Articolo
Riccardo Venturi
Una capanna tutta per sé

Una Capanna Tutta Per Sé
architettura filosofia natura

Il filosofo Ludwig Wittgenstein si ritirò in un piccolo rifugio in Norvegia per consacrarsi ai problemi della logica. Ma quali sono le zone d'ombra di questo luogo isolato del pensiero?

Ludwig Wittgenstein non è solo uno dei massimi filosofi del XX secolo che, in vita, pubblica una sola opera (il Tractatus logico-philosophicus) seppure abbia riflettuto e scritto tutta la vita sul linguaggio, ma anche una personalità tanto singolare da affascinare il regista Derek Jarman, che nel 1993 gira un film basato sulla sua vita. Nasce in Austria, insegna a Cambridge ma pensa di trasferirsi in Russia; combatte nell’esercito austro-ungarico ma fa anche il giardiniere in un monastero e il maestro alle scuole elementari; studia ingegneria, insegna filosofia ma vorrebbe laurearsi in medicina; eredita una fortuna dalla sua famiglia che gli permetterebbe di vivere di rendita ma vi rinuncia circondandosi di pochi averi.

All’interno di una capanna isolata in Norvegia – Paese che visita cinque volte, tra il 1913 e il 1950, standoci complessivamente un paio d’anni –, Wittgenstein abbozza il Tractatus e scrive i primi 188 paragrafi delle Ricerche filosofiche, oltre a Note sulla logica, Osservazioni sopra i fondamenti della matematica e Culture and Value (tradotto come Pensieri diversi). Ma il bilancio è più complesso. Per cominciare, riveniamo brevemente su questi soggiorni, su cui circolano informazioni non sempre affidabili.

Nel 1913 Wittgenstein frequenta l’amico David Pinsent; giocano a domino, fanno vela, suonano una quarantina di lieder di Schubert finché Wittgenstein gli annuncia il progetto di esiliarsi per un paio d’anni e condurre una vita da eremita in Norvegia per consacrarsi ai problemi della logica. Nessuna distrazione, nessuna ostilità tipica dell’ambiente accademico di Cambridge, nessuna prossimità fisica che stimoli il desiderio sessuale. Bertrand Russell prova inutilmente a dissuaderlo (farà buio, sarai solo, impazzirai…).

Nel settembre 1913, a ventiquattro anni, Wittgenstein visita per la prima volta Bergen e si dirige a nord fino a Skjolden, sul Sogne, il più grande fiordo norvegese. Vi torna il 17 ottobre dello stesso anno, al secondo piano di una locanda e, in seguito, dal funzionario postale Hans Klingenberg e famiglia, dove occupa uno studio al primo piano e una camera da letto al secondo. Da Skjolden invia a William Eccles una cartolina dove figurano una manciata di case sparse tra un paesaggio collinare e un lago; aggiunge due frecce e annota a penna “my rooms”.

Nel 1914 insiste affinché l’amico e collega di Cambridge George Edward Moore vada a trovarlo per lavorare sulla logica. Il 24 marzo 1914, durante le vacanze di Pasqua, Moore s’imbarca e due giorni dopo raggiunge Wittgenstein a Bergen; attraversano assieme il fiordo su una nave a vapore. Per due settimane Wittgenstein gli detta delle note sulla logica. Partito Moore, Wittgenstein non riesce a lavorare e ne approfitta per progettare una capanna isolata di circa otto metri per sette, a un chilometro e mezzo da Skjolden, trenta metri sopra il lago Eidsvatnet. Pare che per le fondamenta non vuole che si utilizzi la dinamite.

Non è chiaro quale sia il suo contributo nella costruzione della capanna, rispetto alla villa viennese per la sorella Margaret terminata nel 1928 e che filosofi e storici dell’architettura hanno ben sviscerato. Di certo, quando lascia la Norvegia, i lavori non sono terminati. Nel luglio 1914 infatti torna a Vienna, dove incontra Adolf Loos per la prima volta, e il 28 scoppia la Prima guerra mondiale, nella quale l’amico Pinsent perderà la vita. L’idea di tornare presto a Skjolden va in fumo.

Wittgenstein segue i lavori della capanna a distanza e, quando torna assieme all’amico di famiglia Arvid Sjögren nell’agosto 1921, la trova pronta. Squattrinati, i due si guadagnano da vivere costruendo cassette di legno per le mele locali. Con due finestre al primo piano e due al secondo, e un balconcino su cui il filosofo camminava spesso avanti e indietro, la capanna ricorda una baita austriaca, e del resto gli abitanti soprannominano questo strambo figuro Østerriker, l’austriaco. Mancano foto dell’interno, ma così la ricorda Lars Bolstad quando la visita negli anni Trenta: “Era arredata in modo molto semplice: un tavolo con alcune sedie, una stufa, lampade a olio e un soppalco per dormire”. All’esterno vi era un sistema di carrucole che arrivavano fino al lago, per recuperare le provviste giunte su una barca a remi senza dover interagire con nessuno. Come uno stilita, Wittgenstein cerca il silenzio, al punto da chiedere a Halvard Drægni, che segue i lavori di costruzione della capanna, di procurarsi un orologio con un vetro così spesso da non sentire il tic tac.

