Lo squalo più grande della storia è stato il predatore incontrastato dei mari per millenni. Ma quando e perché è diventato così grosso? Alcuni studi hanno provato a rispondere a questa domanda, sollevandone un'altra: e se fosse esistito un pesce ancora più colossale?
Dopo il successo planetario del film di Spielberg Lo squalo, uscito nel 1975, sceneggiatori, produttori e registi di Hollywood si trovarono di fronte a un dilemma. Per continuare un franchise di indubbia presa sul pubblico sarebbero servite nuove idee e, soprattutto, nuovi squali. Se i tre sequel non furono particolarmente fortunati al botteghino, altre pellicole provarono, nei decenni successivi, a conquistare i fan apportando modifiche a una trama che, di base, presenta sempre animali poco realistici o comunque lontani dalle conoscenze scientifiche del momento. Blu profondo (1999), ad esempio, punta sugli squali geneticamente modificati, mentre la saga demenziale Sharknado (iniziata nel 2013) immagina squali in grado di attaccare sulla terraferma trasportati dagli uragani.
Lo scrittore Steve Alten, già nel 1997, aveva provato a bissare la fortuna del romanzo originale di Peter Benchley, Jaws (1974), al quale Spielberg si era ispirato, usando squali più grandi. Il suo libro, MEG (1997), è arrivato anche sul grande schermo, dopo un paio di progetti falliti, con il fortunato Shark – Il primo squalo nel 2018. Al centro di queste storie c’è un gigantesco megalodonte, sopravvissuto fino ai giorni nostri nelle zone più profonde degli oceani. È una specie che da tempo affascina gli studiosi e sulla quale ci sono ancora diversi interrogativi aperti; due recenti ricerche cercano di gettare luce sui misteri di questo mastodonte del Cenozoico.
Il megalodonte, noto alla scienza come Otodus megalodon, è stato il più grande squalo mai esistito. Vissuto fra 23 e 3,6 milioni di anni fa, abitava i mari di tutto il mondo escluso l’Antartide, dove i paleontologi non hanno mai trovato tracce della sua esistenza. È probabilmente la specie di squalo estinta più studiata, vuoi per le sue straordinarie dimensioni vuoi per il mito montato nel corso del tempo.
Dato che gli squali sono pesci il cui scheletro è costituito per lo più da cartilagine, una sostanza che si decompone molto in fretta dopo la morte, lo studio è difficile e si basa soltanto sui denti (costituiti da dentina e smalto, sostanze al contrario molto resistenti) e sui dischi vertebrali, che negli squali anziani o molto grandi vanno incontro a un processo di calcificazione per sostenere la massa del corpo, indurendosi e prestandosi quindi alla fossilizzazione. Da diverso tempo i paleontologi sono quindi al lavoro per ricostruire, con i pochi indizi disponibili, l’anatomia, l’aspetto e la biologia di questo antico super-predatore, sulle cui reali dimensioni, abitudini alimentari e cause che lo portarono all’estinzione nel Pliocene inferiore persistono molti dubbi.
Per lungo tempo si è pensato che il megalodonte fosse un parente diretto del moderno squalo bianco (Carcharodon carcharias), se non il suo diretto antenato. Oggi sappiamo invece che non è così, anche se entrambi fanno parte del grande ordine dei Lamniformes, che comprende squali estinti e squali ancora oggi esistenti, come appunto lo squalo bianco, i mako, gli squali volpe e goblin e anche il grande filtratore squalo elefante. Le famiglie a cui appartengono il megalodonte e lo squalo bianco (Otodontidae e Lamnidae) si sono separate in tempi piuttosto remoti, nel Cretaceo inferiore, circa 120-100 milioni di anni fa. Tuttavia, il paragone con l’attuale squalo bianco è assolutamente necessario, sia per l’indagine sulle dimensioni sia per provare a intuire i comportamenti alimentari e l’etologia del megalodonte. Si tratta infatti di due animali che occupano la medesima posizione nella catena trofica dei mari in cui vivono, e cioè il ruolo di predatori apicali, e che hanno in comune diverse caratteristiche, alcune delle quali davvero peculiari.
