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Federica Rossi
La salute mentale dei migranti crolla dentro l’accoglienza

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Un mese prima di morire tra le mani delle forze dell'ordine, Abderrahim Fakir aveva chiesto aiuto a uno psichiatra. Le persone migranti non ricevono un supporto psicologico adeguato dallo Stato, e la violenza che le colpisce inizia ben prima delle manette.

“Mi verranno a prendere per deportarmi” diceva Abderrahim Fakir giorni prima del fermo della polizia, quando a Bologna morirà proprio tra le mani delle forze dell’ordine. Il video della scena è violento, lo hanno visto tutti. Saranno le indagini a decretare il motivo della morte, ma il dibattito – che è sempre aperto – sull’abuso di potere delle forze dell’ordine ha ricevuto più attenzione del solito, arrivando fino ai media internazionali. Anche a seguito delle mobilitazioni avvenute a seguito della morte del quarantaduenne di origine marocchina. Questa violenza di Stato non può essere compresa realmente senza parlare della salute mentale delle persone migranti. 

Gli studi raccontano una crisi silenziosa: metà dei richiedenti asilo soffre di stress post-traumatico, ansia e depressione. Una crisi violentemente ignorata.

Abderrahim era italiano, dato che si era trasferito all’età di sette anni. Ma era nato in Marocco, e per questo aveva il permesso di soggiorno, un documento che dà un accesso limitato a servizi, lavori, diritti, e va continuamente rinnovato. Gli studi dimostrano che lo sviluppo della sofferenza psicologica ha molto a che fare con i sistemi di accoglienza dei diversi Paesi, che in alcuni casi non solo non offrono supporto psicologico, ma operano in modo tale da aumentare il senso di solitudine, i problemi linguistici e culturali, l’incertezza sullo status giuridico, la precarietà del lavoro e dell’alloggio. Il timore di essere remigrato – o come diceva Abderrahim “deportato” – non possiamo pensare abbia aiutato il suo status psicologico già delicato, come dimostrano alcuni documenti dell’ospedale dove aveva chiesto aiuto ad uno psichiatra un mese prima.

Se da un lato è opportuno che la salute mentale di Abderrahim venga condivisa con discrezionalità, come fa notare il gruppo Domaniinsalute, dall’altro è imprescindibile iniziare a parlare pubblicamente di una violenza che inizia proprio dall’assenza di cura. Non perché lo status psicologico definisca una persona per intero, o possa essere una giustificazione per alcuni reati, ma perché fermarsi ai casi di cronaca, passati sotto innumerevoli lenti d’ingrandimento, senza soffermarsi su un problema evidentemente strutturale, rischia di non far comprendere a fondo il fenomeno migratorio e giustificare le risposte al nome di “sicurezza”. Quanto si sentiva sicuro invece Abderrahim Fakir quando raccontava di aver paura di essere remigrato? Quanto può far sentire precaria una persona questo tipo di minaccia? Gli effetti evidentemente sono più grandi di qualsiasi stima fatta.

Il 23 luglio Mohamed Amin Bessioud, cittadino italiano di origine tunisina, si è gettato dal balcone della sua casa a Cosenza durante un fermo di polizia. Non sono state le forze dell’ordine – la massima autorità di sicurezza statale esercitata dal Ministero dell’Interno – a spintonarlo. Ma il giovane soffriva di depressione da anni e, secondo il racconto della madre, non era venuto nessuno per aiutarlo con il ricovero dalle strutture statali. “Non perdono quello che ha portato mio figlio ad ammazzarsi” ha detto la donna.

Se questa è la situazione in cui vivono i cittadini italiani di origine straniera o con permesso di soggiorno in Italia, lo scenario è ancora più pericoloso per i richiedenti asilo. 

“Non avevo mai raccontato la mia storia entrando nei dettagli. Mi sentivo un po’ troppo ‘normale’ per ciò che avevo vissuto”, ricorda Duclair Ngongang Keumaleu della sua prima seduta allo sportello psicologico dell’ospedale San Gallicano di Roma. Arrivato in Italia dal Camerun nel 2018, oggi ha 39 anni, vive a Monterotondo (RM) e lavora come operatore socio-sanitario. Come molte persone con un background migratorio, ha vissuto tante vite, spesso segnate da sofferenza psichica.

La cornice costituzionale in teoria garantisce la tutela della salute mentale. “In primis è l’articolo 32”, spiega Lucia Busatta, docente di diritto costituzionale all’Università di Trento. “Ma anche l’OMS inquadra la salute non come la semplice assenza di malattia, ma come uno stato complessivo di benessere fisico, psicologico e sociale”. Oltre al diritto alla salute, sono in gioco l’uguaglianza e la pari dignità sociale. “Nella sentenza n. 186/2020, in risposta al decreto Sicurezza del 2018 che proibiva l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo impedendo l’accesso alle prestazioni sanitarie, la Corte Costituzionale ha chiarito che porre ostacoli a chi si trova in posizione di svantaggio va a ledere la pari dignità sociale”. La norma fu dichiarata incostituzionale proprio in virtù dell’articolo 3 della Costituzione.