Nel frattempo apprende il norvegese, parolacce incluse, al punto da scrivere cartoline ai suoi nuovi amici tra cui Arne Bolstad (imparentato con Lars), con cui condivide varie passioni (il giardinaggio e la musica) e attitudini (il celibato). A lui Wittgenstein lascerà il suo piccolo rifugio.

“Le capanne di Næss e Wittgenstein non potrebbero essere più diverse: da una parte l’ecologia profonda, dall’altra un solipsismo senza vie di fuga. Le loro dimore distano quattro ore e mezza in macchina o tre giorni a piedi; ma la vera lontananza è un’altra, più sottile, e si nasconde nell’animo umano”.

Dopo oltre dieci anni, nell’estate 1931, Wittgenstein propone a Marguerite Respinger, che vorrebbe sposare, di trascorrere assieme un periodo in Norvegia, nell’isolamento, ognuno per sé, per meditare e prepararsi spiritualmente alla vita da coniugi. È il terzo soggiorno. Marguerite resta due settimane e vede poco Wittgenstein, chiuso in casa a pregare o a discutere con Gilbert Pattison, un amico di Cambridge che gli rende visita per una settimana. Lei alloggia nel casolare Eide gestito dall’ex-insegnante Anna Rebni, una donna di settant’anni che viveva con la madre centenaria. Nei bagagli Wittgenstein fa trovare alla sua fiancée una Bibbia aperta su Corinzi I, 13, un inno all’amore e alla carità; un’attenzione insufficiente per conquistare il cuore di Marguerite, che parte per il matrimonio della sorella a Roma con una certezza: mai e poi mai sposerà quel Ludwig. “La natura, sotto tutti i suoi aspetti, è magnifica”, scrive Wittgenstein in una cartolina a Maurice Drury: al suo ritorno gli confessa di non aver scritto nulla ma solo pregato.

Pochi anni dopo, nel 1934 in Connemara, condurrà una vita morigerata, nutrendosi con parsimonia. Nel corso di una lauta cena organizzata per festeggiare il suo arrivo (pollo arrosto e due puddings) Wittgenstein resta in silenzio ma, una volta finito di mangiare, irrompe e detta ai suoi amici il menù per il resto del soggiorno: porridge la mattina, verdure del giardino per pranzo e un uovo bollito la sera.

Wittgenstein torna in Norvegia – è il quarto soggiorno, il più lungo – tra agosto 1936 e dicembre 1937 con alcune interruzioni. Parte senza biglietto di ritorno e, come nel 1913, scappa da qualcuno cui era molto legato: era Pinsent nel 1913, è Francis Skinner nel 1936. A ottobre spedisce una cartolina a Moore per mostrargli che l’unico modo per recarsi al villaggio è in barca, perlomeno prima che cadano le prime nevi a ottobre. Acclude anche una mappa rudimentale con le quattro coordinate, indicando l’ubicazione della sua capanna: riconosciamo il fiordo, il lago, due strade e, piccola in basso, la scritta “House of Wittgenstein”. Stende una confessione sulle sue piccole manchevolezze, che legge in cerca di redenzione a familiari e amici stretti, malgrado il loro imbarazzo. 

A Natale lascia Skjolden e ci torna dal 16 agosto all’11 dicembre 1937. Troppo avvilito per isolarsi nella sua capanna, va a vivere da Anna Rebni (16-24 agosto). Dal 18 settembre al primo ottobre riceve la visita di Francis Skinner, e condivide con lui letto e intimità. Skinner – che morirà di poliomielite durante la Seconda guerra mondiale – lo aiuta a pulire la camera, gettando foglie di tè bagnate per assorbire la polvere, spazzandole via e ripetendo il processo più volte.

Nell’ottobre-novembre 1950 Wittgenstein compie il quinto e ultimo viaggio in Norvegia assieme all’amico Ben Richards. Si mette d’accordo con un uomo che viveva nella fattoria Eide: se si fosse sentito male, avrebbe steso un lenzuolo bianco sulla veranda. Ma in realtà è troppo debole per dormire nel suo rifugio e, con Ben, alloggiano a Skjolden. Wittgenstein si ripropone di tornare in Norvegia a gennaio 1951 ma i problemi di salute glielo impediscono; morirà a fine aprile dello stesso anno. 

Questo ci raccontano varie fonti, a partire dalla documentata biografia di Ray Monk del 1990.

