Secondo una certa narrazione, la caccia sportiva concorrerebbe alla tutela della biodiversità. Eppure, ad ascoltare gli scienziati e lo stesso ente tecnico dello Stato, l'uccisione degli animali selvatici può addirittura generare malattie e favorire il bracconaggio.
Il 17 giugno scorso, in aula al Senato, una delle relatrici del disegno di legge sulla caccia per la modifica della 157/1992 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), si lascia sfuggire “fauna omeopatica”. Un refuso che può capitare, certo, ma che lascia trasparire con sottile ironia quanto chi rappresenta il popolo spesso si trova a legiferare su materie a lui sconosciute. E quando si tratta di uno dei beni sanciti anche dalla Costituzione (vedi art. 9), il sorriso certo si accenna, ma è velato di disincanto.
Ma il lapsus, in fondo, è la parte meno grave. Il 23 giugno, infatti, il ddl 1552 (ribattezzato dai critici “ddl sparatutto”) ha ottenuto il via libera del Senato con 80 sì, 56 no e due astenuti. Il testo è ora alla Camera (atto C.2984), e ha già ricevuto numerosi emendamenti anche da parte della maggioranza stessa. Il Movimento 5 Stelle ne ha depositato un milione, Alleanza Verdi e Sinistra un migliaio.
Ma mentre questi mirano sostanzialmente a fare ostruzionismo, gli unici di sostanza resterebbero i quattordici presentati da Forza Italia, partito di maggioranza, a firma delle deputate Rita Dalla Chiesa e Deborah Bergamini che propongono di restringere aree e periodi di caccia, inasprire le sanzioni e, soprattutto, cancellare la riapertura dei richiami vivi, sostituendola con un divieto di cattura e allevamento dal 2028. Una spaccatura interna alla maggioranza che però non basta: senza un voto compatto dei 53 deputati di Forza Italia, i numeri restano a favore della linea di Fratelli d’Italia e Lega. La cosa che più colpisce, però, è che nelle ultime settimane si è consumato qualcosa di raro nel dibattito pubblico italiano: la comunità scientifica, le associazioni ambientaliste e da ultimo l’ente tecnico dello Stato, hanno risposto punto per punto, con dati alla mano, mostrando quanto le modifiche di una delle leggi fondamentali per la protezione della biodiversità, nel nostro paese, sarebbe deleteria.
Per capire quanto sia radicato questo mito, basta guardare cosa pubblica lo stesso mondo venatorio: a inizio agosto Federcaccia celebra i “laghi da caccia” come “gioielli di biodiversità”, mostrando foto di pulcini di cavaliere d’Italia nati in un appostamento e stormi di limicoli in un laghetto tenuto allagato tutto l’anno. Tutto incantevole, peccato che dimentica di specificare cosa succederà a quegli stessi uccelli quando, tra qualche settimana, l’appostamento smetterà di essere un santuario e tornerà a essere quello per cui è stato pensato: un punto per sparare.
Sul concetto, quantomeno forzato, di caccia come strumento di conservazione ne avevamo già parlato in un altro articolo di qualche tempo fa, ma a fine giugno anche l’Associazione Teriologica Italiana (ATIt), società scientifica che riunisce ricercatori e docenti universitari specializzati in mammiferi (parte della fauna omeoterma), ha pubblicato un documento di osservazioni di sedici pagine, con tanto di bibliografia, chiedendo di sospendere l’iter del ddl e riaprire il confronto con ISPRA e con il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale (CTFVN).
Con la selezione naturale i predatori selvatici colpiscono in prevalenza gli individui deboli, malati o giovani. Il prelievo venatorio, al contrario, tende a colpire soprattutto individui adulti e sani, spesso i riproduttori più efficienti, con effetti che possono alterare la struttura delle popolazioni e la loro variabilità genetica.
Il cuore dell’argomentazione riguarda l’affermazione, centrale nel nuovo testo, secondo cui la caccia sportiva concorrerebbe alla tutela della biodiversità, trasformando di fatto l’attività venatoria in uno “strumento biologico di conservazione della biodiversità”. Ma l’ATIt spiega che questa clausola è priva di fondamento scientifico: la caccia non riproduce i meccanismi della selezione naturale, che nei predatori selvatici colpiscono in prevalenza gli individui deboli, malati o giovani. Il prelievo venatorio, al contrario, tende a colpire soprattutto individui adulti e sani, spesso i riproduttori più efficienti, con effetti che possono alterare la struttura delle popolazioni e la loro variabilità genetica.
