La circolazione oceanica atlantica ha già rallentato, probabilmente a causa della fusione dei ghiacciai nei mari del Nord. Mentre gli studi ci danno nuove previsioni, occorrono misure più efficaci per contrastarne le conseguenze e rendere concreta la transizione: pochi giorni fa se ne è parlato a Santa Marta.
Negli stessi giorni in cui a Santa Marta, in Colombia, si svolgeva la prima conferenza internazionale dedicata a come realizzare concretamente la transizione energetica da carbone, petrolio e gas, la comunità scientifica rilanciava un allarme che riguarda uno dei meccanismi più delicati del pianeta: la circolazione oceanica atlantica (Atlantic Meridional Overturning Circulation, AMOC), il “nastro trasportatore” di correnti che regola il clima europeo e globale.
Negli ultimi anni, una crescente quantità di evidenze scientifiche sta mostrando segnali di declino di questa corrente, tanto da ritenere che possa trovarsi al suo livello più debole degli ultimi 1600 anni, secondo ricostruzioni paleoclimatiche. Dal 2004 l’intensità dell’AMOC viene monitorata attraverso diverse reti di sensori installati in molti punti dell’Oceano Atlantico. Lo stesso anno, neanche a farlo apposta, dell’uscita del film The Day After Tomorrow, che racconta un improvviso e catastrofico cambiamento climatico globale dovuto proprio a cambiamenti drastici nell’AMOC e in particolare all’interruzione della corrente del Golfo.
Le osservazioni dall’inizio degli anni Duemila indicano che la forza media annuale della corrente è stata tra 15 e 17 Sverdrup (Sv; 1 Sv rappresenta il trasporto di un milione di metri cubi d’acqua al secondo) tra il 2011 e il 2020, in calo rispetto ai 18-19 del periodo 2004-2008. In altri termini, il nastro trasportatore oceanico ha mosso in media 2-3 milioni di metri cubi d’acqua in meno ogni secondo nel periodo 2011-2020 rispetto al 2004-2008.
Un’ipotesi è che l’indebolimento dell’AMOC rifletta una variabilità naturale su scala decennale della convezione nel Mare del Labrador, ovvero del meccanismo che fa sprofondare l’acqua fredda e salata nei mari del nord e che attiva la circolazione oceanica stessa. Tuttavia, le serie di osservazioni dirette disponibili sono ancora troppo brevi per stabilire con certezza se questo cambiamento sia legato al riscaldamento globale o alla variabilità naturale.
Le evidenze paleo-oceanografiche – che permettono di estendere l’analisi molto più indietro nel tempo – indicano però che la convezione profonda nel Mare del Labrador e l’AMOC sono state insolitamente deboli negli ultimi 150 anni circa rispetto ai precedenti 1500. Il meccanismo alla base di questo indebolimento è un aumento dell’apporto di acqua dolce dall’Artico e dai mari nordici verso la fine della Piccola Era Glaciale (intorno al 1850), causato dalla fusione dei ghiacciai. Questo afflusso ha ridotto la salinità delle acque superficiali, indebolendo la convezione nel Mare del Labrador e, di conseguenza, l’AMOC. La mancata ripresa successiva potrebbe essere legata alla continua fusione della calotta glaciale della Groenlandia e all’aumento delle precipitazioni alle alte latitudini. L’acqua dolce immessa nei mari del Nord riduce infatti la salinità e, insieme all’aumento della temperatura, anche la densità dell’acqua superficiale, ostacolando il processo di sprofondamento che alimenta la circolazione profonda.
Con un riscaldamento sufficiente del pianeta, l’AMOC potrebbe anche raggiungere un “punto critico” e passare a uno stato debole che potrebbe perdurare per molti secoli. Alcuni studi suggeriscono che la probabilità di raggiungere questo tipping point entro fine secolo potrebbe superare il 50% in scenari intermedi di emissione e diventare maggiore del 90% in scenari ad alte emissioni.
