme a cui dobbiamo prestare attenzione. In pochi vogliono farlo… la montagna resterà sempre libera, con o senza ghiacciai, siamo noi che dovremo fare i conti, per esempio, con l’assenza di acqua: è un bene essenziale che in alcuni territori già manca e che può compromettere l’intera esistenza dell’essere umano.
Tempo fa sono stato nel Corno d’Africa, ai piedi del monte Kenya, dove la vegetazione cresce rigogliosa. Ma poco più a nord ci sono aree dove le persone devono sopravvivere a stagioni che da secche sono divenute completamente siccitose, dove la salute è strettamente correlata alla natura, dove la sopravvivenza è legata a doppio filo al benessere del bestiame. E, se muore di sete il bestiame, a farne le spese sono interi villaggi. A quel punto il modo più semplice per recuperare altro bestiame è dare in sposa le bambine. Dai cambiamenti climatici si passa velocemente alla disuguaglianza di genere. È un esempio geograficamente lontano da noi, ma, forse più in piccolo, vediamo le conseguenze anche vicino a casa nostra.
Hervé Barmasse durante l’esperienza di Mountains of Milano organizzata da Vibram.
Poche settimane fa è uscito un paper su «Nature» secondo cui entro il 2050 i Paesi del mondo che potranno ospitare le Olimpiadi invernali dimezzerà. C’è qualcosa che possiamo ancora fare?
Il problema, secondo me, non sono né le Olimpiadi (che probabilmente dovranno essere riviste), né lo sport stesso, ma i messaggi che nel tempo sono stati lanciati, e la causa è sempre a monte – e di natura politica. Le Olimpiadi dovranno continuare a esserci, ma dovranno essere realmente diffuse, non legate a una sola nazione ma a località che possono permettersi di ospitare gare specifiche. Continuiamo a parlare dei problemi ma non abbiamo ancora applicato delle contromisure o degli atteggiamenti positivi. Siamo ancora fossilizzati su una normalità di decine di anni fa, e il dibattito è bloccato su argomenti che sentiamo da tempo. Non c’è crescita culturale, cognitiva, sociale e non ci sono soluzioni concrete. Inoltre, dobbiamo fare attenzione a parlare di sostenibilità legata al mondo invernale se decidiamo di prendere l’auto e andare a sciare ogni weekend… Chi è che deve rinunciare a qualcosa?
Certo, è tutto correlato.
Posso essere la persona più rispettosa del mondo, ma sono disposto a rinunciare alle mie attività se vivo lontano dalle montagne? E le montagne devono diventare esclusiva di chi ci abita o di chi potrà permettersele in futuro? Occorre parlare prima di tutto di equità sociale, la sfida più grande alla quale nessuno ha mai voluto provvedere davvero. Su una montagna più equa potrebbe non guadagnarci nessuno o potrebbero guadagnarci tutti. Siamo abituati a pensare che la grande ricompensa delle nostre competenze passi attraverso il denaro, ma, con una mentalità più “filosofica”, potremmo scoprire che le nostre competenze e il nostro sapere possono anche passare attraverso un riconoscimento emozionale. Per me potrebbe essere il sorriso di mia figlia, in un certo senso stiamo parlando di qualcosa che per qualcuno è nulla e per qualcun altro può avere un significato enorme.
Comunque abbiamo degli obiettivi di sostenibilità da raggiungere.
In questo momento la società è fatta di contrasti estremi, non abbiamo scale di valori da seguire né vie di mezzo, ma un sì o un no in tutto. E questo porta all’assenza di una mediazione corretta: non si può passare da “inquino 10” a “inquino zero”, servono accordi su piccoli passi. E così vale per le Olimpiadi e gli sport invernali: si tratta di momenti di aggregazione sociale, occasioni in cui i popoli si incontrano e fanno insieme qualcosa.
Lo sport può essere di insegnamento?
L’obiettivo non è agonistico, ma sociale, culturale, e lo sport in questo potrebbe fare da elemento di sensibilizzazione. Noi alpinisti non facciamo tanto meglio, con spedizioni in aree remote del mondo. Se vado in Himalaya, in Patagonia, in Alaska e programmo quattro o cinque spedizioni in un anno, prendo aerei, sposto attrezzatura e persone: non posso ritenermi un difensore delle montagne. Io ho scelto di rinunciare alla maggior parte dei progetti oltre confine, in generale però la comunità alpinistica non rinuncia a molto. Anche perché, chiediamoci, gli sponsor premiano di più chi va sull’Himalaya o chi va sulla Presanella? C’è un sistema intero che deve cambiare, le aziende devono essere più lungimiranti e sostenere chi dimostra un atteggiamento diverso.