A questo si aggiungono gli effetti non letali sulle specie non bersaglio, ovvero “maggiore vigilanza, minore tempo dedicato all’alimentazione, dispendio energetico più alto”, e destinati ad aggravarsi con l’estensione della caccia alle ore notturne, resa possibile dal ddl attraverso l’uso di visori ottici e termici. Interessante poi il punto dedicato al cinghiale, specie chiaramente problematica ma che per questo andrebbe gestita con oculatezza: in questo caso il disturbo ripetuto della caccia può disgregare i gruppi sociali, spingendo gli animali a formare e sciogliere continuamente aggregazioni diverse. Fenomeno che, paradossalmente, favorisce la diffusione di malattie tra gli individui.
Per sostenere la propria posizione, l’ATIt richiama anche il lavoro di Artelle e colleghi pubblicato su Science Advances nel 2018, che ha analizzato 667 sistemi di gestione venatoria negli Stati Uniti e in Canada, evidenziando il ruolo centrale di quattro elementi: obiettivi misurabili, evidenze scientifiche, trasparenza e revisione indipendente. I risultati sono piuttosto chiari. Secondo gli autori, il 60 per cento dei sistemi esaminati non soddisfaceva nemmeno la metà dei criteri, mentre la presenza di una revisione scientifica indipendente risultava il principale indicatore della qualità complessiva della gestione. Lo studio osserva inoltre che gli ostacoli all’adozione di standard scientifici sono spesso di natura politico-istituzionale e richiama il rischio, noto in letteratura come agency capture, che le decisioni dell’autorità pubblica finiscano per riflettere gli interessi dei soggetti regolati anziché dell’interesse collettivo.
Una riflessione che assume un peso particolare, se letta nella giusta prospettiva, dato che diverse delle modifiche previste dal ddl incidono proprio sul ruolo degli organismi tecnico-scientifici chiamati a supportare le decisioni pubbliche.
Tra le riaperture più contestate del ddl, c’è quella della cattura di uccelli selvatici da destinare all’uso di richiami vivi. Una pratica da anni contestata sia sul piano etico sia su quello conservazionistico, che rischia di diventare carburante per il bracconaggio. Non è un’ipotesi remota: lo dimostrano i numeri della più recente Operazione “Pettirosso”, condotta ogni autunno dal Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei carabinieri lungo le rotte migratorie delle Prealpi lombardo-venete. Nell’edizione 2025, i carabinieri hanno denunciato 135 persone e sequestrato 2467 uccelli tra vivi e morti, 1110 dispositivi illegali di caccia (trappole, reti, richiami acustici vietati), 135 armi da fuoco e oltre 13.000 munizioni.
Più di 1500 esemplari abbattuti illegalmente erano destinati al consumo o al commercio clandestino nel circuito della ristorazione; la maggior parte degli uccelli vivi sequestrati era priva di anelli identificativi o li aveva manomessi. Segno che dietro il mercato dei “richiami vivi” si muove un flusso di volatili catturati illegalmente in natura, poi rivenduti come se fossero nati in cattività. Riaprire per legge la cattura di uccelli a questo scopo, in un contesto in cui i controlli faticano già a intercettare il mercato clandestino, significa offrire una copertura normativa proprio a quella zona grigia che le forze dell’ordine cercano di contrastare.
Mentre la comunità scientifica, con una lettera aperta guidata dal premio Nobel Giorgio Parisi, chiede che il nuovo direttore rispetti l’articolo 8 della legge 132/2016 (competenza tecnico-scientifica comprovata, indipendenza da condizionamenti politici), il 30 luglio il CdA nomina Fabrizio Penna, un funzionario, non un tecnico ambientale.
Il 14 luglio, in Commissione Agricoltura alla Camera, è arrivata l’audizione di ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).
