Articolo
Agnese Codignola
Dalla storia delle guerre chimiche non abbiamo imparato niente

Dalla Storia Delle Guerre Chimiche Non Abbiamo Imparato Niente
chimica politica

Vietnamiti, curdi, palestinesi e iraniani: negli ultimi decenni le popolazioni esposte a armi come gas e veleni sono state molte, con danni immediati gravi e conseguenze che si ripercuotono sulle generazioni a venire. Ma di ripensare il trattato internazionale sul tema non si parla neanche e le Potenze globali continuano a fare ricerca.

Gli abitanti di Teheran non dimenticheranno presto la primavera del 2026. Non scorderanno quelle giornate in cui la pioggia di marzo si è trasformata in una miscela mortale, in pioggia nera che scendeva da nuvole impenetrabili, non previste dal meteo, color pece, formatesi improvvisamente per poi rilasciare un liquido denso, maleodorante e appiccicoso sulla città e dintorni, sulle persone, sugli animali, nei corsi d’acqua e nei campi: ovunque, per giorni. Uno scenario distopico, che ha provocato malori, cefalee, asma, difficoltà respiratorie, ustioni, anticipando quelli che saranno i danni a lungo termine.

La pioggia nera, peggiore di quella acida, nota grazie agli incendi, è estremamente dannosa per la salute, come ha ricordato Nature pochi giorni dopo le prime precipitazioni. Contiene numerose sostanze che possono provocare ustioni chimiche per contatto diretto, lesioni ai tessuti polmonari se inalate e, nel tempo, tumori e altre patologie. Idrocarburi, ossidi di zolfo e di azoto, i cancerogeni benzene, naftalene, toluene, cloruro di metile e acetone sono solo alcuni dei composti liberati dall’attacco ai depositi petroliferi, cui si aggiungono quelli derivanti dalle esplosioni e dagli edifici abbattuti come l’amianto o il silicio e le polveri sottili più piccole e micidiali, le PM2,5. Il tutto aggravato dalla posizione geografica della città, nel caso di Teheran, che agevola le inversioni termiche, ovvero le condizioni atmosferiche nelle quali gli strati di aria più calda si trovano al di sotto di quelli di aria più fredda, favorendo ulteriormente la dispersione al suolo degli inquinanti. 

I cittadini della capitale iraniana e quelli degli altri centri vicini alle raffinerie e agli impianti attaccati nelle settimane seguenti in tutta l’area del Golfo pagheranno le conseguenze per decenni. Anche per questo quello ai depositi può essere considerato un attacco chimico a tutti gli effetti, per quanto indiretto. Idrocarburi e altre sostanze cancerogene, comunque vada a finire, resteranno nel terreno e nelle acque per molto tempo, e condizioneranno la salute dei cittadini di domani, probabilmente nel disinteresse generale.

Che cosa succede quando un territorio viene contaminato dal cielo negli anni e decenni successivi lo insegna la storia della guerra in Vietnam, ricordata da Science nel 2025 in occasione del cinquantennale: una lezione che, evidentemente, è stata dimenticata.

Sin dai primi anni Settanta fu chiaro che l’Agente Arancio poteva provocare malformazioni nei feti e diversi tipi di tumore. Indagare gli effetti sui vietnamiti, però, non interessava e non era semplice: per anni gli studi e le indagini furono frammentari, non di rado compromessi da pecche metodologiche.

Tra il 1961 e il 1971 sul Vietnam furono sversati 74 milioni di erbicidi chiamati genericamente Agente Arancio, dal colore della striscia che contraddistingueva i bidoni, pieni di miscele di esfolianti inizialmente ritenuti sicuri per l’uomo. Tra le sostanze utilizzate c’erano l’acido 2,4 diclorofenossiacetico (2,4 D) e l’acido 2,4,5 tricolorofenossiacetico (2,4,5 T), oltre alla diossina 2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), estremamente stabile nel terreno e con un’emivita che, in alcune condizioni, supera i cento anni. Secondo stime dei primi anni Duemila della Croce Rossa locale, tre milioni di vietnamiti furono esposti a quella pioggia, non nera ma neanche meno letale.

