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Riccardo Venturi
I viaggiatori folli partivano per perdere se stessi

I Viaggiatori Folli Partivano Per Perdere Se Stessi
psicologia storia

Alla fine dell'Ottocento Jean-Albert Dadas percorreva settanta chilometri al giorno, abbandonando casa, moglie e lavoro senza ricordare perché. Lo storico Ian Hacking ha ricostruito l'epidemia di fughe che attraversò l'Europa per ventidue anni, prima di svanire.

Jean-Albert Dadas (1860-1907) lavora saltuariamente in uno stabilimento di gas a Bordeaux. Lavoratore discreto e rispettoso, conduce una vita morigerata, senza fumare né bere; timido con le donne, è un onanista compulsivo. A volte soffre di emicrania, ansia, sudore, insonnia, vertigini, seguiti da un impulso a partire, così imperioso e irresistibile che lo spinge ad abbandonare tutto – casa, famiglia, lavoro, abitudini – per mettersi in cammino, in direzione nord. Percorre settanta chilometri al giorno, assentandosi per alcuni giorni, mesi o anni interi. Il primo episodio risale alla sua adolescenza, quando è apprendista in una fabbrica di apparecchi a gas e tutto procede secondo programma finché un giorno scompare. Il fratello lo ritrova in una città limitrofa mentre aiuta un venditore ambulante di ombrelli. Quando gli tamburella la spalla Albert sussulta come se si svegliasse da un lungo sonno, inebetito e sorpreso di trovarsi lì. Altre volte riprenderà coscienza in una stazione quando gli va bene o in prigione quando gli va male (trascorrerà metà delle sue fughe in gattabuia).

La sua capacità di autosuggestione è poderosa: a volte gli basta ascoltare il nome di un luogo per sognarlo e, al risveglio, metterlo in moto, con un effetto a catena: sente Marsiglia e va a Marsiglia, dove gli parlano di Africa e s’imbarca per l’Algeria, dove fa il lavapiatti per rimpatriare. La situazione peggiora quando s’arruola in un reggimento di fanteria che diserta partendo per Praga, Berlino, attraversa la Prussia dove è ospedalizzato per il morso di un cane, giunge a Mosca in un carro bestiame dopo l’assassinio dello zar. Qui è preso per un nichilista, deportato a Costantinopoli e da lì, grazie all’aiuto di un console francese, a Vienna, dove lavora per un’officina di gas. Tornato nel suo reggimento, è condannato a tre anni di lavori forzati in Algeria.

Nel corso delle sue fughe Albert attraversa diversi stati di coscienza tra la veglia e il sonno: a volte le sue scelte sono deliberate, ponderate, sa bene chi è e come ottenere aiuto; altre volte langue in un automatismo tale che si risveglia come da un sogno, dimentico di quanto accaduto dopo aver percorso migliaia di chilometri. Tranne negli ospedali, dove la sua fama lo precede, Albert passa inosservato nella folla; dorme dove capita ma mantiene un certo decoro. Certo, gli capita anche di perdere i documenti d’identità, fare l’elemosina, essere fermato dai gendarmi e incarcerato per vagabondaggio, accettare lavoretti o lavori forzati al fine di racimolare i soldi per rientrare a casa, spesso con biglietti di terza o quarta classe.

Una volta a Bordeaux riprende il tram-tram quotidiano: si fidanza, si sposa nel luglio 1887, diventa papà ma poi fugge di nuovo. E continuerà a farlo anche quando la moglie muore di tubercolosi e la figlia è affidata a una famiglia di orticoltori.

Alla pratica ossessiva e incontrollabile di Albert s’interessa un giovane dottore, Philippe Tissié, non appena lo incontra all’ospedale Saint-André di Bordeaux. I due sono fatti per piacersi: Tissié, dalle modeste origini, resta orfano a quattordici anni e, per mantenere la famiglia, lavora come contabile alla stazione di Toulouse la notte. Ama viaggiare e a ventitré anni s’imbarca per il Senegal in qualità di sopraccarico, intraprendendo in seguito la carriera di medico. È in viaggio che il dottore trova la sua vocazione professionale. È inoltre un appassionato e un promotore del velocipede, inventato proprio a Bordeaux, e pubblica libri di educazione fisica.

Tissié si accorge che, quando ipnotizzato, Albert ricorda molti dettagli dei suoi viaggi, a partire dai quali mappa meticolosamente i suoi spostamenti. Se i resoconti possono sembrare romanzati, sono spesso verificati da alcuni dettagli (come la conoscenza di un dialetto tedesco) o dai consolati francesi all’estero e le autorità civili e militari che Albert incrocia, suo malgrado, strada facendo.