È curioso, o forse quasi sarcastico, che il 14 luglio i tecnici abbiano risposto punto per punto in audizione: tecnici di un ente che negli ultimi mesi il governo ha lavorato per rendere più duttile. A fine dicembre 2025 infatti il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin propose come nuova presidente di ISPRA Maria Alessandra Gallone, ex senatrice di Forza Italia dal percorso professionale non certamente collegato a tematiche ambientali e scientifiche. E, cosa che ha fatto trasalire gran parte del mondo accademico, è che si tratta della prima volta nella storia dell’Istituto che la guida va a una figura esplicitamente politica. In audizione, la capogruppo PD alla Camera Chiara Braga lo dice senza giri di parole: “Questa nomina rompe l’approccio con cui si è scelto nei precedenti mandati la figura del presidente Ispra, cioè una figura terza dalla politica”. Non è un dettaglio da poco: secondo quanto sostenuto da AVS, il governo aveva già più volte tentato di sottrarre all’Istituto le competenze sui pareri scientifici sulla protezione della fauna selvatica.
Pochi mesi dopo però tocca alla direzione generale. Mentre la comunità scientifica, con una lettera aperta guidata dal premio Nobel Giorgio Parisi, chiede che il nuovo direttore rispetti l’articolo 8 della legge 132/2016 (competenza tecnico-scientifica comprovata, indipendenza da condizionamenti politici), il 30 luglio il CdA nomina Fabrizio Penna: laureato in giurisprudenza, fino ad allora capo del dipartimento Pnrr del ministero dell’Ambiente. Un funzionario dunque, non un tecnico ambientale. Eppure, nonostante tutto, il 14 luglio ISPRA in audizione fa il suo lavoro.
Certo non si tratta di una bocciatura tout court, ma di un documento tecnico ben strutturato: l’Istituto parte riconoscendo che un’attività venatoria correttamente pianificata è compatibile con la conservazione della natura, richiamando la Carta Europea su Caccia e Biodiversità del 2007 (Convenzione di Berna, FACE, IUCN). Su diversi articoli del ddl, come ad esempio all’art. 2 comma 3 sulla gestione delle specie selvatiche negli aeroporti, si esprime con “tecnicamente condivisibile”, mentre per le modifiche introdotte all’art. 12, che superano il concetto di esclusività delle forme di caccia, le definisce “accettabili”. E proprio per questo le criticità che solleva, puntuali articolo per articolo, pesano di più.
Il nodo più citato riguarda l’articolo 18: a fronte dell’ampliamento delle specie cacciabili, ISPRA nota che nessuna modifica prevede l’esclusione di specie già in stato di conservazione sfavorevole, come la pernice bianca o l’allodola. Lo stesso articolo, al comma 2, rende meramente consultivo (da vincolante che era) il parere ISPRA sull’estensione della caccia alle specie migratrici oltre la prima decade di febbraio: questo è un cambiamento (ampiamente criticato anche dalla parte ambientalista) che rischia di collidere con la Direttiva Uccelli, la quale esclude il prelievo venatorio durante la migrazione prenuziale e la riproduzione.
Ancora più netta la nota sull’articolo 10, che trasforma il 30 per cento di territorio minimo sottratto alla caccia in una soglia massima: se una Regione la supera, i ministeri competenti potranno riaprire territori al prelievo, mentre l’Europa chiede di proteggere almeno il 30 per cento del territorio entro il 2030. Proteggere evidentemente anche dalla caccia.
A rincarare la dose, il 23 luglio è arrivato anche il documento della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, ovvero degli enti che quella legge dovrebbero applicarla sul campo. Dietro le formule diplomatiche, le osservazioni coincidono quasi punto per punto con quelle di ISPRA, e ne aggiungono una piuttosto pesante: la caccia al cinghiale in braccata su terreno innevato viene giudicata un “grave pericolo per la piccola fauna stanziale”, perché la neve azzera le possibilità di fuga e può trasformare l’attività in abbattimenti indiscriminati, evidenziando come questa azzeri “le possibilità di fuga degli animali, traducendosi in abbattimenti indiscriminati e non selettivi”.
Tecnicamente vero: non esiste un atto formale di bocciatura da parte della Commissione europea, ma è guardare il dito indicando la Luna: la verità è che esiste una procedura d’infrazione contro il nostro Paese, cosa diversa certo, ma che non cambia la sostanza della posizione europea.
Va detto che il fronte venatorio non è rimasto certo a guardare. Già il 19 giugno, alla vigilia del voto al Senato, la Cabina di regia del mondo venatorio (che riunisce le associazioni nazionali riconosciute) ha pubblicato una lunga lista di “falso che” per rispondere punto per punto alle critiche. Una in particolare è sostanzialmente errata, ovvero: “È falso che la Commissione europea abbia bocciato la riforma.” Tecnicamente vero: non esiste un atto formale di bocciatura, ma è guardare il dito indicando la Luna: la verità è che esiste una procedura d’infrazione contro il nostro Paese, cosa diversa certo, ma che non cambia la sostanza della posizione europea.
