Uno studio comportamentale pubblicato su Nature mostra che cosa ci possono insegnare sulla nascita della morale 537 bambini e qualche migliaio di caramelle.
Siamo buoni per natura o lo diventiamo per educazione? La domanda ha almeno tre secoli: Rousseau da una parte, Hobbes dall’altra, e in mezzo generazioni di filosofi convinti che si potesse rispondere restando seduti alla scrivania. Oggi una risposta arriva da un laboratorio insolito, fatto di caramelle, cronometri e cinquecentotrentasette bambini reclutati fra asili e scuole primarie di Milano.
Stiamo parlando di uno studio svolto da Francesco Margoni, Francesco Nava, Chiara Sotis, Matthew Levy, Valerio Capraro ed Elena Nava, i cui risultati sono appena stati pubblicati su Nature Human Behaviour. Bambini tra i 3 e i 10 anni alle prese con i classici giochi dell’economia sperimentale – quelli con cui da decenni misuriamo cooperazione, altruismo, avversione all’iniquità, onestà – tradotti in un linguaggio che un bambino di tre anni capisce benissimo: caramelle da tenere per sé o da mettere in una ciotola comune, offerte da accettare o rifiutare, una piccola bugia che frutta tre caramelle invece di una.
La peculiarità (e la genialità) dell’esperimento, però, non sta nel gioco. Sta nel tempo.
Metà dei bambini doveva rispondere entro dieci secondi: decisione rapida, di pancia, intuitiva. L’altra metà aspettava almeno dieci secondi: decisione lenta, ponderata, deliberata. È la manipolazione classica della psicologia del doppio processo – quella resa celebre da Kahneman: sistema veloce, sistema lento – per provare a distinguere ciò che ci viene spontaneo da ciò che facciamo riflettendo.
Applicata agli adulti, questa manipolazione ha dato un risultato tanto discusso quanto importante: molti studi e meta-analisi suggeriscono che, sotto pressione temporale, tendiamo a cooperare di più, soprattutto in contesti di fiducia. L’ipotesi delle euristiche sociali lo spiega così: interiorizziamo la cooperazione perché nella vita quotidiana, fatta di interazioni ripetute e di reputazioni, cooperare conviene. Ma quando si forma questa intuizione prosociale? È esattamente ciò che lo studio ha misurato.
Primo risultato: già a tre anni l’intuizione favorisce la prosocialità. I bambini più piccoli, costretti a decidere in fretta, tendono a cooperare di più, e soprattutto mentono di meno. La differenza tra risposta rapida e risposta ponderata, a quell’età, è netta.
Secondo risultato: quella differenza si assottiglia con l’età, e non perché l’intuizione si spenga. La prosocialità intuitiva resta sostanzialmente stabile dai 3 ai 10 anni. È la prosocialità deliberativa che cresce: anno dopo anno, la riflessione ci aiuta a essere più generosi, finché verso i 9-10 anni raggiunge l’intuizione.
Detto altrimenti: lo studio non mostra che cosa accade alla nascita, ma mostra che già a tre anni non partiamo da zero. Arriviamo a quell’età con un’inclinazione spontanea a beneficiare gli altri, e passiamo l’infanzia a costruire un apparato riflessivo che a quella inclinazione dà ragione. Prima la mano che mette le caramelle nella ciotola, poi la testa che trova le ragioni di quel gesto.
È una traiettoria che si accorda con le teorie classiche dello sviluppo morale: la capacità di riflettere su regole morali astratte matura tardi. Ma aggiunge un dettaglio nuovo: l’aumento della prosocialità con l’età riguarda solo il pensiero lento. L’istinto c’era già.
L’analisi rivela poi altri due tratti. Il primo è l’ottimismo sociale: la fiducia che gli altri coopereranno. Non cambia con l’età né con la modalità di decisione: i bambini che si aspettano contributi generosi dagli altri sono gli stessi che contribuiscono di più. La cooperazione, anche a quattro anni, è condizionale: do anche in funzione di quello che mi aspetto tu dia.
Il secondo è l’acquiescenza, ovvero la disponibilità ad accettare qualunque offerta, anche la più iniqua. Questa sì, si declina con l’età, e nettamente. Il bambino di tre anni prende quello che gli danno; quello di dieci è più disposto a dire di no, a rifiutare la divisione quattro-a-zero anche a costo di restare a mani vuote. Può essere letta come l’emergere della sensibilità all’ingiustizia come principio, non solo come danno. Il che, a ben vedere, è una forma di progresso morale travestita da testardaggine.
Un’avvertenza doverosa. Il campione è fatto solo di bambini del Nord Italia, di contesto socioeconomico medio: lo sviluppo della prosocialità varia sensibilmente da società a società, e gli autori si astengono – correttamente – da generalizzazioni.
L’immagine complessiva che se ne ricava, però, è edificante. Lo sviluppo morale non come sostituzione – la ragione che rimpiazza l’istinto, la cultura che doma la natura — ma come passaggio di consegne: un’intuizione prosociale precoce e stabile che, anno dopo anno, viene raggiunta e presa in carico dal pensiero riflessivo. A dieci anni il bambino coopera quanto cooperava a tre; ma ora lo fa anche quando ha il tempo di pensarci. La generosità ha smesso di essere soltanto un riflesso ed è diventata una scelta deliberata.
Rousseau e Hobbes, alla fine, avevano torto entrambi. Non siamo semplicemente buoni per natura né tantomeno cattivi: siamo buoni d’istinto e impariamo a diventare giusti per riflessione. Crescere moralmente, forse, significa proprio questo: imparare a scegliere, riflettendoci, ciò che da piccoli facevamo senza pensarci.