Il 27 gennaio 2025, poco dopo l’inizio del suo mandato, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato uno dei suoi tanti ordini esecutivi, chiamando il dipartimento della Difesa a sviluppare un sistema di difesa da attacchi aerei e missilistici su tutto il territorio nazionale, poi ribattezzato Golden Dome, “cupola d’oro”. L’obiettivo è la “protezione degli […]
Il 27 gennaio 2025, poco dopo l’inizio del suo mandato, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato uno dei suoi tanti ordini esecutivi, chiamando il dipartimento della Difesa a sviluppare un sistema di difesa da attacchi aerei e missilistici su tutto il territorio nazionale, poi ribattezzato Golden Dome, “cupola d’oro”. L’obiettivo è la “protezione degli Stati Uniti contro missili balistici, ipersonici e da crociera avanzati, e altri attacchi aerei di prossima generazione da parte di avversari pari, quasi pari e Stati canaglia.” Insomma: proteggere gli USA contro qualsiasi tipo di attacco arrivi dal cielo, non solo da qualche missile isolato lanciato da piccoli Paesi come la Corea del Nord (Stati canaglia), ma anche da attacchi su larga scala da parte di Russia o Cina (rispettivamente l’avversario pari e quello quasi pari).
1. Un po’ di storia
L’idea di realizzare un sistema capace di proteggere in modo sicuro e affidabile tutto il territorio nazionale è sempre stato un sogno degli strateghi, non solo americani, e i recenti successi contro i droni e i missili iraniani ottenuti dagli israeliani con il loro Iron Dome hanno risvegliato gli entusiasmi. Ma nella difesa da missili balistici nucleari è insito un problema fondamentale: la dottrina delle grandi potenze nucleari è ancora oggi basata sulla Mutual Assured Destruction (MAD, distruzione mutua assicurata). Questo significa che se oggi una potenza nucleare lanciasse missili nucleari verso l’avversario, questo sarebbe in grado di controbattere in tempo con i propri, distruggendo a sua volta l’aggressore. La garanzia di distruzione totale reciproca è ciò che fino a oggi ha impedito di fatto lo scoppio di una guerra nucleare, mantenendo un equilibrio stabile, che però svanirebbe se uno dei due contendenti disponesse di un sistema di difesa contro i missili nucleari dell’avversario. Proprio per questo nel 1972 USA e URSS hanno firmato un accordo che limitava drasticamente lo sviluppo di sistemi di difesa anti-missile, il cosiddetto Anti-Balistic Missiles (ABM) Treaty. Il trattato è sopravvissuto per trent’anni, fino a quando nel 2002 gli USA si sono ritirati unilateralmente, giustificandosi con la necessità di difendersi da eventuali attacchi di Paesi terzi, i famosi Stati canaglia, una definizione adottata dagli USA per quei piccoli Paesi considerati loro nemici e sotto il controllo di governi autoritari, come la Corea del Nord e l’Iran.
Nonostante il trattato ABM, nel 1983 l’allora presidente Ronald Reagan aveva già lanciato un progetto di difesa anti-missili che chiamò Strategic Defense Initiative (SDI, iniziativa di difesa strategica), noto anche come Guerre stellari. Già allora si parlò infatti di piazzare le armi di difesa, gli intercettori, direttamente nello spazio, per poter distruggere i missili avversari già nella prima fase di volo. Ma l’SDI si scontrò subito con due problemi fondamentali che si rivelarono insormontabili: la tecnologia immatura e i costi esorbitanti. Le grandiose idee iniziali furono gradualmente ridotte a obiettivi più limitati e sistemi più realistici. Fino a che, verso la fine della presidenza Reagan, ci si ridusse al progetto Brilliant Pebbles (sassolini brillanti): una costellazione di migliaia di mini-satelliti armati di proiettili da lanciare contro i missili sovietici. Un progetto con un costo iniziale (sotto)stimato tra i 10 e i 20 miliardi di dollari, che però in poco tempo salì a 55. La decisione sulla realizzazione del progetto fu però lasciata all’amministrazione entrante, la presidenza di Bush padre. Ma pochi mesi dopo il cambio di presidente USA, nell’autunno del 1989, cadde il muro di Berlino. Gli sconvolgimenti geopolitici che ne seguirono riorientarono le priorità della difesa statunitense verso la minaccia che sembrava più immediata, quella di Paesi come la Corea del nord o l’Iran, piccoli ma non per questo poco pericolosi.
