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Agnese Codignola
La giovinezza esasperata è una malattia mentale

Uroboro Giovinezza Sito
Scienza tecnologia

Secondo alcuni l'autopoiesi è benefica per la conservazione della specie, secondo altri la fissazione per la longevità è una sindrome che richiede una riabilitazione. Quella degli immortalisti, però, è quasi una religione (oltre che un business da milioni di dollari) basata su farmaci e ormoni e sul plasma dei più giovani.

Laurent Hans Alexander Simons deve ancora compiere 17 anni, ma ha già un dottorato in fisica quantistica, ottenuto presso l’Università di Anversa nel 2025. La prossima tappa nella sua folgorante carriera di ragazzo superdotato è il secondo dottorato, in biomedicina, questa volta presso l’Università di Monaco di Baviera, con un progetto incentrato sull’intelligenza artificiale applicata a un obiettivo molto chiaro: eliminare la vecchiaia. Il titolo è più che esplicito: Creating a superhuman by defeating aging, Creare un superuomo sconfiggendo l’invecchiamento. In che modo? Sostituendo le parti del corpo che si logorano con protesi meccaniche o organoidi coltivati in laboratorio, cioè facendo biohack, sotto la guida dell’IA.

Nessuno sa se nel suo superuomo Laurent intenda mettere anche un po’ del suo genoma – in particolare quello che codifica per il suo brillante cervello – ma intanto il ragazzo belga è già entrato a far parte di coloro che la giornalista Aleks Krotoski ha chiamato “gli immortalisti” (The immortalists, Penguin 2025), un circolo esclusivo che vanta, tra i suoi membri, diversi imprenditori miliardari che hanno deciso di dedicare una parte più o meno rilevante del proprio denaro e del proprio tempo a debellare il logoramento fisiologico che insorge con l’età, evenienza parecchio fastidiosa rispetto al business, e magari anche la morte. Se poi nel frattempo fanno profitti, grazie alle ricette sperimentate su loro stessi in modi che esulano da qualunque metodologia scientifica e poi vendute online, tanto meglio. Del resto, i clienti potenziali non mancano: la lista degli aspiranti Dorian Gray è lunghissima. 

Secondo diversi psichiatri e responsabili di programmi e cliniche di riabilitazione, sempre più spesso costretti a curare le vittime di quella che diventa un’ossessione, la situazione è seria, al di là delle bizzarrie dei singoli immortalisti: siamo di fronte a una nuova malattia mentale, la sindrome da fissazione per la longevità, termine non ufficiale coniato da Jan Gerber, CEO e direttore della clinica svizzera Paracelsus. Centro che, a sua volta, chiede circa 90.000 euro a settimana per programmi residenziali che ne durano almeno quattro per aiutare i pazienti a uscire da quel loop mentale. 

La sindrome sarebbe un’esasperazione della già nota ortoressia, un disturbo del comportamento alimentare (DCA) che riguarda la ricerca costante di cibo “sano”. In questo caso, però, la patologia sarebbe molto più grave, perché interesserebbe ogni aspetto della vita e non solo il cibo, in ogni ora della giornata, in tutti i giorni di un’esistenza che ci si sforza di far diventare lunghissima: un incubo senza fine. Se infatti la longevità dipende interamente dalle nostre scelte, nessuna di esse, neppure la più banale, è priva di conseguenze, e non ci si può distrarre neppure per un secondo. La vita diventa così una lunga e solitaria missione impossibile, fomentata ogni giorno da continui stimoli a fare di più e meglio, e minata da sensi di colpa per non aver fatto abbastanza. 

