Negli Stati Uniti la ricerca sugli effetti terapeutici degli psichedelici sull'identità di genere e le funzioni sessuali è sotto attacco. Eppure i pochi studi realizzati mostrano risultati promettenti, e dovrebbero incoraggiarci ad ampliare le indagini sui benefici di queste sostanze per le categorie marginalizzate.
Sugli psichedelici è stato detto tanto ma non ancora tutto. Negli ultimi anni, queste sostanze sono tornate al centro di un dibattito che, uscendo dai confini di ciò che è prettamente scientifico, ha inondato conversazioni politiche, sociali ed economiche. Si parla di legalizzazione, talvolta di terapia, e poi di impatto sociale, di esperienze trasformative e anche di soldi – perché le sostanze allucinogene si pagano care. In questo ginepraio di opinionisti, psiconauti e scettici, la scienza può aiutarci a districare i fili e tracciare dei nessi – un tempo illogici, ora incredibilmente sensati – tra causa ed effetto, tra elementi correlati o del tutto separati.
Quando si parla di psichedelici, alcune tematiche liminali connesse (cioè quelle che spesso non si riescono a investigare per mancanza di campioni, metodo o coraggio) sono sessualità e identità. Alcuni centri di ricerca hanno recentemente iniziato a investigare la correlazione tra l’utilizzo di sostanze allucinogene e le funzioni sessuali, o la “scoperta” di altre parti di sé un tempo latenti che hanno a che fare con la messa in discussione del concetto di genere o l’esplorazione del proprio orientamento sessuale. Da ciò nasce la domanda: cosa ci dicono gli psichedelici su di noi?
Coniato negli anni Cinquanta, il termine “psichedelico” deriva dalle parole greche ψυχή (psyche, “anima, mente”) e δηλοῦν (deloun, “manifestare”) ed è utilizzato per descrivere gli effetti soggettivi di queste sostanze, sottolineandone la capacità di alterare la percezione, lo stato di coscienza, l’introspezione, l’empatia, i processi cognitivi e l’umore. In linea generale, non causano dipendenza e sono considerate sostanze sicure. Proprio per i loro profondi effetti sull’elaborazione emotiva, il concetto di io e la plasticità neuronale – cioè la capacità di modificare i circuiti cerebrali – gli psichedelici si sono gradualmente affermati come potenziali agenti terapeutici rivoluzionari. Ad oggi, quello che sappiamo grazie a test psicologici e tecniche di neuroimaging è che consentono una diminuzione della rigidità cerebrale, rendendo il cervello più flessibile e sensibile ai cambiamenti esterni, fornendo spunti di riflessione sui loro esiti terapeutici.
Gli studi clinici più rilevanti riguardano l’MDMA, la psilocibina e l’LSD, e dimostrano una significativa efficacia nel trattamento di disturbi psichiatrici resistenti alle terapie canoniche, come il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), la depressione e l’ansia, con profili di sicurezza favorevoli.
In parallelo al crescente interesse sugli effetti di queste sostanze sulla salute e sulla mente, si sta alimentando anche un dibattito circa l’identità individuale, macro-tema intersecato a più livelli con altri due aspetti: queerness e sessualità. Tutti elementi, questi, sicuramente di difficile studio per diversi motivi. Anzitutto, per l’affatto banale definizione della query, cioè la domanda scientifica – non è infatti semplice definire cosa sia l’identità –, ma anche per la variabilità dei campioni e la presenza di gruppi sperimentali sottorappresentati e marginalizzati, come la comunità queer, all’interno dei trial. Il tutto si condisce di un contesto sociopolitico alquanto sfidante, trovandoci a vivere in Paesi in cui le identità non-binarie o, più in generale, le persone che mettono in discussione la propria identità di genere, non solo non sono riconosciute, ma vengono anche osteggiate. Per questo motivo, occuparsi di tematiche “woke” – come possono essere la sessualità, il corpo e l’identità – è una dichiarazione di intento politico, specie se avviene sotto governi che ne condannano esplicitamente la ricerca.
Tra gli esempi più tristemente eclatanti c’è senz’altro il blocco dei fondi voluto da Trump per la ricerca nel settore diversity, equity and inclusion (DEI) e la disinformazione che l’accompagna. La comunità scientifica mondiale, soprattutto quella statunitense, ha risposto all’attacco del presidente rivendicando la necessità dell’analisi della complessità, attraverso un lungo articolo pubblicato su Nature che ha dato il via a quella che si può definire una vera e propria resistenza scientifica che continua tuttora.
Il definanziamento ha causato un importante dietrofront rispetto agli ultimi decenni, durante i quali l’inclusione di caratteristiche come sesso e genere aveva portato a progressi tangibili in molti ambiti, dalla medicina alla psicologia.