Così la parte spaziale e faraonica della SDI cadde nell’oblio. Sopravvisse solo la Missile Defense Agency (MDA), che ancora oggi gestisce 44 batterie di missili anti-missile piazzati in California e Alaska, un sistema di difesa contro attacchi balistici isolati e sporadici. Molto limitato, dunque, anche se oltremodo costoso (250 miliardi di dollari spesi fino a oggi), e oltretutto non proprio rassicurante, visto che dei 21 test eseguiti fino a ora solo 12 hanno funzionato.
2. Cupola d’oro e Guerre stellari
Oggi il presidente Trump torna sull’idea di una difesa totale, lanciando quella che a prima vista sembra una riedizione della SDI di Reagan, ma ci sono differenze fondamentali tra le due iniziative.
Innanzi tutto lo scopo del Golden Dome è molto più vasto e complesso rispetto a quello della SDI, che doveva proteggere gli USA solo dai missili balistici intercontinentali. Golden Dome dovrebbe invece difenderli da qualsiasi tipo di arma celeste, inclusi droni e i nuovi missili ipersonici.
Un’altra differenza importante sta nello stato della tecnologia. Ai tempi di Reagan i costi di lancio dei satelliti di cui la SDI aveva bisogno erano enormemente più alti rispetto a quelli attuali, e l’affidabilità della tecnologia spaziale riduceva drasticamente la vita orbitale dei satelliti stessi. Anche il software di comando e controllo si è evoluto enormemente nell’ultimo mezzo secolo, e con esso la potenza di calcolo e la capacità di gestione di grandi quantità di informazioni. È innegabile che molti dei problemi tecnologici che rendevano la realizzazione della SDI impraticabile nel secolo scorso oggi sono stati risolti o almeno alleviati.
Infine c’è una differenza ideologica fondamentale. L’obiettivo di Reagan era fermare la proliferazione delle armi nucleari: per lui la SDI, una volta realizzata per gli USA, doveva essere estesa anche all’avversario, l’URSS, e poi posta sotto il controllo delle Nazioni Unite, diventando così una difesa globale da attacchi nucleari che avrebbe reso praticamente inutile l’arsenale missilistico nucleare mondiale. Devo dire che fatico a credere a un Ronald Reagan in veste di colomba di pace, ma ci sono documenti che provano come il presidente propagasse questo obiettivo anche internamente con il governo e il congresso. Naturalmente fu osteggiato praticamente da tutti i politici e militari statunitensi, che certo non si sognavano di regalare al nemico il proprio sistema di difesa, ma anche dagli alleati della NATO, che temevano l’esclusione dalla copertura dei loro territori, e ovviamente dall’Unione Sovietica, che non si fidava delle dichiarazioni di Reagan.
Anche Golden Dome serve a Trump per ridurre i costi del suo arsenale nucleare, ma l’intento è di raggiungere questo obiettivo imponendo definitivamente la supremazia militare USA sul mondo.
3. Quale architettura per il Golden Dome
Ma in che cosa consisterà di preciso il Golden Dome? Sappiamo che deve proteggere da qualsiasi tipo di attacco aereo, dai missili balistici a quelli ipersonici, dagli aerei ai droni, ma dato che queste armi implicano scenari molto diversi tra loro, occorrerebbero difese altrettanto diversificate: un conto è cercare di abbattere un missile balistico nucleare, un altro è affrontare uno sciame di droni. Per questo il Golden Dome non sarà un sistema di difesa unico, ma un cosiddetto sistema di sistemi, cioè un aggregato di sistemi d’arma diversi, ognuno mirato alla difesa da un genere particolare di attacco, integrando possibilmente anche i sistemi già esistenti.
Ma il problema non è solo decidere da cosa ci si vuole proteggere. Importante è anche stabilire chi si vuole proteggere. Il punto di partenza di Trump è ovviamente la protezione del territorio USA. Ma, nel dettaglio, la questione si complica. Il Golden Dome avrà bisogno di basi su territori alleati (si pensi alla attuale discussione sulla Groenlandia). Come ci si deve comportare con queste aree? Ci si concentra sulla protezione della base militare? Oppure si deve estendere la protezione all’intero Paese alleato che ospita la base? Da alcune dichiarazioni recenti sembra che l’orientamento di Trump – coerente con l’approccio già visto in altri casi – sia di offrire protezione solo agli alleati disposti a contribuire finanziariamente alla realizzazione del Golden Dome.