Probabilmente una delle persone che più ha influenzato gli immortalisti di oggi è Aubrey de Grey, il biogerontologo inglese con una formazione matematica simile a quella di Simons, secondo il quale l’invecchiamento è dovuto all’accumulo di rifiuti cellulari non smaltiti, a cellule che perdono costituenti fondamentali non rimpiazzati e alle mutazioni genetiche non riparate. Come sostiene nel suo progetto Strategies for Engineered Negligible Senescence (SENS, Strategie per ingegnerizzare una senescenza trascurabile) basterebbe intervenire sui danni a questi meccanismi per riportare l’organismo indietro anche di decenni. Se lo si facesse ogni venti o trent’anni, con opportune terapie, l’invecchiamento sparirebbe, perché la natura sosterrebbe quella che lui chiama autopoiesi, cioè la capacità di autoriparazione, benefica per la conservazione della specie. Basterebbe quindi raggiungere la velocità di fuga della longevità, cioè resistere fino a quando la scienza sarà in grado di azzerare l’invecchiamento: un’idea quasi mistica di una scienza onnipotente, che si concretizza nella salutogenesi, cioè nella costruzione della salute partendo da singoli elementi, possibile in quanto mero assemblaggio di unità di intervento.

Tra gli immortalisti abbondano le soluzioni basate su idee che mettono insieme diverse discipline, sconfinano in un atteggiamento religioso e acritico e la cui efficacia non è mai stata dimostrata né, tantomeno, riconosciuta ufficialmente. 

Per De Gray, nel frattempo diventato una sorta di guru, nel 2050 sarà possibile un ringiovanimento di cinquant’anni. Purtroppo per lui, già nel 2005 un articolo uscito su EMBO Reports firmato da 28 tra i massimi esperti di longevità concludeva che “nessuna delle soluzioni proposte da De Gray ha mai dimostrato di estendere la durata della vita di un organismo, per non parlare degli esseri umani”.

Le sue teorie non hanno quindi trovato conferme né, tantomeno, applicazioni concrete, ma di certo la sua impostazione ha lasciato un segno profondo: tra gli immortalisti abbondano le soluzioni basate su idee che mettono insieme diverse discipline, sconfinano in un atteggiamento religioso e acritico e la cui efficacia non è mai stata dimostrata né, tantomeno, riconosciuta ufficialmente. 

Uno dei casi più noti (anche grazie alla serie Netflix del 2023 Don’t die), esempio perfetto della sindrome e insieme del business che sostiene gli immortalisti, è quello di Bryan Johnson, miliardario che ogni giorno assume più di cento tra integratori, farmaci come la rapamicina (immunosoppressore), l’antidiabetico metformina, ormoni della crescita e altri medicinali con usi off label, teoricamente vietati perché pericolosi. Alle pillole nel tempo ha aggiunto la trasfusione di plasma di esemplari (così chiama il figlio che glielo dona) giovani, altro must degli immortalisti, nonché una cosiddetta terapia genica – che non lo è, perché non modifica il suo genoma ma gli fornisce solo pezzetti di materiale genetico con protocolli mai convalidati – che va a farsi iniettare in un resort ai Caraibi. Secondo misurazioni che lui stesso effettua, ogni 365 giorni invecchierebbe solo di 277. Manco a dirlo, nel frattempo è diventato un marchio sia per quanto riguarda prodotti soprattutto alimentari, rigorosamente vegani, e per parti del suo protocollo, che diffonde, per sua stessa ammissione, con modalità da setta. 

Johnson rappresenta tutto quello che di sbagliato c’è in questa ossessione, per diversi motivi. Tipico esempio di self made man, non ha alcuna formazione scientifica, suppone di aver trovato soluzioni finora ignorate dalla scienza, ma chiare a lui e a qualche medico suo dipendente. Presume che assumere decine di composti tutti insieme aiuti, ignorando i rischi delle interazioni tra farmaci e gli accumuli e superando il concetto di sostanza sicura ed efficace perché sperimentata. Tra l’altro, uno degli effetti paradossali della sua ricetta è che, anche se guadagnasse anni di vita, non potrebbe mai sapere quale delle decine di sostanze che assume ha compiuto il miracolo. 

C’è poi l’idea che i risultati riscontrati in una sola persona possano essere estesi all’umanità, altra assurdità scientifica molto diffusa nel movimento, come se gli esseri umani fossero cloni e non ognuno diverso dall’altro, geneticamente e per stile di vita, insieme a una totale sottovalutazione tanto dell’aspetto ossessivo quanto dei gravi effetti che una vita regolata in modo rigorosissimo in ogni suo aspetto e in ogni momento comporta: anche in questo caso, paradossalmente, se ci si sottopone a quel genere di stress cronico si perdono anni di vita, invece che guadagnarne, come dimostrano numerosi studi. E dunque lo stress che Johnson si autoinfligge, che ha tutte le caratteristiche della sindrome, potrebbe vanificare eventuali benefici.

