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Silvia Lazzaris
Abbiamo scoperto dei conflitti d’interesse dentro all’IPCC. C’entra il petrolio saudita

Abbiamo Scoperto Dei Conflitti D'interesse Dentro All’ipcc. C’entra Il Petrolio Saudita
clima politica

Tra gli autori del più autorevole rapporto sul cambiamento climatico, almeno una dozzina di persone lavora per Saudi Aramco o è pagata dall'industria petrolifera. L'IPCC però sostiene che questi rapporti non siano rilevanti: secondo alcuni esperti, questo mina la sua indipendenza e credibilità.

La mattina del suo primo giorno da autrice dell’IPCC, l’esperta di clima Julia Steinberger non conosceva nessuno. A colazione si è seduta al tavolo di uno sconosciuto. «Ciao, sono Julia, lavoro all’Università di Losanna». L’uomo seduto di fronte a lei ha risposto: «Io sono Mustafa Babiker, lavoro per Saudi Aramco». Aramco è la compagnia petrolifera dello Stato saudita, e con la sua produzione di combustibili fossili è responsabile di più emissioni di carbonio di qualsiasi altra azienda nella storia. Sono queste emissioni ad alimentare la crisi climatica. 

Steinberger gli ha chiesto se non fosse un conflitto di interessi lavorare per Aramco e fare l’autore per il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (IPCC), che produce i rapporti sul clima più importanti al mondo. Babiker, ricorda Steinberger, le ha risposto di no: aveva dichiarato il suo rapporto con l’azienda nel modulo sui conflitti di interesse dell’IPCC. «Non mi è sembrata una gran risposta. Ma era cordiale, e la colazione è andata bene».

Babiker lavora per Aramco da vent’anni. L’anno scorso la sua nomina ad autore e coordinatore del prossimo rapporto di valutazione dell’IPCC ha fatto discutere la comunità scientifica, che però l’ha trattata come un caso a sé stante. La nostra inchiesta, pubblicata anche dal Guardian, mostra che Babiker è tutt’altro che un caso isolato. 

Almeno una dozzina degli autori principali del prossimo rapporto lavorano per Saudi Aramco, per istituzioni saudite o per altre istituzioni legate a petrolio e gas, oppure intrattengono legami di altro tipo con loro – per esempio alcune loro ricerche sono state finanziate dall’industria petrolifera anche dopo la nomina come autori per l’IPCC. Una vice-presidente dell’IPCC, che quindi fa parte del gruppo dirigente dell’organismo, lavora anche per il ministero saudita dell’Energia.

L’IPCC è l’organismo più autorevole al mondo sulla climatologia. I suoi rapporti – approvati da 195 paesi – sono la base delle COP, cioè dei negoziati sul clima dell’ONU, e orientano le politiche climatiche nazionali in tutto il mondo. Ma secondo gli esperti che hanno esaminato i risultati della nostra inchiesta, la politica dell’organizzazione sui conflitti di interesse è «inadeguata».

Un altro dipendente di Aramco scelto come autore principale dell’IPCC è lo scienziato Diego Armando Moya-Pinta. Dal 2022 si occupa di energia e sostenibilità per Saudi Aramco. L’IPCC, però, indica come sua affiliazione solo l’Imperial College di Londra, dove è ricercatore onorario.

Moya-Pinta è uno dei quattordici autori del capitolo sui sistemi energetici. Dovrà valutare le opzioni per ridurre le emissioni in tutto il settore dell’energia, un ambito che tocca direttamente gli affari di Aramco. «Credo non ci sia alcun dubbio che un caso come questo rientri nella politica sui conflitti di interesse dell’IPCC», dice Kevin Elliott, docente alla Michigan State University ed esperto di etica della ricerca.

Eppure, a marzo 2026, il Comitato sui conflitti di interesse dell’IPCC ha comunicato di non aver trovato alcun problema tra gli autori scelti per il suo settimo rapporto. Le conclusioni del comitato stridono con la presenza di autori che lavorano per la più grande compagnia petrolifera al mondo, e questo scarto «solleva dubbi sul fatto che la politica dell’IPCC sui conflitti di interesse sia adeguata, o che venga applicata correttamente», dice Rachel Kennerley, senior campaigner del Center for International Environmental Law di Washington. 

I dubbi poi non riguardano solo i due dipendenti di Aramco. Il lavoro dell’IPCC si divide in tre gruppi. I primi due si occupano delle basi scientifiche del cambiamento climatico e dei suoi impatti. Il terzo valuta come tagliare le emissioni o rimuoverle dall’atmosfera: esamina cioè politiche e tecnologie che toccano da vicino gli interessi economici di paesi e aziende. È lì che abbiamo guardato.

La nostra inchiesta ha esaminato i 223 autori del Gruppo III, e ha individuato più di 20 casi che destano preoccupazione per possibili conflitti di interessi. Più della metà riguarda autori legati a istituzioni saudite vicine al settore petrolifero. Una concentrazione simile solleva domande più ampie sull’influenza del regno nella preparazione dei rapporti. 

