Articolo
Enrico Bucci
Perché un cristallo di neve è bello?

Perché Un Cristallo Di Neve È Bello? Cover Bucci
arte natura

Ordine, complessità e unicità: le proprietà mostrate dall'acqua solida suscitano un'esperienza estetica simile alle opere d'arte umane.

All’alba, in questi giorni, camminando in campagna si osservano superfici che riflettono la luce in modo diverso dal consueto. L’erba lungo le lamine appare irrigidita, i rami sottili sono rivestiti da strutture minute, i margini delle foglie risultano ispessiti, le superfici lisce restituiscono riflessi puntiformi che cambiano con il passo e con l’angolo di osservazione. Ogni riflesso corrisponde a una piccola faccia di ghiaccio: la configurazione dura finché temperatura, umidità e irraggiamento restano entro un intervallo ristretto; quando una di queste variabili cambia, quelle strutture scompaiono.

Il ghiaccio osservabile direttamente al suolo è brina. Si forma quando il vapore acqueo presente nell’aria passa allo stato solido, oppure quando una sottilissima condensa liquida congela. In entrambi i casi ciò avviene su una superficie: una foglia, un filo d’erba, una pietra, un parabrezza. Il supporto influisce sulla forma finale perché sottrae calore, orienta la crescita e introduce piccole irregolarità. Le strutture risultanti possono essere aghiformi, piumose, ramificate. Anche in questa versione irregolare e transitoria compaiono però caratteristiche che riconosciamo subito: un ordine locale, una forma articolata, differenze evidenti tra una struttura e l’altra.

Osservando questa geometria minuta, il pensiero corre naturalmente ad altri cristalli di ghiaccio, più familiari e più iconici: quelli della neve. Durante la passeggiata, con le montagne imbiancate che chiudono l’orizzonte, il collegamento è immediato. La brina sui campi e la neve sulle cime sono fatte della stessa sostanza, l’acqua solida, sotto spoglie diverse. In entrambe compaiono ordine, complessità e unicità, tre proprietà che tendiamo ad associare alla vita e alle opere umane e che spesso sollecitano il senso estetico.

Sono proprietà che attirano l’attenzione perché suggeriscono coerenza, ricchezza di informazione e una storia. Nella vita quotidiana e nell’arte, ordine e complessità sono spesso il risultato di processi lunghi e intenzionali. Nei cristalli di neve emergono spontaneamente, a partire da molecole d’acqua e condizioni ambientali ordinarie. Per capire come questo avvenga è necessario seguire il processo passo dopo passo.

I cristalli di neve si formano in atmosfera, all’interno delle nubi, e crescono sospesi nell’aria. Durante la crescita non sono appoggiati a una superficie solida. Questo consente al cristallo di svilupparsi nello spazio in modo simmetrico, ricevendo molecole d’acqua da tutte le direzioni. La forma finale riflette sia la struttura interna del ghiaccio sia la successione delle condizioni atmosferiche incontrate durante la crescita.

Il punto di partenza è la molecola d’acqua. Una molecola d’acqua è composta da un atomo di ossigeno legato a due atomi di idrogeno. La sua forma non è lineare: gli atomi non sono disposti in fila, ma formano un angolo. Questo dipende da come gli elettroni dell’ossigeno si distribuiscono attorno al nucleo. In termini semplici, gli elettroni occupano regioni di spazio che tendono a stare il più lontano possibile tra loro, perché cariche elettriche uguali si respingono. Queste regioni sono descritte dalla meccanica quantistica e vengono chiamate orbitali.

Attorno all’ossigeno, le regioni occupate dagli elettroni si dispongono come i vertici di una minuscola piramide a base triangolare, una figura solida con quattro vertici tutti alla stessa distanza dal centro, detta tetraedro. Due dei vertici sono occupati dai legami con gli atomi di idrogeno, due da coppie di elettroni che restano sull’ossigeno. Poiché queste coppie “libere” occupano più spazio, l’angolo tra i due legami con l’idrogeno risulta leggermente compresso e misura circa 104,5 gradi. Questo significa che ogni molecola d’acqua ha una forma angolata, un piccolo triangolo non perfettamente equilatero.