Sulla base di queste ipotesi, per tutto il 2025 i generali e l’industria bellica USA si sono messi al lavoro per definire una possibile architettura del sistema. Di queste attività naturalmente è trapelato pochissimo, dato l’alto livello di segretezza della questione, per cui dall’esterno si può solo cercare di fare un’analisi generica di cosa possa implicare la realizzazione di un sistema con gli obiettivi del Golden Dome. In generale un sistema di protezione anti-aerea è basato su quattro elementi fondamentali: i sensori, cioè i sistemi che rilevano la minaccia (il lancio di un missile, o l’avvicinamento di un aereo o di un drone); gli intercettori, cioè le armi che servono per distruggere le armi attaccanti; la rete di comunicazioni che trasporta le informazioni; e infine il sistema decisionale, quello che mette insieme le informazioni ricevute dai sensori, identifica la minaccia e manda istruzioni agli intercettori per annullarla.
L’obiettivo principale e anche il compito più difficile del Golden Dome sarà la protezione da attacchi di missili balistici nucleari, quindi concentriamoci su questo problema. Il volo di un missile balistico si divide generalmente in tre fasi: la prima è la fase di spinta, nella quale il missile accelera rapidamente e porta il veicolo spaziale con le testate nucleari su una traiettoria balistica oltre l’atmosfera. La seconda fase è quella balistica, appunto, in cui il veicolo percorre una traiettoria parabolica verso il suo obiettivo. La terza è quella del rientro in atmosfera, in cui il veicolo rilascia le testate nucleari dirigendole verso gli obiettivi.
La fase di spinta è quella più utile per tentare di intercettare il missile. Prima di tutto perché il missile è ancora relativamente lento. Poi, perché i motori del razzo producono un’enorme scia di gas caldissimi, facile da individuare anche da grande distanza. Infine perché in questa fase il missile non può ancora lanciare le sue contromisure, tipicamente una serie di finti missili con una firma radar e termica simile alla sua, che confondano l’intercettore. Ma il problema è che questa fase dura solamente circa tre minuti, per cui bisogna agire molto rapidamente. Per questo è assolutamente indispensabile che il sensore che rileva il lancio del missile balistico e l’intercettore che lo colpirà siano posizionati il più possibile vicino al sito di lancio. La soluzione obbligata è quella di collocarli nello spazio.
4. Armi nello spazio
Ma il posizionamento di sensori e intercettori nello spazio non è semplice. In effetti, quando si parla di veicoli spaziali, è proprio il termine “posizionamento” a essere incorretto. Infatti un satellite non sta mai fermo, ma si muove ad altissima velocità su una traiettoria fissa dettata dalle leggi della meccanica orbitale. Un veicolo spaziale su un’orbita bassa (qualche centinaio di chilometri di altezza sulla superficie terrestre) viaggia a 28000 km/h e compie un giro attorno alla Terra in circa un’ora e mezza, per cui passa la maggior parte del tempo da tutt’altra parte rispetto a dove servirebbe che fosse, cioè vicino al punto di lancio di un missile nemico. Tra gli addetti ai lavori questa difficoltà è definita come il problema dell’assenteismo. Per monitorare costantemente dallo spazio tutti i possibili siti di lancio nemici serve dunque una fitta rete di satelliti, collocati su orbite tali da garantire che in ogni momento ci sia almeno un satellite sensore che sorvola da vicino ogni punto del territorio da monitorare.
Del problema dell’assenteismo soffrono naturalmente anche i satelliti intercettori, anzi, per questi il problema è ancora più grave, dato che bisogna tener conto anche del tempo che il proiettile lanciato da essi impiegherà per raggiungere e colpire il missile nemico. La rete di intercettori deve quindi essere progettata in modo da garantire che in ogni momento non solo ci sia almeno un satellite sopra ogni potenziale sito di lancio di missili nemici, ma che sia anche abbastanza vicino a essi per poterli colpire in tempo. Come per i sensori, anche per gli intercettori serve dunque una vasta costellazione di satelliti.
Ma di quanti satelliti stiamo parlando? In assenza di numeri di prima mano, che se già esistono sono comunque coperti da segreto militare, la stampa specializzata ha provato a calcolare delle stime attendibili, che variano da qualche migliaio a oltre centomila satelliti. Sono così diverse perché dipendono da molti parametri, come la varietà e intensità degli attacchi da respingere, il livello di rischio che si è disposti ad accettare, e le prestazioni che ci si attende dalle tecnologie applicate – l’analista Todd Harrison ha costruito un modello parametrico del Golden Dome per cercare di stabilirne il costo a seconda delle scelte fatte su questi aspetti.