Tuttavia, quando si parla di diritto alla salute negato, l’aspetto psicologico viene spesso ignorato. Ngongang lo ha provato sulla propria pelle: dopo un lungo viaggio attraverso il Camerun, la Nigeria, la Libia e il Mediterraneo, è sbarcato a Messina ed è stato trasferito al Centro di accoglienza (Cara) di Mineo. “Eravamo migliaia con pochissimi operatori. Molte persone, uscite dai traumi della Libia, sono state lasciate da sole senza alcuna presenza umana se non l’esercito. Per uscire e mangiare usavamo una tessera magnetica, tutto era automatizzato”, racconta. Il centro, capace di ospitare fino a 4.000 persone (il doppio della sua capienza), è stato chiuso nel 2019 anche grazie alle denunce di organizzazioni come Medici per i Diritti Umani (MEDU), che già nel 2015 ne aveva evidenziato i gravi problemi strutturali.

Le riforme legislative degli ultimi anni hanno avuto un impatto devastante non solo sulla stabilità psicologica delle persone straniere, ma anche sulle già scarse risorse destinate alla salute mentale.

I Decreti Sicurezza e il Decreto Cutro, tra i vari tagli ai fondi dell’accoglienza, hanno rimosso la funzione del supporto psicologico all’interno dei centri governativi. “La stessa situazione si verifica nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas), che rappresentano la maggior parte delle strutture”, spiega Martino Volpatti, operatore del Centro Astalli e referente presso il SaMiFo, una struttura sanitaria all’interno dell’Asl Roma1 che segue nello specifico i migranti forzati. I dati elaborati da Openpolis mostrano infatti come la quota di persone nei Cas sia aumentata costantemente a scapito del sistema ordinario e pubblico (ex Sprar/Siproimi, oggi Sai). “Il Sistema di accoglienza e integrazione (Sai) è ora limitato esclusivamente ai titolari di protezione e a poche categorie specifiche”, chiarisce Volpatti.

I servizi interni ai Cas sono nettamente insufficienti rispetto ai bisogni degli ospiti. “Se ci sono trecento persone che necessitano di supporto psicologico, di solito si individuano i casi più gravi per inviarli ad altri servizi. Nei centri Sai, invece, la gestione della salute mentale è più efficace”. Il sovraffollamento e la delocalizzazione peggiorano il quadro: “Centinaia di persone ammassate in casermoni delocalizzati, con stanze da sei o sette persone. In questo modo i problemi psicologici si aggravano o insorgono”. Per far fronte all’assenza strutturale del sistema pubblico, i centri di accoglienza finiscono per rivolgersi al terzo settore, chiedendo prese in carico psicologiche e perizie medico-legali. Nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio) il 70% delle persone rinchiuse assume farmaci psicotropi indicati dal personale della struttura non abilitato a farlo. Le inchieste sul tema raccontano di veri e propri sedativi.

Nonostante nel 2017 il Ministero della Salute abbia emanato le Linee guida per l’assistenza, la riabilitazione e il trattamento dei disturbi psichici dei rifugiati che hanno subito torture o violenze (in attuazione della direttiva europea n. 18/2014), l’Italia è ancora molto lontana dalla loro piena applicazione.

“I Decreti Sicurezza e il Decreto Cutro, tra i vari tagli ai fondi dell’accoglienza, hanno rimosso la funzione del supporto psicologico all’interno dei centri governativi”.

Giunto a Roma, Ngongang infatti ha potuto intraprendere un percorso terapeutico solo grazie all’intervento dell’associazionismo. Il sistema di accoglienza italiano non solo rende complesso accedere ai servizi per la salute mentale dedicati, sempre più assenti e insufficienti, ma spesso concorre a creare nuove situazioni di sofferenza che aumentano la possibilità dell’insorgere di psicopatologie e traumi. 

Chi lavora a contatto con la popolazione straniera nelle metropoli conosce bene queste dinamiche. “Trovare un lavoro e scoprire di essere stati truffati, trovare casa ed essere buttati fuori. È lì che le persone crollano”, racconta Alice Basiglini, vicepresidente di Baobab Experience, un’organizzazione di prima accoglienza, supporto legale e psicologico a Roma. “Dopo tutto quello che hai sopportato, credi di poter raggiungere i tuoi obiettivi e invece ti trovi davanti muri e respingimenti: razzismo, isolamento e marginalizzazione”.

Gli studi confermano che le difficoltà di inserimento e le discriminazioni quotidiane aggravano il disagio psicologico. Il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) colpisce tra il 5% e il 30% delle persone con storia di migrazione, manifestandosi con pensieri intrusivi, flashback, incubi e iperattivazione del sistema nervoso, che impediscono la normale gestione della vita quotidiana e l’apprendimento della lingua. Luca Cieri, psicologo volontario di Baobab, nota tuttavia come sia difficile garantire continuità: “Come posso offrire un servizio psicologico efficace se prima la persona non ha un tetto dove dormire o qualcuno che parla la sua lingua?”.