Ma Johnson non è l’unico, e ogni miliardario sceglie la sua via all’immortalità, diretta o meno. Peter Thiel, per esempio, ha donato un milione di dollari alla Methuselah Foundation, che entro il 2030 pensa di rendere i novant’anni i nuovi cinquanta; Jeff Bezos ha investito in Altos Labs, che vuole riprogrammare le cellule; Alphabet di Google ha fondato Calico, in cui sono stati già investiti centinaia di milioni di dollari; Sam Altman ha preferito dare 180 milioni di dollari a Retro Biosciences, azienda che pensa di aggiungere almeno dieci anni alla durata media della vita, e l’elenco continua. Di utilizzare il loro denaro si offrono poi decine di start up come la Ambrosia Health, che propone sperimentazioni private a base di trasfusioni di plasma fresco, di esemplari giovani (mostrando così, tra l’altro, qual è il ruolo che oggi gli adulti immaginano per i giovani: fornitori di materiali per il biohack) senza garanzie, al costo di 8000 dollari a trattamento.

C’è poi l’idea che i risultati riscontrati in una sola persona possano essere estesi all’umanità, altra assurdità scientifica molto diffusa nel movimento, come se gli esseri umani fossero cloni e non ognuno diverso dall’altro, geneticamente e per stile di vita, insieme a una totale sottovalutazione tanto dell’aspetto ossessivo quanto dei gravi effetti che una vita regolata in modo rigorosissimo in ogni suo aspetto e in ogni momento comporta.

Ovunque – Italia compresa – fioriscono organizzazioni come Longevity Suite, che offre non meglio specificati trattamenti detox e quindi (nesso non dimostrato) antiage al costo di centinaia di euro a seduta, ma solo dopo aver effettuato indagini sull’età biologica come il Longevity Molecular Profile, che analizza la membrana dei globuli rossi per 250 euro o il Biological Age Test, che per 350 euro stabilisce la differenza tra età biologica ed età anagrafica. Per chi vuole ci sono cliniche che propongono soggiorni settimanali con trattamenti come quelli a base di ghiaccio e altri protocolli mai approvati da enti regolatori, sempre costosissimi.

La responsabilità, va ricordato, è anche di personalità note come Orlando Bloom, che sostiene di aver purificato il proprio sangue dalle microplastiche, o Jennifer Aniston, grande fan dei “peptidi”, termine che non significa nulla perché i peptidi sono solo frammenti di proteine, così come dei media, che fanno da cassa di risonanza a molti di questi personaggi, senza preoccuparsi delle conseguenze. Anche in Italia quasi ogni giorno le testate principali diffondono le teorie di persone con storie a volte discutibili, insieme a vicende singole di centenari, alimentando l’idea alla base della sindrome, e cioè che basti agire in un certo modo per non invecchiare, e che tutto dipenda dal proprio comportamento, dalla dieta, dalla ginnastica e così via: un danno culturale enorme, e non solo per chi – tutti – comunque invecchierà, e resterà deluso. C’è infatti anche l’idea di superuomo, per dirla con Simons, all’origine dell’incomprensione tra medici e pazienti, delle denunce, delle aggressioni e dell’eccesso di medicina difensiva: la malattia, la vecchiaia e la morte non sono più contemplate, perché basta intervenire adeguatamente per annullarle. Le conseguenze di questa rimozione collettiva sono sotto gli occhi di tutti.

L’esempio forse più noto, in Italia, è probabilmente Valter Longo, l’italo-americano che dagli studi scientifici sui possibili benefici del digiuno – molto discussi, oggi, nella comunità scientifica – ha tratto prima diversi libri best seller, poi una linea di prodotti (per lo più brodi vegetali, cracker e simili) in vendita a centinaia di euro (per i quali ha avuto vari guai per pubblicità ingannevole). Infine, si è dedicato alle residenze per anziani ancora in salute (i cosiddetti senior co-housing) dove, tramite la sua fondazione, propone i suoi protocolli anti invecchiamento. Nonostante una traiettoria a tratti opaca, Longo è molto rispettato sui media nazionali e, come Johnson, afferma di avere un’età biologica inferiore a quella anagrafica, e di esser pronto a vivere almeno 120 anni, anche se la valutazione dell’età biologica di una persona è un parametro non codificato ufficialmente, che ciascuno interpreta – e vende – un po’ come crede. Tuttavia, poiché gli imprenditori come Longo non propongono farmaci ma supplementi e protocolli, non si riesce a porre un freno a un mercato che sta diventando una giungla, e che nasconde non pochi rischi per la salute, non solo mentale.

