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Benedetta Di Placido
Stiamo perdendo le parole della natura

Stiamo Perdendo Le Parole Della Natura Di Placido Verde Sito
evoluzione natura

In Italia meno del 30% dei residenti metropolitani ha la possibilità di raggiungere uno spazio verde pubblico. Miles Richardson, tra i maggiori esperti del rapporto umani-natura, parla di "estinzione dell'esperienza", che ci fa dimenticare le parole legate all'ambiente.

Le parole muoiono prima delle cose: da due secoli, i termini che utilizziamo per parlare di natura stanno scomparendo dal vocabolario comune, annunciando la fine della storia d’amore più travagliata di tutte, quella tra gli esseri umani e l’ambiente in cui sono capitati.

Si tratta di una recessione linguistica ben documentata: uno studio recente di Miles Richardson, uno dei maggiori esperti internazionali del rapporto tra esseri umani e natura, ha stabilito che il crollo si attesta intorno al 60% nei paesi di lingua anglofona. Analizzando un corpus di testi pubblicati dal 1800 a oggi, Richardson osserva come l’erosione della natura dal nostro linguaggio anticipi e accompagni altre tendenze: la diminuzione del contatto con l’esterno, l’aumento dell’isolamento urbano e un lento addio ai mondi immaginari che quel contatto era in grado di produrre.

“L’erosione delle parole legate alla natura rispecchia un cambiamento culturale profondo: la natura non è più un luogo di significati, ma uno sfondo. Il linguaggio riflette ciò che viviamo e ciò che riteniamo importante come società; questo declino segue un nostro allontanamento fisico e psicologico, spinto dall’urbanizzazione, dalla crescita economica e da valori sempre più centrati sull’uomo. Questa contraddizione linguistica non è un dettaglio: indica l’indebolimento del tessuto culturale che un tempo intrecciava la natura con l’identità e l’immaginazione” mi racconta Richardson.

Può sembrare paradossale parlare di erosione del linguaggio naturale proprio oggi, mentre le conseguenze della crisi climatica occupano la cronaca e il dibattito pubblico. Il fatto è che ci allontaniamo dalla natura perché i luoghi in cui viviamo ne offrono sempre meno, e questo si riflette nelle parole che usiamo. A scomparire più rapidamente non sono i riferimenti generici all’ambiente, ma i nomi specifici: specie, habitat, elementi fisici. I termini vaghi resistono, mentre si perdono le specificità che riguardano gli alberi, i corsi d’acqua, le forme di vita precise. La natura diventa così una categoria “amministrativa”, un contenitore neutro che sostituisce la molteplicità dei mondi reali.

Si perde non solo la precisione linguistica, ma la capacità di riconoscere, abitare ed immaginare quei luoghi. Man mano che l’ambiente diventa più inospitale, a causa dell’architettura che stiamo facendo del mondo, il linguaggio fatica a contenere le parole che non appartengono più alla nostra esperienza quotidiana. Perfezionando la metafora in cui ci ritroviamo: la natura è un contorno sconosciuto e alieno nella vita di tutti, per cui i nostri cervelli e i nostri sistemi linguistici non conoscono neppure i modi per parlarne.

Meno esperienza produce meno linguaggio, e meno linguaggio riduce la nostra capacità di notare e valorizzare la natura. È così che la disconnessione diventa psicologica oltre che ambientale.

I due secoli presi in esame da Richardson coincidono con una violenta industrializzazione. Il mondo è cambiato non solo nella sua struttura economica, ma anche nel modo in cui gli esseri umani lo abitano: a inizio Ottocento il 7% della popolazione mondiale viveva in città, oggi l’80%. Si è ridotta, quindi, la percentuale di umanità che vive a contatto con la natura, avallando un degradamento naturale che ha preso lo slancio dagli anni Settanta del Novecento: la popolazione globale in crescita ha richiesto città più grandi, più dense, più impermeabili.

Nel modello proposto da Richardson questo passaggio non è solo demografico o geografico, è anche psicologico e culturale: “Meno esperienza produce meno linguaggio, e meno linguaggio riduce la nostra capacità di notare e valorizzare la natura. È così che la disconnessione diventa psicologica oltre che ambientale. Quando la natura diventa rara nella vita quotidiana, si perde anche la capacità culturale di orientarsi verso di essa. E questo, nel tempo, si trasmette: ogni generazione eredita meno parole, meno attenzione, meno immaginazione”. 

L’urbanizzazione non si limita, quindi, a recintare lo spazio fisico, ma agisce come un filtro sul nostro vocabolario. Lo studio di Richardson evidenzia come l’erosione della natura dal linguaggio culturale sia un indicatore preciso del nostro distacco: analizzando la frequenza di parole legate all’ambiente nei testi pubblicati dal 1800 a oggi, è emerso un crollo dell’uso di termini naturali nella lingua inglese che sfiora il 60%. 