A livello scientifico si discute anche sui limiti delle categorie diagnostiche occidentali. Joseba Achotegui, professore in psicoterapia all’Università di Barcellona, ha coniato nel 2015 il termine “Sindrome di Ulisse” per descrivere lo stress cronico e multiplo legato al processo migratorio; una condizione non riconosciuta formalmente dall’OMS che, se fraintesa, rischia di condurre a diagnosi errate e a un’inutile medicalizzazione. Inoltre, la ricerca evidenzia come le difficoltà e i traumi migratori possano costituire un fattore di rischio per l’esordio di patologie psichiatriche gravi (come la schizofrenia) in soggetti predisposti, specialmente nella fascia d’età tra i 15 e i 30 anni.

Un modello di eccellenza è rappresentato dal SaMiFo (Salute Migranti Forzati) della ASL Roma 1, nato nel 2006 in convenzione con il Centro Astalli. “È una struttura unica in Italia, dove la collaborazione tra ASL e privato sociale si pratica all’interno del servizio pubblico”, spiega lo psichiatra e direttore Giancarlo Santone.

Parallelamente, dal 2014 Medici per i Diritti Umani ha attivato i centri Psyché a Roma, Firenze e Ragusa per la salute mentale transculturale. “Le persone che hanno attraversato questo spazio sono oltre 1.500, per un totale di più di 8.000 sedute. Di questi, oltre l’80% ha riferito di aver subito torture o trattamenti inumani”, dichiara Alberto Barbieri, presidente di MEDU.

La cura della salute mentale per le persone straniere necessita di strumenti specifici e flessibili. “Quando si ha a che fare con pazienti di culture diverse bisogna evitare due eccessi: pensare di capire tutto o pensare di non poter capire nulla”, osserva Volpatti.

Un elemento indispensabile è la figura del mediatore culturale. Come spiega Abdoulaye Touré, mediatore dei centri Psyché: “La presenza fisica di una persona che parla la tua lingua madre e condivida le tue origini infonde fiducia. Inoltre, il setting a tre (terapeuta, mediatore, paziente) è del tutto naturale nelle dinamiche d’ascolto di molte culture non occidentali”.

I due approcci principali sul campo sono l’etnopsichiatria e la psicoterapia transculturale. Un punto di riferimento per la prima in Italia è l’Associazione Frantz Fanon di Torino e dai lavori dell’antropologo Roberto Beneduce: rifiuta le rigide categorizzazioni mediche occidentali e pone la cultura d’origine e la storicità della persona al centro del percorso, analizzando la “catena di sofferenze” accumulata nel tempo. Oppure la Terapia Transculturale riconosce l’universalità della sofferenza umana, pur sapendo che i sintomi vengono espressi attraverso codici culturali differenti.

Capire i codici culturali evita diagnosi errate e psichiatrizzazioni improprie. Rossella Carnevali, psichiatra del SaMiFo, ricorda ad esempio come alcune manifestazioni emotive o credenze legati a spiriti e tradizioni vengano scambiate per psicosi o allucinazioni da chi non conosce il contesto di provenienza del paziente: “È fondamentale comprendere l’influenza culturale senza identificare la cultura stessa con la malattia. La cosa più importante resta la relazione d’aiuto”.

La sofferenza e i disturbi psichici tra la popolazione straniera tendono ad aumentare a distanza di anni dall’arrivo, specialmente se ci si trova ad affrontare discriminazioni, precarietà abitativa o il rifiuto dei documenti. Come forse nel caso di Abderrahim Fakir. “Se una persona è accolta e accompagnata in modo stabile, può sentirsi più a casa. Molti arrivano con l’idea dell’Europa come un luogo privo di barriere, ma la realtà è diversa e l’impatto può avere conseguenze sulla salute mentale”, conclude Duclair Ngongang.

Le stime dell’IPRS (Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali) indicano che presto un paziente su dieci nei servizi di salute mentale sarà di origine straniera. Di fronte a questa realtà, i tagli al supporto psicologico e ai servizi dedicati non fanno che aggravare l’emarginazione. 

Per mantenere l’ordine pubblico (o idealmente rispettare gli altri esseri umani) e evitare che le persone siano colpite da psicosi mentre camminano per strada, è necessario fornire le basi per non far esplodere quelle psicosi. Perché la violenza non passa solo per le manette.

Un’inchiesta più estesa sul tema si può trovare in un capitolo di Federica Rossi e Susanna Rugghia nel libro FuoriClasse, per i vent’anni della Scuola di Giornalismo Lelio Basso, edito da Altreconomia.

Federica Rossi

Federica Rossi è una giornalista freelance. Si occupa di transizione energetica, comunità autosufficienti, movimenti ambientalisti, ma anche di rotte migratorie nel Mediterraneo e cittadinanza. Le sue inchieste e reportage sono stati pubblicati su Euronews, Voxeurop, IRPIMedia, The Green European Journal, La Repubblica, e altri. Gestisce la rete estesa del collettivo di giornalisti Fada e fa parte della radio locale romana Sveja.

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