Nel 1887 Tissié pubblica Les Aliénés Voyageurs, risultato della sua tesi di dottorato (di cui alcuni estratti sono tradotti nel 2022 da Quodlibet per la cura e con una postfazione approfondita di Valeria P. Babini, Il caso clinico del viaggiatore sonnambulo). Albert diventa così il caso princeps di una sfilza di viaggiatori alienati compulsivi. Dopo Albert (1887) si riscontrano diversi casi a Parigi e nel resto della Francia (1888-1895), in Germania, Russia e, a partire dal 1889, in Italia. Diversi i nomi proposti: dromomania (dal greco dromos, corsa), poriomania (dal greco poreia, cammino) automatismo o determinismo ambulatorio, Wandertrieb; Tissié parla anche di “turismo patologico”. Nominare la malattia è fondamentale per diagnosticarla e guarirla.

Per Tissié, Albert è un isterico sonnambulo diurno, uno dei rari casi di isteria maschile. Per Charcot, che all’ospedale della Salpêtrière di Parigi ha a che fare con alcuni casi simili, è un epilettico latente. In teoria era facile distinguere i casi di isteria e di epilessia: i primi reagivano bene all’ipnosi, inefficace con gli epilettici, curati col bromuro e altri mezzi chimici; i pazienti che non mostravano sintomi di una o dell’altra erano considerati neurastenici, un termine importato dall’America. Ma il dibattito suscitato dall’epidemia di fughe di Albert è molto più articolato.

A ricostruirlo brillantemente è stato il filosofo e storico della scienza Ian Hacking in Mad Travelers. Reflections on the Reality of Transient Mental Illnesses (1998) tradotto in Italia nel 2004 (I viaggiatori folli. Lo strano caso di Albert Dadas, Carocci). Consultando storie della medicina e della psichiatria, Hacking è infastidito dall’assenza di vicende individuali. La storia ufficiale si scrive in assenza dei pazienti. Meglio allora volgersi alla letteratura, come il Nipote di Wittgenstein di Thomas Bernhardt o L’altra Grace di Margaret Atwood. Meglio ascoltare la voce degli stessi pazienti, a partire dai deliri schizo-paranoidi del Presidente Daniel Paul Schreber che, in manicomio, redige le sue Memorie di un malato di nervi.

Così Hacking s’imbatte nel caso di Albert. Svolgendo ricerche d’archivio a Bordeaux e in Francia, dove detiene la cattedra di Filosofia e storia dei concetti scientifici al Collège de France (2000-2006), Hacking – che ha già pubblicato La riscoperta dell’anima. Personalità multiple e scienza della memoria (1995, tr. it. Feltrinelli 1996) – racconta con un tono avvincente e affabile le vicende più che il caso clinico di Albert. È attento ai paralleli coi dibattiti contemporanei sulla schizofrenia e i disturbi dissociativi. Centrale è la metafora biologica di nicchia ecologica per le malattie mentali transitorie, che prosperano in determinate circostanze storico-geografiche, sociali e mediche e sussistono finché il loro habitat non muta. Hacking cerca così le condizioni – e i condizionamenti – che le rendono possibili.

Queste malattie sono reali o socialmente costruite? Hanno un’origine organica, neurologica, biochimica, genetica (e quindi ereditaria) localizzabile nel corpo e isolabile in laboratorio o sono un costrutto sociale e psichiatrico propenso a medicalizzare qualsiasi disagio? Si tratta di un disturbo iatrogeno (causato dai medici) o doxogeno (provocato da un sistema di credenze, da una doxa nutrita di terapeuti e media)? Cosa fa sì che, in una data civiltà, un comportamento fuori dalla norma sia diagnosticata come una malattia? A una risposta secca Hacking preferisce ricorrere alla nicchia ecologica. Queste le sue domande: quali circostanze specifiche fanno della fuga una malattia quando altrove la questione non viene nemmeno posta? Da quando viaggiare è associato a una patologia o da quando la follia si manifesta attraverso il viaggio? Per esteso, cosa fa sì che la vita e le evasioni di un Rimbaud rientrino nella sua biografia poetica e quelle del quasi coetaneo Albert rientrino nei casi clinici? E infine, che il comportamento di Albert sia la conseguenza di un trauma cranico, quando a otto anni cade da un albero, un elemento neurologico difficile da verificare all’epoca? Che oggi si parlerebbe piuttosto di schizofrenia o disturbo bipolare?

A rispondere ci aiuta la nicchia ecologica dei fugueurs – sinonimo di aliéné voyageur –, a partire dalle sue coordinate storico-geografiche. Bordeaux, città borghese e girondina lontana dal giacobinismo parigino; città francese del XIX secolo meglio preservata, non stravolta dalla rivoluzione industriale, che avrebbe fatto senza dubbio di Albert un operaio; terzo porto francese dopo Le Havre e Marsiglia e centro del traffico con le Antille.

I fugueurs sono inoltre per lo più artigiani, fattorini, impiegati, droghieri, cittadini della classe media che lavorano come apprendisti da quando sono adolescenti e hanno ricevuto un minimo d’educazione, lontani dai vagabondi, dai contadini, dagli agricoltori, dai Lumpen. “Per essere considerato uno scappato di casa (fugueur) bisogna avere un domicilio”, un focolare domestico.