“Nella vita quotidiana e nell’arte, ordine e complessità sono spesso il risultato di processi lunghi e intenzionali. Nei cristalli di neve invece emergono spontaneamente.”

Questa forma ha una conseguenza importante. Gli elettroni che formano i legami non sono distribuiti in modo uniforme tra ossigeno e idrogeno: si concentrano maggiormente verso l’ossigeno. Inoltre, come abbiamo detto, altri quattro elettroni dell’ossigeno occupano i due vertici del minuscolo tetraedro che costituisce la molecola d’acqua, lontano dagli idrogeni. Questo crea una molecola con un lato leggermente più negativo e uno leggermente più positivo. In termini semplici, la molecola ha un “verso”, come una calamita in miniatura. Questa proprietà si chiama polarità.

La polarità permette alle molecole d’acqua di attrarsi tra loro in modo orientato. L’idrogeno di una molecola, che si trova nella parte leggermente positiva, può interagire con una coppia di elettroni dell’ossigeno di un’altra molecola, che si trova nella parte leggermente negativa. Questa interazione è il legame a idrogeno. È più debole di un legame chimico vero e proprio, ma abbastanza forte da tenere insieme le molecole a basse temperature. È anche direzionale: funziona solo se le molecole sono orientate in un certo modo.

Quando molte molecole d’acqua si trovano a bassa temperatura, queste interazioni orientate le costringono a disporsi secondo schemi ripetuti. Ogni molecola tende a legarsi a quattro vicine, seguendo le direzioni imposte dalla sua forma angolata. Nel ghiaccio che si forma alle condizioni atmosferiche terrestri, questa disposizione produce una rete in cui gli atomi di ossigeno occupano posizioni che, viste su larga scala, formano anelli a sei lati. Da qui nasce la simmetria esagonale dei cristalli di neve.

La crescita del cristallo avviene per aggiunta successiva di molecole d’acqua. Ogni nuova molecola che arriva si orienta per incastrarsi nella rete di legami a idrogeno già esistente. Poiché tutte le molecole hanno la stessa forma angolata e si legano secondo le stesse regole, l’accrescimento avviene in modo simmetrico lungo sei direzioni equivalenti. Questo è il motivo per cui il cristallo tende a sviluppare sei braccia.

Il cristallo di neve è spesso piatto perché la rete di legami a idrogeno favorisce una crescita più rapida all’interno di un piano. Le molecole si dispongono come piccoli triangoli appiattiti che si affiancano sullo stesso livello, costruendo strutture estese e sottili. Se le molecole si aggiungessero con la stessa facilità in tutte le direzioni dello spazio, i cristalli sarebbero più compatti e tridimensionali. Invece, le regole di legame privilegiano l’estensione laterale.

Durante la crescita, il cristallo attraversa strati d’aria con temperature e umidità diverse. Ogni cambiamento modifica leggermente la velocità con cui le molecole si aggiungono alle varie braccia. Una piccola differenza iniziale viene amplificata: braccia con una forma che cresce un po’ più rapidamente intercettano più molecole e accelerano ulteriormente. Il risultato è una struttura ordinata nella simmetria generale, ma ricca di dettagli diversi. Ogni cristallo registra nella propria forma la storia delle condizioni incontrate, ed è per questo che non esistono due cristalli identici.

“La regolarità geometrica e la simmetria consentono la previsione della disposizione nello spazio della materia, e sono quindi fra le caratteristiche cui siamo più sensibili”.

Ma perché una struttura come quella di un cristallo di neve – ordinata, complessa e unica – esercita una presa così forte sul senso estetico? 