Ma veniamo alla domanda che più di ogni altra divide e appassiona i paleontologi fin da quando hanno ritrovato denti fossili di squalo così grandi (fino a 19 cm): che dimensioni poteva raggiungere questo animale? Dato che non ci sono fossili completi, ma soltanto denti e vertebre, la grandezza del megalodonte può soltanto essere stimata con metodi indiretti. Il più impiegato prevede di fare un rapporto fra la lunghezza dei denti e quella dell’animale, utilizzando come modello gli squali esistenti, in primis lo squalo bianco. All’inizio gli scienziati esagerarono con le misure (arrivando a ipotizzare megalodonti lunghi oltre trenta metri), e negli ultimi anni diversi studi hanno rivisto più volte le stime.
Kenshu Shimada, paleontologo fra i maggiori esperti di questo animale, in un articolo del 2019 sosteneva che la lunghezza massima del megalodonte non superasse i 14,2-15,3 metri e che esemplari più lunghi di 15 metri fossero eccezionalmente rari. A rilanciare, nel 2025, è però lo stesso Shimada, in un nuovo studio pubblicato sulla rivista Palaeontologia Electronica. Si tratta di una ricerca molto ampia, basata su nuove prove fossili e che si avvale della collaborazione di oltre 28 esperti. Grazie allo studio di alcune vertebre, Shimada e colleghi si sono concentrati sul tronco dell’animale e non sui denti, provando anche a intuire quale fosse la forma corporea dell’animale: più affusolata e simile a quella di alcuni squali moderni, come lo squalo limone (Negaprion brevirostris) oppure più tozza come lo squalo bianco?
Un corpo grande e tarchiato sarebbe stato inadatto al nuoto rapido e scattante (dimensioni permettendo), necessario a un predatore del suo rango: si suppone quindi che fosse un gigante dei mari più sinuoso, vagamente simile nella struttura idrodinamica del corpo anche all’attuale squalo balena.
Dalle conclusioni di questo articolo emerge un nuovo megalodonte, colossale ma dal corpo affusolato, decisamente diverso dall’odierno squalo bianco. Un corpo grande e tarchiato sarebbe infatti stato inadatto al nuoto rapido e scattante (dimensioni permettendo), necessario a un predatore del suo rango. Si suppone quindi che fosse un gigante dei mari più sinuoso, vagamente simile nella struttura idrodinamica del corpo anche all’attuale squalo balena (Rhincodon typus). Quanto alle dimensioni, lo studio sostiene che alcuni esemplari avrebbero potuto superare i 20 metri di lunghezza, fino a un massimo di circa 24,3 metri, cioè quasi quanto la balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), ad oggi il più grande animale che abbia mai abitato la Terra.
Il megalodonte era quindi un gigantesco predatore dei mari caldi del Cenozoico, diffuso e letale. Si nutriva principalmente di foche, pinguini e cetacei, come fanno gli squali bianchi adulti. I paleontologi hanno trovato il segno dei denti del megalodonte sui fossili di numerosi animali, fra cui esemplari di piccole balene appartenenti al genere Piscobalaena e di grandi capodogli ancestrali appartenenti alla specie Livyatan melvillei (nel cui nome scientifico riecheggia la maestosità della balena Moby Dick di Herman Melville). È molto probabile che nella dieta del megalodonte risieda anche il motivo della sua scomparsa. Il paleontologo australiano John Long, autore del libro Il regno millenario degli squali. Storia e preistoria del predatore incontrastato degli oceani (pubblicato da UTET nel 2025, con la traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe), ha riportato diverse teorie sull’estinzione del grande squalo, commentando in particolare gli studi di un’altra grande esperta di questo animale, Catalina Pimiento.
L’esatta ragione della sua scomparsa resta sconosciuta, ma può avere a che fare sia con il raffreddamento degli oceani e con la diminuzione degli habitat, sia con fattori biologici, come gli eventi attorno all’evoluzione e alla migrazione dei cetacei verso acque antartiche più fredde, invivibili per gli squali. È probabile che la crescita fino a dimensioni imponenti dei moderni cetacei misticeti, gli animali più grossi della Terra, sia stata una reazione alle predazioni dei megalodonti. La capacità dei misticeti di sopportare le gelide temperature antartiche e di sapervi trovare del cibo potrebbe avere avuto un ruolo nell’estinzione dei megalodonti. I cetacei tollerano bene le acque artiche e antartiche, ma oggi nessuno squalo potrebbe sopravvivere a temperature pari o sotto lo zero. L’annuale migrazione di grossi cetacei filtratori alla ricerca di cibo nelle ricche acque antartiche potrebbe aver dato il colpo di grazia al collasso dell’ecosistema del megalodonte, che con tutta probabilità si estinse non già con uno schianto, ma con un lamento.
