Mettere in scena uno spettacolo ha un enorme impatto: costumi, vernici, luci sono inquinanti e costosi. Ma ci sono alcune linee guida che tracciano una transizione consapevole, che racconta un mondo più attento in chiave ecologica. Il Teatro Regio di Parma è capofila in questa rivoluzione.
Le tecnologie esistono. Le ricerche sono firmate e pubblicate. Le idee formulate, accolte, condivise. Sensori negli edifici riducono i consumi mantenendo il comfort. Depavimentazione e nuove aree verdi limitano il calore e favoriscono l’assorbimento della pioggia, dando respiro anche alle aree urbane periferiche e a chi le abita. E poi iniziative per la mobilità sostenibile e leggera sono in crescita e sempre più diffuse per limitare le emissioni e ridurre il dispendio economico dei cittadini e dei lavoratori.
Ma mentre il cambiamento del mondo è in corsa, le nostre iniziative, sulla carta virtuose, spesso sono troppo circoscritte, poco integrate con il contesto e con i diversi settori che coinvolgono, dalla prospettiva ancora troppo a breve termine. Diffondere una sensibilità ecosistemica ed ecologica, che sappia tradurre i dati scientifici, è alla radice di una transizione concreta e, per questo, le istituzioni culturali rivestono un ruolo fondamentale. Istituzioni come enti artistici e dello spettacolo, che usano un linguaggio emotivo per comunicare l’urgenza ambientale, sociale e climatica sono strategici all’interno del processo. Tra questi, il Teatro Regio di Parma ha sviluppato un Manifesto etico, primo in Italia e in Europa, che racconta un progetto di impegno per la comunità, realizzato insieme al Comune di Parma e Fondazione Cariparma a “Parma, io ci sto!”, che coinvolge gli artisti a favore dei giovani, dei gruppi sensibili, fragili, periferici, per portarli nel cuore della vita culturale della città.
Con l’industrializzazione e l’urbanizzazione, l’aspettativa e la qualità della vita umana sono di molto migliorate, quantomeno nei Paesi occidentali. Tuttavia, in un mondo in transizione, che accelera per produrre un cambiamento, che alza il volume per spianare la strada allo sviluppo, gli ecosistemi collettivi rischiano di perdere la ricchezza intrinseca alla loro complessità, che i modelli di crescita e il funzionamento della nostra società faticano a comprendere.
Il 16 gennaio 2026, il World Economic Forum ha pubblicato la nuova edizione del “Global Risk Report”, un’analisi che valuta i maggiori elementi di rischio del mondo mettendoli in una prospettiva temporale futura che consente di fare previsioni e valutare gli investimenti di risorse. Nel breve periodo, secondo il World Economic Forum Global Risk Perception Survey 2025-2026, su dieci minacce globali, due sono legate al fattore “ambiente”: gli eventi climatici estremi e l’inquinamento. Aumentando il raggio prospettico a dieci anni nel futuro, di dieci rischi collettivi, ben cinque sono legati a elementi che dipendono dall’ambiente: eventi climatici estremi, perdita della biodiversità e collasso degli ecosistemi e cambiamenti critici dei sistemi del pianeta sono i tre punti sul podio classificati per gravità. Poi, ancora, ci sono la carenza di risorse naturali e l’inquinamento. Con tutte queste problematiche, poi si intrecciano urgenze internazionali legate all’ambito sociale, come l’ineguaglianza, l’erosione dei diritti umani, la necessità di migrazione e la polarizzazione sociale.
Sempre secondo il Report del World Economic Forum, nell’opinione delle persone, il contesto politico globale nei prossimi dieci anni sarà un “ordine multipolare o frammentato in cui le potenze medie e grandi si contendono, stabiliscono e impongono regole e norme regionali”, mentre nello stesso periodo le problematiche ambientali vengono considerate meno prioritarie, quantomeno nel breve periodo. E in uno scenario del genere affrontare sfide comuni diventa ancora più impegnativo. Sfide come l’equilibrio degli ecosistemi, la gestione dei fenomeni climatici e meteorologici, il contenimento dell’emergere e della diffusione delle malattie, insieme alla sicurezza alimentare, alla stabilità economica e all’accessibilità sociale. Sfide, queste, che vanno oltre la portata di ogni singola direttiva, ministero governativo o progetto sociale.
Nello stesso mese il Wwf ha pubblicato il rapporto “Tackling the insurance protection gap. Leveraging climate mitigation and nature to increase resilience”, in cui mette in evidenza il ponte che unisce conservazione ambientale, tutela dei beni naturali, equità sociale e salute globale alla stabilità economica, strumento fondamentale attraverso il quale è possibile finanziare la ricerca di base, i progetti di riqualificazione, e, più in generale, la prevenzione e la divulgazione. L’Organizzazione si rivolge ai governi, alle aziende, agli assicuratori, a tutti gli stakeholder che hanno una responsabilità verso la collettività e li esorta a mettere “in comune le risorse” (e allontanarsi, negli investimenti, dai combustibili fossili per andare verso la transizione): il tema è ragionare in ottica ecologica, ecosistemica, di rete comunitaria di condivisione, in una collaborazione interdisciplinare e multisettoriale, interpellando la scienza e mettendo tutti a un tavolo comune, per decidere come agire ma anche ascoltare le esigenze di chi è direttamente coinvolto.
Le dinamiche politiche ed economiche si possono cambiare da quei posti che il mondo lo raccontano, attraverso una cultura equa e accessibile, che sa uscire dai palazzi chiusi e camminare in strada, cambiare linguaggio e, prima che far misurare, far sentire.
