Il modo in cui diamo valore di oggetto o di soggetto a ciò che vediamo delle persone è mediato da cultura e società. Un nuovo esperimento ha provato a individuare un correlato neurale di questa reazione e ne ha compreso la causa primaria.
Parlare di “oggettificazione” del corpo femminile è difficile. Si rischia sempre di precipitare in un retrivo conservatorismo, fatto di discorsi moraleggianti su come una donna dovrebbe comportarsi o mostrarsi.
Tracciamo allora una linea di demarcazione. Qui non intendiamo discutere il libero esercizio della sensualità. Non c’è nessun processo da intentare contro il desiderio di piacere. E anche esercitare la cosciente libertà di “usar-si”, cioè di mettere consapevolmente in gioco il proprio corpo, di esibirlo, di sottrarlo, non richiede mai un permesso. Da parte di nessuno.
La questione è un’altra. Si tratta di capire cosa accade quando l’oggettificazione non nasce dal libero desiderio della donna ma da una cornice culturale che lo precede e lo soverchia, riducendo il corpo femminile – più di quello maschile – a superficie d’uso e di giudizio. E si tratta di valutare se di questa cornice vi sia traccia anche nel modo in cui il nostro cervello elabora immagini di corpi. Se, cioè, l’oggettificazione del corpo femminile lasci un’impronta nel modo in cui i nostri cervelli reagiscono alla sua rappresentazione.
Per oggettificazione femminile si intende, in estrema sintesi, il trattamento della donna come corpo – o come insieme di parti del corpo – valutato soprattutto per l’uso e per il piacere altrui. In ambito psicologico, uno dei riferimenti teorici più influenti è la Objectification Theory di Barbara L. Fredrickson e Tomi-Ann Roberts, che descrive l’oggettificazione come fenomeno radicato nelle pratiche sociali e culturali. In un determinato ambiente sociale, l’oggettificazione non resta confinata allo sguardo maschile, ma può essere interiorizzata dalle donne stesse. È ciò che Fredrickson e Roberts chiamano auto-oggettificazione, ossia, in misura variabile e a seconda dei contesti, l’abitudine della donna a percepirsi da fuori e a sorvegliarsi come corpo continuamente esposto allo sguardo altrui.
Se Fredrickson e Roberts hanno ragione, allora una traccia neurale – un “correlato neurale” – dell’oggettificazione femminile dovrebbe essere osservata in tutti gli esseri umani. È chiaro, infatti, che il contesto sociale e culturale non riguarda solo chi guarda, ma influenza tutti coloro che vivono in esso e finiscono per interiorizzarlo, sia pure in modi differenti. Inoltre, tali correlati neurali dovrebbero variare a seconda di quanto il corpo femminile sia rappresentato in modo oggettificante – e cioè a seconda di quanto venga resa saliente la dimensione corporea rispetto ad altri elementi che consentono di cogliere l’altro come soggetto nella sua interezza – e invece dovrebbero attenuarsi, o scomparire, quando la stessa analisi riguardi il corpo maschile.
L’oggettificazione è un fenomeno radicato nelle pratiche sociali e culturali. In un determinato ambiente sociale, l’oggettificazione non resta confinata allo sguardo maschile, ma può essere interiorizzata dalle donne stesse.
Questa tesi sembra trovare riscontro in uno studio neuroscientifico italiano, pubblicato su Scientific Reports, che usa l’elettroencefalografia, cioè una tecnica di neuroimmagine che utilizza piccoli elettrodi appoggiati sul cuoio capelluto che registrano le variazioni elettriche prodotte dall’attività del cervello. Lo studio verifica se esista un segno, nell’attività cerebrale, del momento in cui il corpo delle donne viene elaborato come più simile a un oggetto.
Gli autori si concentrano su un segnale cerebrale chiamato “P300”. In parole semplici: quando vediamo una sequenza di immagini molto simili e, ogni tanto, compare un’immagine rara e diversa dalle precedenti, nell’attività cerebrale evocata dall’immagine si registra una P300, cioè un “picco”, un campanello percettivo che segnala la novità. Se lo stimolo appare nuovo e distante da quelli appena visti in precedenza, questo picco tende ad avere un’ampiezza maggiore e la P300, quindi, aumenta. Se invece lo stimolo assomiglia agli stimoli immediatamente precedenti, il campanello si attenua e la P300 si riduce.
Nel primo esperimento dello studio, i partecipanti osservano sequenze di corpi umani, sia maschili che femminili, in versione “oggettificante”, ad esempio in biancheria intima. In mezzo, di tanto in tanto, appare un’immagine “intrusa”: un avatar dall’aspetto di bambola, a sua volta maschile o femminile, costruita ad hoc per essere il più possibile comparabile alle immagini dei corpi reali.