L’ordine geometrico intercetta una funzione cognitiva di base: la capacità di individuare pattern regolari nell’ambiente. Questa capacità è legata alla necessità di riconoscere rapidamente strutture stabili, oggetti, confini e traiettorie. Un ambiente in cui le regolarità sono riconoscibili è un ambiente più prevedibile, e la prevedibilità riduce il carico cognitivo dell’interazione con il mondo, permettendo anche di anticiparne alcune caratteristiche utili (risorse, pericoli eccetera). La regolarità geometrica e la simmetria, in questo senso, consentono la previsione della disposizione nello spazio della materia, e sono quindi fra le caratteristiche cui siamo più sensibili.

La complessità introduce un livello ulteriore. Strutture troppo semplici esauriscono rapidamente il loro contenuto informativo; strutture del tutto prive di regolarità risultano difficili da interpretare. Le forme che combinano uno schema riconoscibile con variazioni locali si collocano in una zona intermedia che mantiene attiva l’attenzione. Ogni porzione conferma la regola generale e, allo stesso tempo, introduce una differenza. Dal punto di vista evolutivo, questa condizione è strettamente legata all’esplorazione: ambienti che presentano regolarità e variazione sono quelli in cui è utile osservare più a lungo, confrontare, aggiornare le proprie aspettative. La complessità, quando strutturata, segnala che il sistema contiene informazione utile.

L’irripetibilità completa questo quadro. Oggetti simili ma mai identici richiedono un confronto fine dei dettagli. Questa capacità è alla base del riconoscimento individuale, della lettura delle tracce, della distinzione tra eventi simili ma non equivalenti. In un contesto evolutivo, cogliere differenze sottili può fare la differenza tra successo e fallimento. Nei cristalli di neve, l’irripetibilità nasce dal fatto che ogni struttura registra una storia ambientale diversa. Per la mente, questa combinazione di appartenenza a una stessa famiglia formale e differenza individuale è particolarmente stimolante: consente il riconoscimento e, insieme, impedisce l’assuefazione e la noia.

A queste tre componenti se ne aggiunge una quarta, che avvicina ulteriormente all’esperienza estetica: la gratuità. I cristalli di neve non svolgono una funzione pratica, non segnalano uno scopo, non sono il risultato di un’intenzione. Esistono perché le leggi fisiche lo consentono in certe condizioni. Proprio questa assenza di utilità immediata li rende affini alle opere d’arte, che non rispondono a un fine strumentale, ma attivano attenzione, curiosità e piacere cognitivo sfruttando le caratteristiche selezionate dall’evoluzione nei nostri cervelli. L’ordine, la complessità e l’unicità dei cristalli non chiedono di essere usati, ma di essere osservati.

Nel brillare dei campi all’alba, nella brina sui fili d’erba e nella neve sulle montagne, questa convergenza diventa visibile. Molecole d’acqua, legami orientati e condizioni ambientali producono strutture che coincidono con le euristiche cognitive sviluppate per orientarsi nel mondo. La bellezza nasce da qui: dall’incontro tra un ordine materiale rigoroso e un apparato percettivo che riconosce ordine, informazione, unicità e gratuità come segnali fondamentali.

Enrico Bucci

Enrico Bucci, Ph.D. in Biochimica e Biologia molecolare (2001), è stato ricercatore presso l’istituto IBB (CNR) fino al 2014. Dal 2006 al 2008 ha diretto il gruppo R&D al Bioindustry Park del Canavese. Nel 2016 ha fondato Resis Srl, azienda dedicata alla promozione dell’integrità della ricerca scientifica pubblica e privata. È professore aggiunto alla Temple University di Philadelphia presso il dipartimento di Biologia. È consulente per l’integrità nella ricerca scientifica per diverse istituzioni pubbliche e private, sia in Italia che all’estero.
Il suo lavoro nel campo dell’integrità scientifica è apparso su diverse riviste nazionali e internazionali, inclusa Nature ed è stato premiato a Washington nel 2017 con il “Giovan Giacomo Giordano NIAF Award for Ethics and Creativity in Medical Research”. È autore di oltre 100 articoli scientifici su riviste peer reviewed, di alcuni libri divulgativi e di una rubrica quotidiana di divulgazione su «Il Foglio».

Contenuti Correlati