Il che sembra paradossale, considerando che ad Aprile 2026 Trump ha firmato un ordine esecutivo per accelerare l’accesso ai trattamenti per le patologie psichiatriche, includendovi anche le sostanze psichedeliche. Mentre si trova nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca, accompagnato dalla solita schiera di incravattati, Trump cita l’ibogaina, un forte allucinogeno. “Posso averne un po’?” dice, banalizzando gli effetti della sostanza. In realtà, l’ibogaina è uno psichedelico molto potente caratterizzato da un profilo di rischio complesso che, insieme ai benefici, si porta dietro anche conseguenze cardiovascolari importanti. L’ibogaina ha riscosso molto successo, nonostante il controsenso ideologico, tra diversi sostenitori del governo.come ad esempio il podcaster Joe Rogan, che ha espresso il proprio sostegno a Trump nelle elezioni del 2024. Secondo uno studio condotto dal College of Saint Benedict and Saint John’s University, il podcast di Rogan tratta tematiche intrecciate con l’ideologia populista di destra, dalla remigrazione all’antifemminismo, anche se il linguaggio è meno estremo rispetto ai forum della manosfera, il gruppo di personalità online che ha contribuito a sostenere la campagna per la rielezione di Trump. Comunque sia, la tempistica del decreto presidenziale tradisce un intento strategico più che una condivisione profonda del consumo di queste sostanze. A causa dei tagli al personale del Dipartimento degli Affari dei Veterani (VA) e coinvolgimento militare con l’Iran, sempre più veterani contestano la scarsa rilevanza attribuita alla loro assistenza sanitaria. Da qui la risposta dell’amministrazione Trump che, con questo decreto, cerca di riconquistare il sostegno dei veterani – a cui si fa esplicito riferimento nel testo – in vista delle elezioni di medio termine.
Per questo motivo, come sostengono alcuni analisti, il decreto avrebbe una valenza principalmente simbolica. Secondo Cat Packer, direttrice del settore Mercati delle sostanze stupefacenti e regolamentazione legale presso la Drug Policy Alliance, l’amministrazione sta scegliendo di investire su un approccio medicalizzato e incentrato sui veterani, piuttosto che progettare una trasformazione più ampia dell’assistenza sanitaria, le cui risorse sono state oggetto di numerosi tagli, rendendo di fatto impossibile affrontare la crisi della salute mentale in corso negli Stati Uniti. L’appoggio alle terapie psichedeliche sembra quindi più una mossa di marketing che non un tentativo realmente volto ad affrontare il tema della salute mentale da parte del governo. Il supporto di Trump alla terapia basata sugli allucinogeni si inserisce quindi in un ben più ampio schema di capitalismo psichedelico, come spiegano gli autori dell’omonimo libro: i venture capitalists statunitensi vedono nel settore delle sostanze psichedeliche una nuova fonte redditizia del mercato di massa. Molti imprenditori privati hanno deciso di investire in start up biotecnologiche per lo sviluppo di nuove terapie basate su sostanze simil-allucinogene ancora brevettabili, speculando sulla salute dei cittadini. Il rischio è che anche negli Stati Uniti e in Europa succeda come in Australia, dove psilocibina e MDMA sono disponibili legalmente, ma solo su prescrizione medica e a costi elevati – il che solleva interrogativi in merito all’equità e all’accessibilità di queste terapie. Inoltre, la terapia assistita con sostanze psichedeliche conviene perfettamente al modello capitalista in termini di economia di massa, pubblicizzandola come un buon modo per essere più efficienti e, quindi, consentire alla popolazione di ottenere ancora più rendimento dalle proprie vite.
“Tutti i partecipanti allo studio dell’Imperial College che hanno assunto psichedelici hanno mostrato miglioramenti significativi nella comunicazione con i propri partner, una maggiore frequenza nel provare piacere durante i rapporti sessuali e una maggiore soddisfazione del proprio aspetto fisico dopo l’esperienza psichedelica, con effetti misurabili a sei mesi dall’esperienza”.
Così facendo, la narrativa neoliberista indirizza i cittadini verso una sempre maggior individualizzazione dei disturbi mentali, preferendo definire le coordinate della salute all’interno del singolo anziché affrontare la geografia del benessere fisico e mentale nella sua cornice più ampia, prendendo in considerazione elementi come povertà, discriminazioni ed esclusione sociale.
Ad ogni modo, in un periodo in cui la woke culture – concetto contenitore ormai riempibile a piacimento – è messa a repentaglio, affrontare con una postura critica temi come l’identità e le terapie a base di allucinogeni diventa quasi necessario. Perciò, procediamo.
In uno studio pubblicato da un gruppo dell’Imperial College di Londra è stato formalmente valutato l’effetto acuto degli psichedelici sulle funzioni sessuali in due gruppi sperimentali: uno costituito da soggetti che hanno fatto un uso personale definito “naturalistico” di queste sostanze – cioè fuori da una cerimonia guidata o da una ricerca laboratoriale – e un gruppo costituito da pazienti affetti da depressione maggiore a cui sono state somministrate psilocibina o escitalopram, un antidepressivo canonico. Ciò che è emerso è che tutti i partecipanti allo studio che hanno assunto psichedelici hanno mostrato miglioramenti significativi nella comunicazione con i propri partner, una maggiore frequenza nel provare piacere durante i rapporti sessuali e una maggiore soddisfazione del proprio aspetto fisico dopo l’esperienza psichedelica, con effetti misurabili a sei mesi dall’esperienza.