Oltre ai due dipendenti di Aramco, nel Gruppo III ci sono cinque autori del King Abdullah Petroleum Studies and Research Center (KAPSARC). È un think tank finanziato dal governo saudita e presieduto dal ministro dell’Energia del paese. La sua missione dichiarata è «far progredire il settore energetico dell’Arabia Saudita».

Fuori dagli ambienti della politica energetica, il KAPSARC è poco conosciuto. Eppure nel Gruppo III ha tanti autori quanti l’Imperial College di Londra e l’International Institute for Applied Systems Analysis di Vienna. Sono le tre istituzioni più rappresentate nel gruppo di lavoro.

Un altro autore del capitolo sui sistemi energetici è Zain Yamani, docente alla King Fahd University of Petroleum and Minerals. Nell’ultimo anno, mentre già ricopriva il suo ruolo nell’IPCC, ha condotto uno studio insieme alla divisione New Energies Research di Aramco. L’articolo che ne è nato, firmato insieme a due scienziati di Aramco, è uscito a luglio. Nella stessa università insegna un altro autore dell’IPCC,  Syed Masiur Rahman. L’ateneo presenta la sua vicinanza a Saudi Aramco come fonte di «innumerevoli opportunità di collaborazione e innovazione» tra le due organizzazioni.

Hussein Hoteit, docente alla King Abdullah University of Science and Technology, è autore del capitolo sulle tecnologie di rimozione dell’anidride carbonica. Quando è stato nominato nell’IPCC, stava completando uno studio su un progetto dimostrativo di stoccaggio sotterraneo del carbonio. Il progetto era stato ideato da Saudi Aramco, che lo aveva anche sostenuto con un contributo economico consistente.

«È la prima volta che nell’IPCC ci sono così tanti autori legati all’Arabia Saudita, soprattutto nel Gruppo III», dice Kari De Pryck, politologa dell’Università di Ginevra ed esperta di governance dell’organizzazione. Secondo De Pryck, la presenza crescente di autori legati all’Arabia Saudita va letta dentro un cambiamento più ampio nella diplomazia climatica del regno. Da tempo, nei negoziati sul clima, l’Arabia Saudita si oppone alla riduzione dei combustibili fossili. Oggi a questa opposizione affianca sempre di più la promozione di soluzioni tecnologiche. «Per quanto riguarda l’IPCC, la strategia saudita ora punta a sostenere tecnologie come la cattura del carbonio, che limiterebbero l’impatto sulla sua economia basata sui fossili», dice De Pryck.

C’è anche una sovrapposizione tra il governo saudita e la guida scientifica dell’IPCC. Malak Al-Nory, una dei sette vicepresidenti del Gruppo III, è consigliera “senior” del ministero saudita dell’Energia. I vicepresidenti aiutano a supervisionare il processo di valutazione e ne orientano il lavoro scientifico e tecnico. Esaminano anche le dichiarazioni sui conflitti di interesse degli autori e possono segnalare i casi al Comitato sui conflitti di interesse dell’IPCC.

“In un momento in cui gli interessi fossili e alcuni governi si battono per rallentare l’uscita dai combustibili fossili, l’IPCC dovrebbe difendere con forza la propria indipendenza”.

L’IPCC non esclude che scienziati che lavorano per un governo possano lavorare anche ai suoi rapporti. Il caso di Al-Nory, però, è insolito: pur essendo vicepresidente per l’IPCC, continua a rappresentare l’Arabia Saudita nei negoziati sul clima dell’ONU. A giugno 2026 faceva parte della delegazione saudita alla Conferenza sul clima di Bonn. Le regole sui conflitti d’interesse dell’IPCC dicono esplicitamente che le persone coinvolte nella stesura dei rapporti “dovrebbero evitare di trovarsi nella posizione di approvare, adottare o accettare, per conto di un governo, un testo alla cui stesura abbiano partecipato direttamente”. Questo rende ancora più concreti i dubbi sulla compatibilità dei due ruoli di Al-Nory.

«Essere soggetti alle norme sui conflitti di interesse non significa aver commesso alcun illecito», spiega Tzeporah Berman, presidentessa dell’iniziativa per il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili. «Le norme servono a proteggere l’integrità di un’istituzione. Garantiscono che gli interessi professionali, economici o governativi che potrebbero influenzare il lavoro vengano dichiarati e gestiti in modo adeguato».

«Il comitato dell’IPCC sui conflitti di interesse ha davanti una vicepresidente che lavora per il ministero saudita dell’Energia, dipendenti di Aramco nel ruolo di autori principali e una grande concentrazione di autori di istituzioni legate allo Stato saudita. Se non trova nulla da gestire, allora la sua policy è chiaramente inadeguata», ha detto Berman.

Fino al 2011 l’IPCC non aveva norme sui conflitti di interesse valide per tutta l’organizzazione. Poi nel 2010 l’organizzazione ha attraversato una crisi di credibilità pesantissima. Erano emersi errori nei suoi principali rapporti e accuse di conflitti economici che riguardavano l’allora presidente, che hanno portato a una revisione indipendente delle procedure dell’organizzazione.