Da notare che con una recentissima revisione Cochrane, più che attendibile, dimostra una volta per tutte che il digiuno intermittente, uno dei rimedi consigliati da Longo e non solo per perdere peso e iniziare così il proprio percorso verso l’immortalità, non è affatto superiore a qualunque altra restrizione calorica.

Nel 2023, il business globale degli integratori, dei dispositivi come i tracker (tra i quali gli anelli di moltissimi personaggi famosi) e dei trattamenti anti-age superava i 63 miliardi di dollari e, secondo le stime, nel 2030 sarà di poco inferiore ai 250. 

Poi c’è la scienza, quella vera. Lo scorso agosto, per esempio, è uscito su PNAS uno studio che non avrà fatto piacere agli immortalisti. Analizzando i dati dei 23 paesi più ricchi del mondo, nei quali si suppone che la medicina sia di qualità e che si facciano tutti gli sforzi possibili per prevenire e curare e per aiutare le persone a invecchiare bene, gli autori, ricercatori del Max Plank Institute di Rostok in Germania, dell’Institut National d’Etudes Démographiques di Aubervilliers in Francia e del Center for Demography of Health and Aging della University of Wisconsin di Madison, hanno dimostrato che la durata della vita della specie umana ha probabilmente raggiunto un plateau oltre il quale non potrà spingersi: nessuna delle generazioni nate dopo il 1939 e fino al 2000 vivrà in media cento anni.

Ai primi del Novecento a oggi l’aumento è stato costante, generazione dopo generazione, ma ora abbiamo raggiunto il massimo, come del resto dicono anche i telomeri, le strutture cromosomiche che hanno una lunghezza finita. Non miglioriamo più perché abbiamo raggiunto livelli ottimali nella mortalità infantile, e non perché abbiamo trovato modi per diluire all’infinito la vecchiaia.

È vero: dai primi del Novecento a oggi l’aumento è stato costante, generazione dopo generazione, ma ora abbiamo raggiunto il massimo, come del resto dicono anche i telomeri, le strutture cromosomiche che hanno una lunghezza finita. Lo si vede nel rallentamento dell’aumento della vita media: se fino a poco tempo fa si è guadagnato un tempo pari a 0,46 anni a ogni generazione, oggi c’è una vistosa diminuzione, che varia dal 37 al 52%. In altre parole, non stiamo più continuando ad acquisire mesi o anni di vita ulteriore, o lo stiamo facendo molto meno di prima. Tra l’altro, non miglioriamo più perché abbiamo raggiunto livelli ottimali nella mortalità infantile, e non perché abbiamo trovato modi per diluire all’infinito la vecchiaia. Più di così non possiamo fare, come specie.

Va notato tra l’altro che nel lavoro, a differenza delle affermazioni apodittiche degli immortalisti, il tono è sempre scientifico, e cioè dubbioso: anche se le previsioni si basano su metodi più che convalidati, scrivono gli autori, e tutti i dati rendono più che improbabile un’inversione di tendenza, si tratta di stime.

Ancora, un altro punto di vista lo hanno fornito tre studi pubblicati all’inizio dell’anno su soggetti molto amati dai media mainstream: i centenari, di cui non passa settimana senza che non si narrino le gesta, proponendole come ricetta per l’immortalità. La scienza, però, dice cose diverse.