Hervé Barmasse poco distante dal rifugio Albani ai piedi della Presolana.
Quanto dell’amore che hai per la montagna viene dalla tua famiglia di alpinisti? Anche la tua sensibilità sociale e ambientale viene da lì?
In verità io non volevo fare lo scalatore, sognavo di partecipare alle Olimpiadi. Lo sci alpino sembrava essere il mio futuro, poi ho avuto un incidente. Lo sci di oggi pone questioni anche sull’attrezzatura, sul materiale e sulle velocità… E allora sono tornato alla montagna, non per scendere ma per salire. L’influenza di mio padre, mio nonno e del mio bisnonno ha fatto sì che guardassi alla montagna attraverso i valori che mi hanno trasmesso. Non solo quelli legati alla vita di montanaro o dello scalatore, ma anche attraverso una cultura generale di chi, come i miei nonni, insegnava nelle scuole e lottava per la giustizia.
Qualche mese fa in cima al Cervino hai portato la bandiera della Palestina. Per te è stato come portarla a casa?
Per me ha significato ancora di più di quanto immaginavo. La montagna e l’alpinismo non possono rimanere estranei dalle grandi questioni che riguardano l’umanità. Il rischio è che se permettiamo che certe cose accadano, dobbiamo fare attenzione: il carnefice e la vittima possono interscambiarsi molto velocemente. Se non siamo in grado di difendere persone come noi, allora non siamo in grado di difendere noi stessi. È stato un gesto istintivo, per certi versi anche difficile, perché sapevo che avrebbe generato forti contrasti. Ma spesso è proprio questo che serve: spingere le persone a riflettere su ciò che è giusto e su ciò che non lo è. Bisogna esporsi. E mi spiace dirlo ma non ho visto alcuna reazione da parte della maggior parte degli alpinisti più noti.
L’anno scorso hai scelto di progettare una sola esperienza all’estero. Come è stato?
La via nuova aperta in stile alpino al Numbur Peak (6958 metri) è stata un’esperienza molto importante, più difficile e complicata del previsto. Abbiamo dovuto improvvisare un bivacco d’emergenza a 6900 metri, senza sacco a pelo né tenda, con temperature di 25 gradi sotto-zero e raffiche di vento fino a 60 chilometri all’ora. È stato estremamente faticoso. Una prova di resilienza anche perché, durante l’ascensione, sono stato colpito da una scarica di sassi. Penso che non siano importanti solo le esperienze all’estero, cerco sempre di vivere l’avventura anche attraverso un alpinismo territoriale. Come è stato durante la traversata integrale delle vette del Gran Sasso in solitaria e invernale.
Era la prima volta che il massiccio abruzzese veniva attraversato in solitaria e in inverno.
In Italia siamo fortunati perché abbiamo le Alpi e gli Appennini. Ci sono montagne in ogni regione, possiamo addirittura sciare sui vulcani, come ad esempio sull’Etna. Ovviamente, parlare di esperienze alpinistiche sul Cervino, sul Monte Bianco, delle Tre Cime di Lavaredo è più semplice, perché sono montagne famose. Ma se si vuole cercare una nuova esperienza bisogna guardare ad altre cime che attraggono meno persone. Lì si possono provare nuove emozioni e rimanere isolati per più giorni. L’avventura non è scalare qualcosa di veramente duro, ma andare in un posto dove non senti di essere pienamente a tuo agio, un posto dove non sei certo di riuscire a raggiungere il tuo obiettivo e, in caso d’emergenza, ricevere aiuto è difficile. Un posto dove bisogna usare l’intelligenza, il cuore, l’esperienza e non solo i muscoli.
Gli skialper in salita con gli sci pellati verso Cima Bianca.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho un progetto per giugno di cui per ora non ho certezze perché, appunto, la maggior parte degli sponsor guarda sempre al di là dei confini. Sto cercando di far quadrare i costi di logistica e di testimonianza, perché sarà un progetto che parla della bellezza del nostro territorio. E poi avrò un viaggio ancora in Himalaya, ma non ho ancora deciso la data di partenza. Poi tornerò nuovamente a quota 8.000, nel mio stile, fuori dalle rotte comuni.
L’immagine di copertina è di Luca Parisse.