Un altro punto importante da considerare per un sistema che deve fare uso di intercettori satellitari, è quello che si chiama “capacità del caricatore”, cioè la quantità di “colpi” a disposizione per ciascun intercettore prima di dover “ricaricare”. Se avete mai visto un film di azione, vi saranno familiari i momenti in cui l’eroe esaurisce le pallottole e deve fare una pausa per ricaricare la sua arma. Nel caso degli intercettori spaziali il processo di ricarica richiede il lancio di altri satelliti, e può dunque durare giorni o anche settimane. La soluzione è aumentare il numero di intercettori in volo, oppure creare depositi orbitali di munizioni.
Come si vede, dare una dimensione al Golden Dome è un compito molto difficile. I parametri che modulano il sistema sono molteplici e spesso correlati. E il risultato non è solo il livello di complessità del sistema, ma anche il suo costo totale. Il governo Trump ha annunciato un costo di “soli” 175 miliardi di dollari. Le stime indipendenti che si possono trovare sulla stampa specializzata invece spaziano da qualche centinaio di miliardi fino a varie migliaia di miliardi di dollari. Si tratta di cifre enormi anche per l’apparato militare statunitense, abituato a budget da capogiro.
5. Le sfide di Golden Dome
Dal punto di vista tecnologico ci sono alcuni aspetti importanti che dovranno essere affrontati e risolti per realizzare la parte più difficile e innovativa del sistema Golden Dome, quella spaziale.
Il principale elemento che andrà sviluppato da zero sono i satelliti intercettori (i satelliti sensori esistono già, sono quelli che chiamiamo satelliti spia). Gli intercettori sono difficili e costosi da realizzare, ma in linea di principio già fattibili con la tecnologia attuale. Ma il diavolo, come al solito, si annida nei dettagli. Per rispettare il tempo brevissimo disponibile tra il momento del lancio e quello dell’intercettazione del missile nemico, il numero di satelliti sensori e intercettori da mantenere in orbita, come abbiamo visto, deve essere necessariamente molto grande. Per mantenere la costellazione entro numeri ragionevoli, diciamo qualche migliaio di satelliti, ogni componente del sistema dovrà raggiungere prestazioni al limite della tecnologia. Ad esempio i sensori dovranno riuscire a identificare il missile nemico già attraverso le nuvole, e i proiettili intercettori dovranno viaggiare a velocità elevatissime per raggiungere l’obiettivo entro qualche decina di secondi. Già ai tempi della SDI si era parlato di usare, invece di proiettili o missili, dei potentissimi raggi laser. Il vantaggio è che con un laser l’intercettazione è istantanea, e la capacità del caricatore è potenzialmente infinita. Solo che simili raggi laser richiederebbero una potenza elettrica enorme, da generare e immagazzinare a bordo del satellite, una capacità al limite della tecnologia attuale, e che comunque renderebbe il satellite intercettore ancora più grande e costoso.
Anche supponendo di disporre di sensori che agiscono rapidamente e di intercettori sufficientemente veloci, il processo decisionale per stabilire se intercettare il missile o no avrebbe comunque solo pochi secondi a disposizione. Oggi la catena di comando che si attiva in risposta a un allarme missilistico nucleare deve prendere una decisione entro una trentina di minuti, il tempo che impiega un missile balistico ad arrivare sull’obiettivo. Per questo ci si può permettere di includere esseri umani che prendano la decisione finale di contro-attaccare (la famosa valigetta con i codici nucleari del presidente). Se invece si hanno a disposizione solo tre minuti in tutto, la decisione di intercettare il missile attaccante dovrà necessariamente essere presa da un computer. Non vorrei essere nei panni di colui che deve certificare l’affidabilità di un software che si assumerà una tale responsabilità, specialmente nel caso in cui si decida di far uso di intelligenza artificiale.