Il primo, uscito su Molecular Psychiatry, ha riprodotto lo stesso schema dei media, e cioè ha raccontato le storie di 160 ultracentenari (venti dei quali già oltre i 110 anni) brasiliani attivissimi, ma in questo caso con un approccio scientifico, cioè unendo dati molecolari e biologici alle loro storie. C’era infatti la suora Inah Canabarro Lucas, la donna più vecchia del mondo, che non ha mai rinunciato ai dolci e, in particolare, al cioccolato, appena morta a 116 anni. Poi c’era un’altra donna, che oggi di anni ne ha 106, che ha iniziato a competere nelle gare di nuoto quando ne aveva settanta, ha vinto la prima a cento e non ha intenzione di fermarsi, incoraggiata anche dalle due sorelle minori, già oltre i cento, e dalla zia, che ha già oltrepassato i 110. E poi c’era un uomo di 107 che, come volontario, lavora in un supermercato, e altri over 100 ugualmente vivaci. I ricercatori dell’Università di San Paolo hanno analizzato il loro genoma, e scoperto che gran parte della loro personale ricetta risiede lì, e non altrove. Con un ingrediente segreto: la mescolanza.

Tutti i superagers hanno infatti ascendenze africane, europee e native americane insieme: la vita ama il meticciato e il rimescolamento genetico, e lo protegge cercando di trasmetterne i benefici il più a lungo possibile, con buona pace dei movimenti per la purezza etnica. Una controprova fondamentale, poi, è arrivata dal loro stile di vita: nella maggior parte dei casi, i centenari vivevano in piccoli paesi lontani dalle città, dove la sanità non è esattamente a cinque stelle. Inoltre, in base alle loro testimonianze, erano persone agli antipodi della sindrome: non si erano mai preoccupate più di tanto di ciò che mangiavano o bevevano, non erano mai stati fanatici del fitness e avevano idee piuttosto vaghe sulla prevenzione delle malattie dell’invecchiamento. Non esattamente un viatico per gli immortalisti.

Poi è uscito il secondo, questa volta su Science, dedicato ai gemelli e condotto dai ricercatori del Weizmann Institute of Science in Rehovot, in Israele. In questo caso la ricerca si è estesa fino ai dati dell’Ottocento e dei primi del Novecento relativi a coorti di gemelli in Danimarca, Svezia e Stati Uniti, con lo scopo di individuare tutti i fattori estrinseci che avrebbero potuto causare la morte di un gemello come gli incidenti, distorcendo i dati sulla durata della vita. Una volta eliminati gli elementi spuri, il ruolo del genoma è apparso molto più chiaro, perché i gemelli tendevano ad avere vite e morti assai più simili. E per quanto riguarda la durata della vita, è emerso che i geni ne sono responsabili per il 55%, un valore molto più alto rispetto alle stime precedenti, che si fermavano a una percentuale compresa tra 6 e 25%. Ciò non significa che il genoma sia una condanna, ma che il margine di intervento è assai più limitato del previsto, perché quanto vivremo lo decide in gran parte il DNA. Un’altra pessima notizia per gli immortalisti: a meno di non modificare il genoma, sarà assai complicato prolungare la giovinezza.

Infine, Nature ha riportato quanto hanno scoperto i ricercatori dell’Università dell’Illinois di Chicago studiando i reperti autoptici di persone molto diverse: giovani e adulti con capacità cognitive intatte, anziani con segni di decadimento cognitivo o demenza do Alzheimer e anziani con capacità mnemoniche e intellettive eccezionali, chiamati SuperAgers. L’ippocampo di questi ultimi, sede principale dei meccanismi che regolano la memoria, ma non quello degli altri, ha una firma genetica caratteristica, riconoscibile, cui corrisponde una straordinaria riserva di cellule nervose immature e pronte a rimpiazzare quelle che muoiono. Un regalo del genoma che nessuna pozione può assicurare.

Forse è per questo che Simons pensa al superanziano con biohack supportato dall’IA: l’evoluzione ci ha plasmato seguendo vie diverse, impossibili da modificare. Forse anche lui è già in preda alla sindrome, e probabilmente inseguendo il suo obiettivo non si gode appieno la sua giovinezza. Ed è un peccato perché anche lui, come tutti, ha a disposizione un tempo limitato.

Agnese Codignola

Agnese Codignola è scrittrice e giornalista scientifica con un passato da ricercatrice. Il suo ultimo libro è Alzheimer S.p.A. Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è (Bollati Boringhieri, 2024).

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