Il rapporto fra i grandi squali del Cenozoico come il megalodonte e i cetacei dell’epoca sembra essere determinante non soltanto per la fine dell’Otodus megalodon ma anche per la sua comparsa come specie. È infatti interessante risalire la lunga storia evolutiva degli squali, per capire il motivo che portò alcune linee evolutive a un tale gigantismo. Pare infatti accertato che i cetacei di piccole e medie dimensioni (rispetto a quelli di oggi, s’intende) si diffusero e differenziarono rapidamente durante il Cenozoico e che col passare dei milioni di anni le loro dimensioni aumentarono. Fu così che diversi squali appartenenti al genere Otodus, dall’Otodus obliquus all’Otodus angustidens, crebbero anch’essi e svilupparono denti sempre più seghettati ai margini, adatti ad attaccare grandi prede come i cetacei.
Anche la capacità di mantenere una temperatura corporea piuttosto elevata senza essere animali endotermi come i mammiferi, propria di alcuni squali (come quello bianco e, probabilmente, anche il megalodonte), potrebbe aver avuto un ruolo nello sviluppo delle loro colossali dimensioni. Questa particolare caratteristica metabolica è possibile grazie alla rete mirabile, una fittissima ragnatela di capillari, in grado di scaldare diversi organi e mantenere la temperatura interna piuttosto elevata sfruttando l’energia termica generata dai muscoli in movimento. Nonostante questo accorgimento tipico di poche specie, gli squali (salvo un’eccezione, lo squalo della Groenlandia, Somniosus microcephalus) restano comunque animali fortemente dipendenti dalla temperatura del mare in cui vivono: dato che nelle branchie il loro sangue si ossigena a diretto contatto con l’acqua, sarebbe per loro impossibile non raffreddarsi completamente una volta entrati in zone gelide degli oceani, come quelle artiche e antartiche.
Queste dimensioni si devono probabilmente a una molteplicità di fattori, fra cui l’abbondanza di grosse prede. Va ricordato infatti che il Cretaceo è l’epoca d’oro dei grandi rettili marini, fra cui ittiosauri, plesiosauri e mosasauri.
È dunque lecito chiedersi in quale periodo gli squali abbiano iniziato a diventare grandi, soprattutto se si considerano le dimensioni dei primi squali “moderni”, apparsi nel Triassico e nel Giurassico. A quel tempo la maggior parte delle specie non superava il metro di lunghezza, segno che qualcosa deve essere successo dopo, nel Cretaceo. Squali come il Cretoxyrhina mantelli, il Cretalamna hattini (diretto antenato del megalodonte) e le specie appartenenti al genere Cretodus superavano abbondantemente i 6-7 metri di lunghezza. Queste dimensioni si devono probabilmente a una molteplicità di fattori, fra cui l’abbondanza di grosse prede. Va ricordato infatti che il Cretaceo è l’epoca d’oro dei grandi rettili marini, fra cui ittiosauri, plesiosauri e mosasauri. Inoltre, all’epoca esistevano diversi mari interni, bassi, caldi e ricchissimi di nutrienti e prede: una vera e propria manna per gli squali antichi.
Uno studio recente che vede la partecipazione di un grande esperto di squali ancestrali, Mikael Siversson, mette in evidenza come l’accrescimento degli squali lamniformi sia probabilmente da retrodatare. Oggi si stima che l’accrescimento delle dimensioni si attesti intorno a 100 milioni di anni fa, cioè alla fine del Cretaceo inferiore. Secondo Siversson e colleghi, come riportano nella loro ricerca pubblicata da Communications Biology, alcuni squali cardabiodontidi (il cui genere Cardabiodon fu descritto per la prima volta proprio da Siversson nel 1996) comparvero già 115 milioni di anni fa.
Il ritrovamento di una grande vertebra fossile a Casuarina Beach nel nord dell’Australia, appartenente a uno squalo cardabiodontide non ancora bene identificato, e i relativi calcoli per stimare le dimensioni dell’animale (che probabilmente si aggirava intorno alle tre tonnellate per 6-8 metri di lunghezza) fanno pensare che sappiamo ancora poco sugli squali del Cretaceo e sulle loro reali dimensioni. Non è quindi da escludere che nuovi ritrovamenti fossili, in futuro, portino alla luce resti di esemplari ancora più grandi e forse più antichi di questo, imponendo l’ennesima modifica alla storia e all’origine degli squali giganti.