Ma alla fine la sfida più grande per il Golden Dome sta nella difficile conciliazione della soluzione tecnologica adottata con gli aspetti economici. Il numero dei satelliti necessari per realizzare il sistema di difesa dipende pesantemente dalle prestazioni, e quindi dalle tecnologie dei singoli componenti, e il costo della costellazione dipende dal numero dei satelliti che la compongono, e dalla durata media della vita orbitale di questi satelliti. Prendiamo l’esempio di Starlink, che attualmente ha in volo circa 10.000 satelliti. La vita orbitale di ciascuno di questi è stimata da tre a cinque anni. Questo significa che ogni anno bisogna rimpiazzare da un quinto a un terzo dei satelliti in orbita, cioè da 2000 a oltre 3300! Dato che con ogni probabilità la costellazione di Golden Dome avrà una dimensione paragonabile o superiore a quella di Starlink, anche il ritmo di rimpiazzo sarà simile. Supponiamo (ma è una stima ottimista) che un satellite intercettore costi qualche decina di milioni di dollari e moltiplichiamo questa cifra per il numero di satelliti da lanciare ogni anno: arriviamo facilmente a una spesa annuale di decine di miliardi di dollari solo per rimpiazzarli. Senza contare poi i costi di operazione del sistema, anch’essi spaventosi.
6. Le conseguenze di Golden Dome
A parte le difficoltà tecnologiche e i costi esorbitanti, che in fondo riguardano solo gli USA, l’aspetto più allarmante di Golden Dome, che invece tocca tutti noi, è l’effetto disastroso che avrà sulla stabilità mondiale. Un Golden Dome funzionante smantellerebbe l’equilibrio strategico attuale, basato sulla MAD, che regge da oltre settant’anni. Sotto il nuovo ombrello missilistico gli USA non avrebbero più timori di lanciare un attacco nucleare verso gli avversari, dato che una loro reazione verrebbe sventata sul nascere.
Naturalmente gli avversari, Russia e Cina in primo luogo, saranno costretti a reagire in qualche modo. Una possibile reazione è la creazione di un sistema di difesa anti-missili equivalente a quello statunitense. Ma se la Cina è probabilmente già tecnologicamente in grado di farlo, ho molti dubbi sulla Russia, che negli anni di confusione seguiti al crollo dell’Unione Sovietica ha perso molto del suo know-how in campo spaziale e sta facendo una gran fatica a ricostruirlo. Inoltre non è detto che le altre super-potenze decidano di imbarcarsi in un tale progetto, che comporterebbe un investimento di risorse talmente enorme che potrebbe risultare insostenibile.
L’alternativa più semplice e relativamente meno costosa a disposizione di Russia e Cina è un forte riarmo nucleare, moltiplicando il numero di missili balistici nel loro arsenale in modo da riuscire a saturare, con un attacco massiccio, la capacità di difesa di Golden Dome. Un riarmo che è già cominciato, almeno da parte della Cina, che partiva da un numero di missili balistici molto minore rispetto a quelli statunitensi.
C’è poi una terza opzione, legata al fatto che Golden Dome porta per la prima volta le armi nello spazio, infrangendo un tabù che dura dall’inizio dell’era spaziale (oltre a violare un trattato ONU). E le armi, come sempre, attirano la guerra: Russia e Cina si sentirebbero legittimate ad azioni di guerra spaziale, per distruggere anche preventivamente i satelliti intercettori USA. Anche questo avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti a livello globale: la distruzione di uno o più satelliti della costellazione creerebbe una nuvola di detriti spaziali difficile da eliminare in tempi brevi. Questi detriti potrebbero provocare un effetto a catena, distruggendo i satelliti civili e rendendo le orbite basse praticamente inutilizzabili per decenni, con impatti disastrosi sulla nostra società, che oggi dipende fortemente dall’infrastruttura spaziale.
Con i suoi problemi tecnologici, i costi spaventosi e il tempo limitato a disposizione per dimostrare i primi risultati, Golden Dome ha un’alta probabilità di diventare il classico gigantesco spreco di soldi pubblici che collasserà sotto il suo stesso peso, come sostiene l’esperto di armi nucleari Jeffrey Laws. La speranza è che, come nel caso della SDI degli anni Ottanta, il collasso avvenga presto, prima ancora che cominci la fase di realizzazione. Il mio timore però è che lo sviluppo venga accelerato per arrivare a lanciare almeno un paio di satelliti sensori e intercettori, e dimostrare così la possibilità di intercettare i missili dallo spazio entro la fine del mandato di Trump. Non dimentichiamo che Golden Dome è una colossale miniera d’oro per l’industria aerospaziale USA, la quale sa che il progetto potrebbe facilmente dissolversi nel nulla al cambio di amministrazione. Le conseguenze di questi primi passi sarebbero già disastrose: una volta iniziata la militarizzazione dello spazio sarà difficile fermare il processo, russi e cinesi reagiranno, il mondo diventerà più instabile, e il rischio di un conflitto nucleare globale crescerà. Un prezzo davvero troppo alto da pagare per un progetto che non ha né una ragione né una necessità.