Gli autori hanno ipotizzato che questi effetti possano essere spiegati dalla capacità delle sostanze psichedeliche classiche (e, di conseguenza, della terapia assistita con psilocibina) di favorire miglioramenti a lungo termine nelle capacità di consapevolezza e nel senso di connessione con le persone care, influenzando anche la soddisfazione sessuale. Inoltre, poiché uno degli indicatori dell’azione delle sostanze psichedeliche è l’alterazione dell’attività corticale nelle regioni cerebrali coinvolte nell’elaborazione autoreferenziale (cioè la corteccia prefrontale mediale e la corteccia cingolata posteriore), la terapia con sostanze psichedeliche, o PAT, favorirebbe una riduzione della ruminazione, delle ansie e delle interferenze cognitive.
L’impatto che le sostanze allucinogene hanno sul concetto di sé e di identità diventa particolarmente interessante quando parliamo di persone queer. Facendo un rapido back to basics, queer è un termine ombrello di matrice politica originariamente usato per denigrare la comunità lgbtqia+ che, successivamente, ha iniziato a utilizzarlo per rivendicare il proprio rifiuto delle categorie tradizionali di genere e orientamento sessuale.
Come viene sottolineato in questo lavoro, sono molte le affinità tra l’esperienza queer e quella psichedelica. Prime tra tutte, l’esplorazione della coscienza e il desiderio di comprendere se stessi, a cui segue la loro capacità di innescare esperienze trasformative in grado di incidere sul senso d’identità, sull’accettazione di sé e sulla connessione con gli altri. Con la diffusione della cultura rave, dalla fine degli anni Ottanta, è aumentato anche il consumo di sostanze psichedeliche ed empatogene, come l’MDMA. Si ballava sui confini della legalità, nella speranza di dimostrarsi padroni di sé e liberi nel proprio corpo. Anni di scoperta, di messa alla prova, di superamento e rivendicazione della propria condizione di alterità rispetto a un mondo già iperproduttivo e omologato. Ciò è (ed è stato) vero soprattutto per le categorie marginalizzate, tra cui la comunità queer. Proprio in questa zona grigia, tra la perdizione e la possibilità di una trasformazione radicale, sono entrate in gioco le sostanze allucinogene.
Grazie al crollo dell’inibizione causato dall’MDMA, per esempio, le persone queer che ne hanno fatto uso ricreativo hanno riportato un maggior senso di accettazione, inclusione e senso di emancipazione personale finora inaccessibile. A queste prime evidenze e col crescere dell’interesse occidentale verso gli psichedelici, sono seguiti studi sempre più mirati a promuovere la terapia assistita con psichedelici per aiutare le persone queer nella gestione dei conflitti interiori. Per fare qualche esempio, uno studio sull’uso di ayahuasca da parte di persone lesbiche e gay ha riscontrato che questa le ha aiutate ad abbattere le barriere sociali e culturali, favorendo l’accettazione della propria identità sessuale. Sulla stessa linea, l’MDMA è stato proposto come possibile intervento terapeutico per aiutare le persone transgender e gender diverse che soffrono di PTSD, favorendo processi come l’accettazione di sé e l’affermazione della propria identità queer, oltre a favorire il recupero rispetto a traumi recenti e passati.
Al netto di tutto, ciò che emerge è la mancanza di letteratura sul tema. Sebbene negli ultimi anni gli studi abbiano raccolto più dati su sessualità e genere e abbiano diversificato molto i campioni (integrando anche i contributi di gruppi marginalizzati e sottorappresentati), sono state condotte poche ricerche per esplorare come, di fatto, le persone queer possano trarre beneficio dagli psichedelici. Parallelamente, si è delineata la necessità di aggiornare i protocolli psicoterapeutici in relazione alla comunità queer, nel tentativo di creare uno spazio più sicuro di ascolto e supporto per le persone con identità di genere non binaria e non eterosessuali. Questo è stato fatto, ad esempio, da un gruppo di ricerca che ha recentemente raccolto i pareri di persone transgender e gender diverse allo scopo di introdurre modifiche sostanziali agli attuali protocolli della psicoterapia assistita da MDMA. Tutto ciò è promettente, ma non basta.
Sebbene la ricerca scientifica stia facendo dei passi in avanti verso un cambiamento di paradigma, siamo ancora lontani da una scienza in grado di comprendere e abbracciare la complessità in ottica intersezionale. Per riuscire a capire e tentare di risolvere parte dei problemi che riscontriamo nella nostra quotidianità, infatti, è fondamentale uscire dai binari prestabiliti, rivedere i modelli su cui finora si è basata la nostra analisi, mettere in relazione i molteplici fattori che compongono non solo l’individuo, ma l’intera società, senza aver paura dell’irrisolutezza. In altre parole, adottare una prospettiva queer per guidare l’indagine scientifica.