I modelli climatici concordano nel prevedere un ulteriore indebolimento dell’AMOC nel corso di questo secolo, anche se l’entità di tale rallentamento resta incerta. Uno studio recente pubblicato su Science Advances, che integra meglio dati osservativi e modelli climatici rispetto al passato, stima un rallentamento dell’AMOC del 51% (±8%) entro il 2100 in uno scenario intermedio di emissioni, mentre le precedenti valutazioni dell’IPCC indicavano un valore del 32% (± 37%). Lo studio suggerisce inoltre che i modelli climatici che prevedono il maggiore rallentamento dell’AMOC (tra il 42% e il 58% entro il 2100) sono i più realistici.
Con un riscaldamento sufficiente del pianeta, l’AMOC potrebbe anche raggiungere un “punto critico” e passare a uno stato debole che potrebbe perdurare per molti secoli. Alcuni studi, come quello dell’Università di Utrecht, suggeriscono che la probabilità di raggiungere questo tipping point entro fine secolo potrebbe superare il 50% in scenari intermedi di emissione e diventare maggiore del 90% in scenari ad alte emissioni. Ciò significa che quello che un tempo era considerato uno scenario remoto oggi sta diventando un rischio concreto nel caso in cui le emissioni non vengano ridotte drasticamente.
Le conseguenze del collasso sarebbero profonde: raffreddamento in Europa, alterazioni dei monsoni, innalzamento del livello del mare lungo le coste orientali del nord America e una maggiore instabilità climatica globale. L’AMOC non trasporta solo calore, svolge anche un ruolo nel trasporto dei nutrienti che sostengono gli ecosistemi marini e del carbonio, contribuendo al suo trasferimento dalle acque superficiali verso gli oceani profondi. Alcuni modelli suggeriscono che l’interruzione dell’AMOC potrebbe innescare un rilascio significativo del carbonio immagazzinato negli oceani verso l’atmosfera, favorendo nel lungo periodo un aumento aggiuntivo della temperatura globale di circa 0,2°C.
Per concentrazioni di CO₂ preindustriali, pari a 280 parti per milione (ppm), un’AMOC collassata a causa di immissione di acqua dolce nel nord Atlantico riuscirebbe a riattivarsi una volta cessata la perturbazione. Ma a livelli di CO₂ pari o superiori a 350 ppm – ben al di sotto degli attuali circa 430 ppm – l’AMOC potrebbe mostrare fenomeni di isteresi, rimanendo in uno stato debole anche dopo la cessazione delle perturbazioni iniziali. In uno scenario con concentrazioni di CO₂ pari a 450 ppm – livelli che la Terra ha sperimentato diversi milioni di anni fa, quando i ghiacci polari erano molto più ridotti – le temperature in Antartide aumenterebbero di 6°C, mentre quelle nell’Artico diminuirebbero di 7°C a causa del collasso dell’AMOC.
Se la crisi climatica non è solo una questione di cambiamenti graduali ma anche di possibili soglie critiche, la politica deve confrontarsi con scenari di discontinuità che richiedono non solo misure di adattamento progressivo ma anche decisioni forti e concrete.
L’aumento delle emissioni di gas serra, quindi, accresce il rischio di una transizione del sistema oceanico verso uno stato profondamente mutato.
Ed è qui che il legame con la transizione energetica discussa a Santa Marta diventa evidente. Se la crisi climatica non è solo una questione di cambiamenti graduali ma anche di possibili soglie critiche, la politica deve confrontarsi con scenari di discontinuità che richiedono non solo misure di adattamento progressivo ma anche decisioni forti e concrete. A Santa Marta sono state formulate più di trecento proposte con l’obiettivo di sottoporre ai governi dei Paesi “volenterosi” un trattato di non proliferazione dei carburanti fossili. Il documento include misure come l’eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili, l’avvio di un percorso legale per vietarne la pubblicità, lo stop ai nuovi progetti di estrazione, l’accelerazione dell’elettrificazione.
Mentre a Santa Marta si è discusso di come governare un mondo sempre più fragile, la scienza ha mostrato quanto quella fragilità sia inscritta nei sistemi naturali che sostengono la vita sul pianeta. L’AMOC è uno di quei sistemi, potenzialmente capace di cambiare tutto. La questione non è più se prepararsi, ma quanto rapidamente farlo. In questa prospettiva, la transizione energetica rappresenta la strategia fondamentale per stabilizzare il sistema Terra, affrontare le crisi collegate a quella climatica e tutelare i diritti umani.