Nel 1956-57 le travi in legno della capanna vengono smantellate, portate giù utilizzando il sistema di carrucole di Wittgenstein e riassemblate in una fattoria di Skjolden. La famiglia Bolstad le trasforma in una sorta di chalet di montagna: l’asse del tetto è ruotato di novanta gradi; “Anche la disposizione delle stanze e l’altezza dei soffitti interni sono state modificate. Le pareti interne originali sono state utilizzate per costruire la dependance della proprietà” (David Connearn, Dawn M. Phillips); le pareti esterne sono rivestite con delle standole bianche in amianto, “forse per nascondere gli errori commessi durante il riassemblaggio, o forse per risparmiare sulla manutenzione” (Ivar Oxaal). Per una sessantina di anni della capanna di Wittgenstein non restano che le fondamenta.

Ma il destino ha voluto altrimenti: nel 1991, aprono all’università di Bergen gli archivi di Wittgenstein, con ventimila pagine di inediti; nel 2019 viene ultimata la ricostruzione della capanna, gestita dalla Wittgenstein Foundation in Skjolden e oggi visitabile. Artisti contemporanei (Jan Estep o Mark Riley), registi (Ian Ground), curatori (Dieter Roelstraete con la mostra Machines à penser alla Fondazione Prada di Venezia nel 2018) s’interessano al rifugio norvegese di Wittgenstein, aggiungendosi alla letteratura sulla capanna come luogo di pensiero (Gilles Tiberghien).

Mark Riley, thinking place

Mark Riley, Thinking Place: Reimagining Wittgenstein’s Hut, 2016 (per gentile concessione dell’artista)

Dei cinque viaggi, quello che conosciamo meglio è il quarto, perché in tale occasione Wittgenstein redige il suo unico diario, emerso solo nel 1996, nel quale utilizza a volte un codice segreto quanto rudimentale: a=z, b=y, c=x… Se questo soggiorno è, come gli altri, produttivo, le pagine del diario raccontano un’altra verità più intima: Wittgenstein si flagella e si accusa di essere, in ordine alfabetico, avido, cattivo, confuso, debole, depresso, imbambolato, impudico, infelice, instabile, malato, maldestro, meschino, miserabile, ottuso, pedante, permaloso, pigro, tormentato, vanitoso, vigliacco, vile, volgare. E questo in soli dieci mesi! Lamenta spesso la difficoltà di mettersi al lavoro: “Io mi torco nel tormento di non poter lavorare, di sentirmi spossato, di non poter vivere indisturbato da tentazioni” (16.2.1937); “Spossato e senza voglia di lavorare, anzi propriamente incapace” (20.11.1936); “La mia coscienza mi tormenta e non mi lascia lavorare” (13.2.1937). A volte vegeta, preso da “una specie di sorda angoscia” (20.4.1937). Persino nel sogno si vede spregevole e mentitore. E quando si sente bene è assalito dai sensi di colpa: “Ho quasi paura di questo benessere, perché è così immeritato” (6.3.1937).

Se la buona volontà non manca – “Io voglio pensare in modo non torbido!” (15.2.1937) –, l’unico sollievo viene dalla preghiera, inginocchiato con lo sguardo verso il cielo: “Qui non c’è nessuno”. Alcuni giorni dopo ci ripensa: “«Qui non c’è nessuno», – ma io posso diventare pazzo anche da solo” (24.2.1937). Altrove loda la semplicità e l’umiltà dei Vangeli rispetto alle lettere di Paolo: “Nei Vangeli – così mi sembra – è tutto più schietto, più umile, più semplice. Là ci sono capanne; in Paolo, una chiesa: là tutti gli uomini sono uguali e Dio stesso è un uomo; in Paolo c’è già qualcosa come una gerarchia; gradi, e cariche” (4.10.1937, Pensieri diversi).

Che Wittgenstein fosse insensibile al milieu naturale in cui era immerso? Nel diario i fenomeni meteorologici bussano a volte alla porta della sua capanna: il sole dei primi di marzo, le cime verdi delle betulle ad aprile, il ghiaccio del lago che si scioglie con la primavera; l’aurora boreale che rapisce il suo sguardo per tre ore di notte. Più rare le occasioni in cui il clima e il blues del filosofo coincidono o, meglio, in cui il primo influenza il secondo: “Infuria una tempesta e io non posso raccogliere i miei pensieri” (30.11.1937); “Come si cammina pieni di paura su uno strato di ghiaccio sottile su acque profonde, così io lavoro un po’ oggi, per quanto m’è concesso” (17.2.1937); “Nella mia anima è (ora) inverno, come tutt’intorno a me. Tutto è coperto di neve, non verdeggia o fiorisce nulla” (21.2.1937); “Oggi il vento ulula attorno alla casa, ciò che non sopporto affatto. Mi angoscia e mi disturba” (23.4.1937).