Il risultato interessante è questo: quando la sequenza è composta da corpi femminili in intimo, la bambola viene rilevata come immagine meno “nuova”, come se il cervello faticasse di più a distinguere con nettezza una donna in intimo da una bambola. Coi corpi maschili mostrati nello stesso formato oggettificante, invece, la P300 è più grande. Il cervello, quindi, distingue più nettamente la bambola maschile da un corpo maschile reale, anche quando mostrato in forma oggettificante. Vale la pena osservare che la scelta di studiare l’oggettificazione modulando il grado di esposizione del corpo (ad esempio mostrando i corpi in intimo) riflette il modo in cui il fenomeno viene definito nella letteratura scientifica: poiché l’oggettificazione riguarda la riduzione dell’altra persona al corpo, i ricercatori ne studiano gli effetti variando il grado in cui la dimensione corporea viene resa saliente.
A questo punto dello studio, i ricercatori hanno però dovuto escludere un’ipotesi alternativa, ovvero che l’effetto dipendesse semplicemente da un diverso modo, generale, in cui il nostro cervello percepisce i corpi maschili e i corpi femminili. Per questo hanno introdotto un esperimento di controllo: mostrare ai partecipanti le stesse immagini del primo studio, ma questa volta con corpi e bambola entrambi vestiti.
Il risultato è notevole: l’effetto precedente scompare. Se tutti sono vestiti, la “bambola” viene riconosciuta dal cervello come diversa dai corpi sia femminili che maschili. In altre parole, la maggiore “somiglianza” tra corpo umano e bambola vale solo per il corpo femminile presentato in chiave oggettificante.
Ma c’è un dettaglio ulteriore, forse ancor più rilevante. Quando i corpi sono in biancheria intima, la minore capacità relativa di distinguere nettamente una donna in intimo da una bambola si osserva sia nei partecipanti uomini sia nelle partecipanti donne; ciò dà un importante supporto empirico alla tesi della matrice sociale e culturale dell’oggettificazione.
Questa asimmetria potrebbe affondare le radici in una cultura patriarcale che ha penalizzato le donne nell’accesso all’autonomia economica e, quindi, alla possibilità di essere riconosciute come soggetti indipendenti.
A questo punto, vale la pena domandarsi quali possano essere i fattori che determinano questa asimmetria nel modo in cui i corpi femminili e maschili vengono valutati e letti.
Prendendo spunto dai filoni del femminismo storico-materialista, potremmo rispondere che questa asimmetria affonda le radici in una cultura patriarcale che ha penalizzato le donne nell’accesso all’autonomia economica e, quindi, alla possibilità di essere riconosciute come soggetti indipendenti.
Questa ipotesi sembra trovare riscontro in alcuni studi di psicologia sociale. In un lavoro australiano, gli autori hanno indagato se vi fosse una relazione tra alcune caratteristiche che i partecipanti attribuivano a donne viste in foto – per esempio una maggiore disponibilità al sesso occasionale – e la tendenza a oggettificarle. Per rendere l’analisi più accurata, hanno tenuto conto anche di alcune variabili legate a chi ha partecipato all’esperimento, cioè di fattori aggiuntivi che potevano influenzare questo tipo di giudizi. Tra questi, quello più sistematicamente associato a valutazioni oggettificanti era la percezione della dipendenza economica femminile. In altre parole, tendiamo a oggettificare maggiormente le figure femminili percepite come economicamente dipendenti dagli uomini, riconoscendo loro meno umanità e meno valore morale.
Un altro filone di ricerca sembra dare supporto a questi risultati e li amplia ulteriormente: è stato osservato che, quanto più le persone percepiscono come forte la disuguaglianza economica nel proprio contesto sociale – cioè quanto più ampio appare il divario tra ricchi e poveri – tanto più cresce la tendenza generale a oggettificare gli altri, guardandoli più come strumenti che come persone con bisogni e interiorità.
Questi elementi non dimostrano le cause dirette del fenomeno, ma rendono plausibile una lettura: che l’oggettificazione non sia semplicemente il prodotto dell’indole o del genere dei singoli individui ma piuttosto la risultante di un apprendimento socio-culturale.
Se le cose stanno così, educare gli uomini a riconoscere le donne come soggetti fatti di volontà, facoltà di autodeterminazione e di rifiuto, è necessario, ma non sufficiente.
Diventa indispensabile trasformare le strutture materiali della disuguaglianza, perché è da esse che la cultura del dominio trae forza e legittimazione, riducendo i più vulnerabili a corpi privi di una piena soggettività.