Questa recessione linguistica interessa soprattutto i termini che descrivono un contatto sensoriale ed emotivo con il mondo. Lo studio identifica 28 termini che stanno percorrendo la strada verso un disuso completo: copse (boschetto), dew (rugiada), blossom (fioritura), bough (ramo maestro) o stamen (stame). Sono termini che prevedono una conoscenza prima esperienziale, per farsi poi parola nel discorso: non identificano freddamente un tutto, ma raccontano un’esperienza che non facciamo più.

Per Richardson la conoscenza nozionistica dell’ambiente è un predittore della connessione che riusciamo a stabilire con il mondo oltre di noi. Le specie, se trattate come dati tecnici, diventano impersonali. Al contrario, le parole che abbiamo perso portano con sé una risonanza universale che un tempo intrecciava l’identità umana al paesaggio. 

L’urbanizzazione spietata degli spazi è la cornice del problema. In un’analisi globale che posiziona 61 paesi in base al loro grado di connessione con la natura – cosiddetta Nature Connectedness – l’Italia si colloca al 42° posto, nella parte bassa della classifica, insieme alle nazioni più ricche del Nord globale. Questi dati, elaborati da Richardson, riflettono il suo modello: la priorità data ai sistemi socio-economici e allo sviluppo urbanistico sono i principali predittori negativi della connessione con la natura.

Le condizioni abitative e la pianificazione urbana contemporanea, quindi, non sono passive, neppure quando vengono presentate o gestite come tali. Agiscono inevitabilmente per limitare le persone e le famiglie nel ciclo della disconnessione.

Nel contesto italiano, questo allontanamento si manifesta in un problema di accessibilità fisica. Un recente studio condotto dall’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha rilevato che l’accessibilità agli Spazi Verdi Pubblici Urbani – i GUPS – nelle 14 città metropolitane italiane è complicato da un deficit strutturale: meno del 30% dei residenti metropolitani ha la possibilità di raggiungere uno spazio verde pubblico entro trecento metri a piedi. È un dato cruciale, che Richardson ha indicato come principale disincentivo a coltivare questa relazione: “Attraverso la nostra lente, non è solo una questione di accesso, è un punto di non ritorno. Sotto determinate soglie, il contatto con la natura diventa raro, indebolendo l’orientamento e la trasmissione intergenerazionale. Una tale scarsità rende gli interventi di ri-connessione più difficili. Questo segnala che il design urbano non è neutrale, ma modella attivamente le relazioni culturali e psicologiche con la natura”.

Le condizioni abitative e la pianificazione urbana contemporanea, quindi, non sono passive, neppure quando vengono presentate o gestite come tali. Agiscono inevitabilmente per limitare le persone e le famiglie nel ciclo della disconnessione. Questa tendenza è alimentata da un approccio normativo che, in Italia, pur prevedendo standard minimi di verde urbano per abitante, spesso si limita a una logica quantitativa. L’applicazione di tali norme non considera la qualità delle aree verdi in termini di accessibilità e funzioni ecosistemiche sociali, riducendo il capitale naturale a mero elemento di arredo urbano.

Questa cronica mancanza di occasioni quotidiane alimenta ciò che Richardson chiama “l’estinzione dell’esperienza”. Non è solo un problema di spazi, ma di abitudini: come spiega lo studioso, la rarità del contatto con l’ambiente riduce la nostra capacità di coinvolgimento sensoriale, mentre la società si adatta e accetta di declinare l’attenzione verso la natura come valore fondativo della vita collettiva. Le nostre case e le nostre città finiscono per chiudere le famiglie in un circolo vizioso: per uscirne non basta aggiungere qualche aiuola o “un po’ di verde” sotto casa, serve un cambio di paradigma culturale. Quando la natura scompare dal paesaggio, non perdiamo solo dei nomi, ma la materia prima con cui costruiamo la nostra percezione del possibile.

Non si tratta di un’erosione neutrale, ma una limitazione attiva della nostra visione del mondo. L’impossibilità di accedere facilmente al verde, il ricorso a una pianificazione meramente quantitativa e la scarsità di contatto quotidiano non sono incidenti, ma il risultato di una catena di scelte che modellano le nostre relazioni e i sistemi culturali di cui disponiamo. Serve abbandonare l’idea di una natura come semplice arredo o risorsa da sfruttare, esigendo e progettando spazi comuni che le ridiano valore e centralità nello spazio urbano. 

“Senza la natura nel linguaggio e nell’esperienza, diventa più difficile immaginare futuri alternativi. Questa non è solo una perdita ecologica: è una perdita culturale e di vita”, conclude Richardson. Potremmo iniziare riprendendo a chiamarla natura anziché verde.

Benedetta Di Placido

Benedetta Di Placido è giornalista e vicedirettrice di Generazione Magazine. Si occupa soprattutto di esteri, migrazioni e città. Ha una newsletter settimanale che si chiama Quarantasette, sul futuro degli Stati Uniti.

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