E per fare tutto questo, per trovare le informazioni necessarie e stabilire le regole di questa comunicazione, non bastano i numeri, servono le emozioni e l’empatia. Le dinamiche politiche ed economiche si possono cambiare da quei posti che il mondo lo raccontano, attraverso una cultura equa e accessibile, che sa uscire dai palazzi chiusi e camminare in strada, cambiare linguaggio e, prima che far misurare, far sentire. Tradurre dati scientifici in esperienze emotive è il primo passo per parlare con chi poi i politici li vota, le aziende le finanzia con gli acquisti, le scelte quotidiane le compie sulla base di quello che sa: le persone. In un’epoca in cui la comunicazione del clima e delle problematiche ambientali è in crisi, la cultura, l’arte, la bellezza, restano il primo canale, più semplice, condivisibile e apprezzabile. Con un linguaggio unico, film, spettacoli, installazioni e mostre uniscono scienziati e amatori, giovani e adulti, interessati già informati e non.
Ed è partita proprio da una prospettiva sociale, umana ed empatica la trasformazione di un’istituzione come il Teatro Regio di Parma, un presidio culturale che già dieci anni fa, con le rassegne Verdi Off e RegioInsieme, ha cominciato a promuovere e organizzare spettacoli in carcere, ospedali e quartieri periferici, destinati e pensati anche per le persone che non vivono nel centro urbano (dove la maggior parte degli enti che fanno divulgazione e formazione si trova) e anche per coloro che non hanno facilità di movimento, come chi vive nelle Rsa, proponendo iniziative artistiche anche “a domicilio” in questi luoghi. E considerato che il teatro è un aggregatore di teatranti e lavoratori dello spettacolo, a queste attività si è unita anche una serie di artisti che hanno scelto di partecipare alle iniziative gratuitamente.
Ma ogni progetto e strategia deve essere pensato in ottica ecologica ed ecosistemica, e la sostenibilità non può essere solo sociale ed economica, ma anche ambientale, e non basta solo raccontare l’attenzione per queste tematiche ma anche praticarla. Da qui il teatro della Città emiliana si è mosso per ridurre il proprio impatto partendo dalla sua struttura stessa, adottando buone norme ecologiche, raccolte nel progetto “Sempre più verdi – Regio Sostenibile”, e ha abbattuto il consumo energetico dell’edificio, migliorato la gestione dei rifiuti e della mobilità e sta lavorando per alleggerire il peso della produzione e della programmazione artistica, anche grazie alle competenze nell’ambito di una consulente con esperienza in molti altri teatri nordeuropei che in campo di sostenibilità fanno da modelli.
Tutto con il sostegno scientifico fornito dall’Università di Parma (con cui è stato prodotto il Bilancio di Sostenibilità nel 2024) e dalle linee guida stilate dal Theater Green Book, uno strumento operativo che coinvolge l’intero settore dello spettacolo dotando i tecnici di una risorsa gratuita che dia indicazioni pratiche e concrete, con un sistema di misurazione e standard condivisi per convertire le attività artistiche tradizionali in una modalità più sostenibile, a partire dalla gestione degli edifici, alla creazione dei costumi e delle scenografie, fino all’uso dei materiali e della corrente elettrica. Si tratta di un quadro di riferimento per la pianificazione uniforme valido a livello mondiale, a cui il Teatro di Parma ha aderito nell’ultimo anno insieme ad altri Teatri italiani, europei e non solo. Una comunità, questa, che testimonia una sensibilità sempre crescente a quegli aspetti che possono influire sulla qualità della vita, sull’equità sociale e sulla giustizia ambientale nel breve periodo, ma anche e soprattutto possono accendere un’attenzione collettiva sempre più diffusa in tempi più dilatati.
Le iniziative degli enti culturali creano costellazione di azioni che emergono in piccoli centri, ma che attraverso una rete universale di stimolazione dell’empatia possono radicarsi e diventare fondamenta di una coscienza comune.
Così, dopo aver scritto il Manifesto etico che espone questa visione ecologica ed ecosistemica, il Teatro Regio di Parma ha avviato iniziative con il Comune, come il supporto a chi va al lavoro in bicicletta, ha attivato procedure di controllo di tutti i materiali di spettacolo e dell’uso dell’energia attraverso un monitoraggio continuo, e inserito all’interno dell’edificio fontanelle per ridurre l’uso di bottigliette di plastica (dotando anche i lavoratori di borracce in acciaio riciclato). Per quest’anno, poi l’iniziativa principale, “Relamping”, riguarda la sostituzione di tutti i sistemi di illuminazione della Sala principale del Teatro con nuovi dispositivi a basso consumo che consentiranno all’ente di risparmiare l’80% dell’energie rispetto ad oggi.
In questo contesto le iniziative degli enti culturali creano una costellazione di azioni che emergono in piccoli centri, ma che attraverso una rete universale di stimolazione dell’empatia, che nasce da istituzioni a livello comunitario come Opera Europa, un’organizzazione internazionale che collega i teatri, le compagnie e i festival di opera europei e che si occupa di aggiornare queste linee guida e si traduce in presidi locali come il Teatro Regio di Parma, possono radicarsi e diventare fondamenta di una coscienza comune.
Questo articolo è realizzato in collaborazione al Teatro Regio di Parma. Trovate tutte le informazioni sui progetti citati al sito https://www.teatroregioparma.it/ . Le foto sono di Roberto Ricci.