In finale, alcuna armonia (di fusione non è questione) con l’ambiente circostante: “Non c’è nessuno qui: Ma c’è un sole splendido, e un cattivo uomo” (22.3.1937); “Avevo sperato che la mia capacità di lavoro si sarebbe ristabilita se avessi visto più sole, ma non è stato così” (30.3.1937).

Wittgenstein si esilia da Vienna e da Cambridge, dalla fortuna della sua famiglia e dalla vita borghese delle grandi città, dalla filosofia universitaria e da ogni forma di mondanità legata alla società delle buone maniere. Conosceva i diari di Thoreau e forse anche il Walden grazie a The Varieties of Religious Experience. A Study in Nature (1902) di William James che legge nel giugno 1912, dove Thoreau figura tra i molti autori trattati (tra cui Buddha, Spinoza, R.W. Emerson, Tolstoj). K.E. Tranøy, filosofo norvegese che studia con Wittgenstein a Cambridge, crede tuttavia che il suo professore fosse venuto a Skjolden sotto l’influenza del Brand (1866) di Ibsen, pièce letta prima che scoppiasse la Prima guerra mondiale. Qui ritroviamo quei paesaggi nordici e glaciali che Ibsen aveva visto viaggiando da quelle parti nell’estate 1862.

Ma chi si occupa di Wittgenstein dimentica spesso che la Norvegia è legata a un’altra capanna, quella di Arne Næss – assieme ad Aldo Leopold uno dei pensatori più influenti del pensiero ecologico – a Tvergastein, sulla montagna Hallingskarvet, costruita a partire dal 1937 quando Wittgenstein, a insaputa del filosofo norvegese, era al suo quarto soggiorno nella sua terra. Sentendo forte affinità col paesaggio montano, Næss tira su una modesta abitazione a 1500 metri di altezza che diventa presto un mondo parallelo. Qui conta i giorni e non gli anni (“Oggi, credo che sia il giorno numero 3896 da quando sono qui a Tvergastein”, dice a David Rothenberg). Qui coltiva il mito della frugalità, del vivere con poco. Qui sviluppa un mito anti-urbano perché in montagna i sensi si acuiscono e si accede a una nuova economia del tempo: “Potevo iniziare alle sei del mattino e lavorare fino alle dieci di sera per tutta la settimana, lasciando un paio d’ore al giorno per sciare o arrampicare”. Scrive due ore in casa ed esce per sciare o arrampicarsi. Alle difficoltà pratiche di vivere ad alta quota senza comfort si lega un’economia della parola e del pensiero che non sarebbe dispiaciuta a Wittgenstien: “Verba vana hic loqui non licet”, “Qui non è permesso proferire parole vane”, è riportato sul muro sopra un telescopio.

E qui coltiva infine un’arte dell’osservazione che non ha bisogno di grandi distanze per esercitarsi: il piccolo giardino attorno alla casa è sufficiente per trovare l’infinita ricchezza del mondo circostante: “Sono stato seduto qui nel giardino di otto metri quadri semplicemente a cercare di contare tutte le migliaia di piante che vi germogliano. È una missione infinita, e non c’è bisogno di desiderare di portarla a termine”.

Nel 1965, quando Næss pubblica Four Modern Philosophers (1965), con un capitolo di oltre cento pagine dedicato a Wittgenstein (oltre a Carnap, Heidegger e Sartre), cita la sua capanna senza commenti. Impegnato ad analizzare il pensiero di Wittgenstein a partire dal Tractatus e dalle Ricerche filosofiche, Næss taglia corto sulla biografia.
Per concludere, nella Norvegia occidentale si trovano due capanne, quella di Wittgenstein e quella di Naess, ma il loro modo di abitarla è agli antipodi. Næss fa tutt’uno col paesaggio circostante e la modesta abitazione diventa la macchina generatrice dell’ecologia profonda o, meglio, dell’Ecosofia T, dove T sta per Tvergastein, perché a questo luogo è consustanziale un modo di pensare. Wittgenstein invece, malgrado la vista mozzafiato sul lago Eidsvatnet, si trova alle prese col suo animo tormentato, in un allucinante ego trip. Næss-Wittgenstein: da una parte l’ecologia profonda, dall’altra un solipsismo senza vie di fuga. Le loro dimore distano quattro ore e mezza in macchina o tre giorni a piedi; ma la vera lontananza è un’altra, più sottile, e si nasconde nell’animo umano. Wittgenstein lo sapeva bene: “L’esser soli con se stessi – o con Dio non è come l’esser soli con un rapace? Può aggredirti a ogni momento” (17.4.1937).

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi insegna Teoria e storia dell’arte contemporanea all’università Panthéon-Sorbonne di Parigi e si occupa del rapporto tra arti visive e scienze umane dell’ambiente.

Contenuti Correlati