Se prosperano in Francia e in una parte dell’Europa continentale, i fugueurs sono assenti in Inghilterra e negli Stati Uniti, più interessati allo spiritismo e all’eugenetica per la quale il nomadismo, come quello degli schiavi neri che fuggono dai loro padroni, è un fenomeno ereditario legato alla razza, un ritorno atavico a un’epoca che precede la diffusione del gene domestico. Negli Stati Uniti il fugueur non torna mai a casa – “Go west, young man!”. Manca inoltre un esercito di leva o di coscritti rispetto alla Francia dove i giovani sono più censiti al fine di smascherare eventuali disertori, obbligati ad avere con sé il libretto militare. Ci sono insomma più probabilità di essere controllati rispetto al mondo anglofono, dove la polizia non ha il diritto di chiedere documenti senza ragione.

L’epidemia di fugueurs oscilla infine tra turismo e vagabondaggio, due fenomeni opposti – virtuoso e romantico l’uno, vizioso e criminale l’altro – ma speculari. Da una parte, in Francia si promuove il turismo verso Nizza e Cannes (ma non verso Bordeaux), si diffonde il giornalismo di viaggio, si leggono i romanzi di Jules Verne, nel 1878 Robert Louis Stevenson attraversa le Cévennes a piedi, da solo e a dorso d’asina. Il 1882 segna l’apogeo della costruzione di hotel in Svizzera (visitata da Albert). Dall’altra parte, durante tutto il XIX secolo la società francese è ossessionata dalla degenerazione, una categoria vaga, legata alla denatalità, al suicidio, alla prostituzione, all’omosessualità, alla follia, al vagabondaggio. Il vagabondo va estirpato dalla società e guarito in quanto malato: ecco qui, commenta Hacking, la soluzione liberale ai problemi sociali – la soppressione medicalmente assistita.

In finale, quella dei fugueurs è una malattia mentale transitoria che emerge, si radica, si diffonde, declina e scompare nello spazio di soli ventidue anni. Tramonta al Congresso di alienisti e neurologi a Nantes il 2-8 agosto 1909, l’ultima volta che viene presa sul serio in quanto malattia autonoma, discussa in quanto forma di depressione o di sonnambulismo diurno, in quanto fuga isterica o demenza precoce.

Avanzo in conclusione la mia ipotesi. Entrambi viaggiatori e amanti dell’aria aperta, Albert e Tissié sono fatti per piacersi. Albert è, a immagine e somiglianza di Tissié, un sognatore captivé dai suoi sogni. La loro folie à deux non è importante solo per la storia della medicina, della psichiatria o delle medical humanities ma anche per comprendere il nostro mondo segnato dai rider, dal telelavoro o dagli Hikikomori e in cui la pratica o l’attività del camminare è tornata di moda. Dagli studi classici – camminare come pratica quotidiana (Michel De Certeau) e sociologica (Erwin Goffman) – al camminare come pratica estetica (Francesco Careri, Walkscapes), filosofia (Frédéric Gros), sentimentale (la viandanza di Luigi Nacci), etnografico (Martin de La Soudière), antropologico (Pascal Picq), architettonico (la promenadologia di Lucius Burckhardt). Le 450 pagine della Storia del camminare (Ponte alle Grazie 2018) di Rebecca Solnit offrono un’ottima panoramica.

Per quanto diversi, questi approcci concordano sulla riabilitazione del pedone dopo secoli di stigma, se pensiamo che ancora oggi “pedestre” è sinonimo di prosaico, dimesso, mediocre, senza affettazione. Il caso di Albert costituisce però un capitolo anomalo nella storia del camminare e che resta da scrivere. La promenade non è più, come per Jean-Jacques Rousseau, un flusso di coscienza errabondo che facilita la meditazione e la scrittura ma qualcosa di più turbolento.

Vi è uno spostamento geografico: non siamo più nella Parigi del flâneur e della deriva situazionista ma nella Bordeaux borghese dove è riconosciuto il primo caso di personalità multipla o doppia coscienza. Vi è uno spostamento concettuale: camminando, Albert non sa più chi è né perché si è messo in cammino; sa solo qual’è la sua tappa successiva. Non parte per conoscersi ma per dimenticarsi, per svuotarsi, per sbarazzarsi della sua identità, come se, camminando, potesse calpestarla sotto i suoi piedi. Hacking considera Albert – viaggiatore sonnambulo a occhi aperti – come una parodia di Ulisse, perché non parte per andare in guerra o per tornare a casa. La sua idea fissa è una: mettersi in viaggio.

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi insegna Teoria e storia dell’arte contemporanea all’università Panthéon-Sorbonne di Parigi e si occupa del rapporto tra arti visive e scienze umane dell’ambiente.

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