Senza contare la lettera ufficiale della Commissione europea, inviata già a dicembre 2025 al governo italiano e resa pubblica solo a maggio da WWF insieme ad altre cinque associazioni (ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU-BirdLife), che evidenziava gravi violazioni delle Direttive Uccelli e Habitat, che riguardano l’ossatura stessa del ddl tra cui: estensione della caccia fuori stagione; indebolimento del parere scientifico di ISPRA; uso di visori ottici; liberalizzazione dei richiami vivi con rischi concreti di bracconaggio e traffici illegali. Lo stesso vale per “è falso che la riforma cancelli il ruolo di ISPRA”: formalmente l’Istituto resta un riferimento tecnico, ma il suo parere passa da vincolante a consultivo proprio nei punti più delicati del calendario venatorio. Non è una cancellazione. È una riduzione di poteri.
C’è poi la questione “piombo” sollevata anche da Ispra: il 7 febbraio 2024 la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia, inviando una lettera di costituzione in mora per la mancata conformità della normativa italiana anche al regolamento REACH sul piombo nelle munizioni, così come modificato nel 2021: la norma vieta l’uso di cartucce al piombo dentro e in prossimità delle zone umide, proprio per proteggere gli uccelli acquatici, l’ambiente e la salute umana dalla contaminazione di un metallo pesante che si accumula nei sedimenti e nella catena alimentare. Il tema non è solo normativo, è anche tossicologico e riguarda la salute collettiva.
Un mostra “Il veleno dopo lo sparo”, ospitata da Bergamo a Cremona fino al Museo di Storia Naturale di Milano, racconta proprio questo paradosso: il piombo è ormai bandito da benzine, giocattoli, vernici, tubature, ceramiche e da qualsiasi materiale a contatto con gli alimenti, ma resta ampiamente in uso nelle munizioni da caccia. Ogni anno, nell’Unione europea, l’attività venatoria disperde nell’ambiente oltre 14000 tonnellate di piombo, un metallo che può restare nel suolo fino a un secolo. Secondo l’ECHA, l’agenzia europea per le sostanze chimiche, l’intossicazione da piombo uccide 2,3 milioni di uccelli l’anno nel solo continente; in Lombardia, il 73% delle aquile reali e degli avvoltoi trovati morti o in difficoltà tra il 2005 e il 2025, risultava contaminato da piombo di origine venatoria. L’OMS, infine, lo classifica come neurotossina senza soglia di sicurezza e sconsiglia il consumo di selvaggina abbattuta con munizioni tossiche, in particolare per bambini sotto i 7 anni, donne in età fertile e over 70.
La parte più amara resta quella industriale: aziende italiane come Fiocchi producono già da anni munizioni “lead-free” con proiettili monolitici in rame, ma quasi esclusivamente per l’export, a partire dal mercato statunitense, dove le normative locali le rendono più richieste. In Italia, dove le regole restano più permissive, si continua a vendere soprattutto munizioni al piombo tradizionali: il meglio all’estero, il vecchio in casa.
Sullo sfondo poi, il rapporto Europe’s Environment 2025 dell’Agenzia europea per l’ambiente racconta ben altro e certifica che nell’Unione l’81 per cento degli habitat e oltre un terzo delle specie di uccelli protette si trova in stato di conservazione inadeguato o cattivo.
Infine i numeri, che già ci raccontano cosa significhi gestire la fauna col fucile: oltre 32 milioni di uccelli abbattuti tra le stagioni 2017-2018 e 2022-2023 e nove morti e 37 feriti nella sola stagione venatoria 2025-2026, secondo il monitoraggio dell’Università di Urbino.
Le leggi possono essere aggiornate quando cambiano le conoscenze. Ma proprio per questo dovrebbero incorporare le migliori evidenze scientifiche disponibili, non ignorarle. Perché la fauna selvatica non appartiene a singole categorie, ma è un bene pubblico, tutelato dalla Costituzione, e la sua gestione dovrebbe poggiare prima di tutto sulle conoscenze accumulate dalla ricerca.
L’immagine relativa all’Operazione Pettirosso è tratta da https://www.abolizionecaccia.it/blog/operazione-pettirosso-2025/