Le norme nate da quella revisione dichiarano di voler «proteggere la legittimità, l’integrità, la fiducia e la credibilità dell’IPCC». Il nuovo testo aggiunge che «è essenziale che il lavoro dell’IPCC non sia compromesso da alcun conflitto di interessi».

Secondo Kennerley c’è una distanza tra i criteri scritti dell’IPCC e il modo in cui l’organizzazione funziona nella pratica. Kennerley racconta che alcuni rappresentanti nazionali hanno sollevato dubbi sulla mancanza di linee guida su come far rispettare le norme. Un altro grosso problema, dice, è la trasparenza. Le dichiarazioni degli autori sui conflitti di interesse non sono pubbliche. E il Comitato sui conflitti di interesse non dà alcun dettaglio sulle sue discussioni. 

Un portavoce dell’IPCC ha detto che nessun autore è stato segnalato al Comitato, perché tutti i potenziali conflitti dichiarati sono stati risolti dai vicepresidenti dei gruppi di lavoro. È il punto in cui il sistema si chiude su sé stesso: il Comitato non può trovare nulla se i vicepresidenti dei gruppi di lavoro non segnalano profili da valutare. Dall’IPCC ci rispondono che «la [sua] forza sta nel suo impegno verso una leadership e gruppi di autori diversificati, nei molteplici processi di revisione da parte di esperti e governi, e nel carattere inclusivo delle sue valutazioni», ha detto il portavoce. «Nel loro insieme, queste garanzie tutelano l’obiettività, l’integrità, l’autorevolezza e la credibilità dei rapporti dell’IPCC».

L’IPCC ha spiegato che gli esami delle dichiarazioni sui conflitti di interesse sono riservati, per via delle leggi sulla protezione dei dati. Sul gran numero di esperti legati all’Arabia Saudita, il portavoce ha detto: «Nessun singolo autore, istituzione, settore o paese determina le conclusioni di un rapporto dell’IPCC. Le conclusioni vengono elaborate collettivamente da gruppi di autori ampi e diversificati, sia per provenienza geografica sia per competenze scientifiche». Ha aggiunto che gli autori dell’IPCC sono esperti di primo piano nei loro campi, scelti di proposito da contesti molto diversi, compresi i governi e il settore privato.

Hoteit, della King Abdullah University of Science and Technology, ha dichiarato: «Non c’è alcun conflitto di interessi. Le mie ricerche e i miei contributi legati al lavoro per l’IPCC sono stati interamente finanziati e sostenuti dal mio datore di lavoro, come riconosciuto nell’articolo citato». L’articolo, firmato da più autori, riporta però anche ringraziamenti a Saudi Aramco, «per aver ideato e condotto questo progetto pilota e per aver fornito un consistente sostegno finanziario». Aramco non ha voluto commentare. Nessuna delle altre persone o istituzioni ha risposto alle richieste di commento.

Più della metà dei casi di forte potenziale conflitto di interessi individuati da questa inchiesta riguardano istituzioni saudite. Gli altri non convergono su un unico Stato, ma la maggior parte riguarda comunque legami con il settore dei combustibili fossili: consulenze, collaborazioni di ricerca e finanziamenti a università.

Jeroen Oomen, ricercatore di governance del clima all’Università di Utrecht, ha detto: «Il ruolo dell’IPCC come arbitro della scienza del clima si è sempre basato sulla sua indipendenza e neutralità. I conflitti [emersi da questa inchiesta] rischiano di danneggiare questa reputazione».

L’IPCC è nata per fare da ponte tra scienza e politica, e «sta a cavallo tra questi due mondi», dice Adam Standring, ricercatore alla Lisbon School of Economics and Management. Secondo lui questo ruolo ibrido è alla base del suo successo, ma è anche fonte di problemi.

«In un momento in cui gli interessi fossili e alcuni governi si battono per rallentare l’uscita dai combustibili fossili, l’IPCC dovrebbe difendere con forza la propria indipendenza», dice Berman. «Questo significa obblighi di dichiarazione stringenti, regole efficaci sui conflitti di interesse e garanzie in grado di affrontare sia i conflitti reali sia quelli che si possono ragionevolmente percepire».

L’IPCC ci ha fatto sapere che al momento non è in corso alcun processo per modificare la sua politica sui conflitti di interesse.

Questa inchiesta è stata realizzata con il sostegno di Journalismfund Europe ed è pubblicata anche dal Guardian nel Regno Unito, L’Humanité in Francia, e Visão in Portogallo.

Silvia Lazzaris

Silvia Lazzaris è un’autrice e reporter specializzata in scienza e tecnologia. I suoi reportage, documentari e inchieste sono stati pubblicati su testate nazionali e internazionali tra cui Corriere della Sera, BBC World Service, Wired UK, L’Espresso, Domani, Rai, Will e Chora Media. Ha studiato giornalismo scientifico all’Imperial College London ed è alumna dell’Oxford Climate Journalism Network. È co-fondatrice del collettivo d’inchiesta Flares.

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