In realtà, già verso la fine di quella guerra gli americani iniziarono a capire che l’Agente Arancio non faceva male solo alle mangrovie, e sin dai primi anni Settanta fu chiaro che le diossine potevano provocare malformazioni nei feti e diversi tipi di tumore. Indagare gli effetti sui vietnamiti, però, non interessava e non era semplice: per anni gli studi e le indagini furono frammentari, non di rado compromessi da pecche metodologiche come raccolte di dati eterogenei e insufficienti che ne resero inutilizzabili i risultati. Una prima indicazione attendibile giunse da una metanalisi solo nel 2006, che aveva incluso anche documenti in lingua viet mai tradotti prima, e dalla quale risultava un tasso di malformazioni doppio per i figli delle madri esposte.

In seguito si cercò di controllare il livello delle diossine in un numero consistente di vietnamiti, per metterlo in relazione con i tumori e i difetti dello sviluppo, ma le autorità di entrambi i paesi non sostennero mai davvero le ricerche, soprattutto per motivi politici: risultati positivi avrebbero potuto portare alla richiesta di risarcimenti miliardari agli Stati Uniti, ma esiti negativi avrebbero messo in grave imbarazzo il governo vietnamita, che aveva sempre attribuito le malformazioni all’Agente Arancio. 

Nonostante le reticenze e le resistenze, negli ultimi quindici anni decine di articoli hanno suggerito legami tra l’esposizione all’Agente Arancio e diversi tipi di tumori, rallentamento nella crescita, disturbi dello sviluppo cognitivo e autismo. Nonostante le prove, però, nessun vietnamita è stato risarcito, e i figli e nipoti di coloro che subirono quella pioggia mortale non sono mai stati studiati in modo sistematico.

Un’altra popolazione martoriata più volte dai gas e poi abbandonata al suo destino è quella dei curdi: nel 1988, Saddam Hussein lanciò una pioggia chimica nell’ambito della campagna genocidaria Hanfal, che provocò 182.000 morti in tutto il Kurdistan iracheno. A Halabja, Saddam utilizzò principalmente gas nervini e gas mostarda, uccidendo sul colpo cinquemila persone, e ancora oggi migliaia di famiglie stanno facendo i conti con quell’avvelenamento. Sui loro traumi lavora da oltre dieci anni Ibrahim Mohammed, docente di psicotraumatologia e psicologia all’Università di Duhok, in Iraq, che di recente ha pubblicato su Frontiers in Psychiatry i risultati del suo lavoro con cinquecento sopravvissuti alla strage. I colloqui e le analisi hanno mostrato come anche dopo decenni quasi l’80% dei sopravvissuti mostri segni di disturbo da stress post traumatico, depressione e ansia (il 65%), spesso somatizzati (in più della metà dei casi) in dolori cronici (mal di testa, mal di schiena, mal di stomaco), affaticamento, spossatezza e patologie di vario tipo. Perché, come spiega Mohammed, il trauma non scompare, ma si evolve e perdura anche per tutta la vita, soprattutto in società come quella curda, che non ha mai smesso di subire attacchi, pressioni, sfollamenti, e dei quali nessuno o quasi si occupa: pochissimi (circa il 17%), secondo Mohammed, ricevono terapie farmacologiche adeguate e nessuno ha un sostegno psicologico né, tantomeno, un aiuto per rintracciare i familiari scomparsi.

La guerra chimica si ripete quindi sempre uguale, nelle più diverse situazioni e latitudini, e stende la sua ombra nera anche sulla psiche, oltreché sui corpi, e ovviamente sull’ambiente (il termine Ecocide fu coniato proprio per definire ciò che era accaduto nelle foreste vietnamite).

Eppure, nonostante i trattati e gli impegni solenni, non è mai stata abbandonata, come dimostra l’utilizzo ripetuto di fosforo bianco da parte di Israele in Libano e a Gaza, documentato a partire dal 2023 e tornato oggi di attualità. O quello sempre di fosforo bianco e di Nk-77, la versione moderna del Napalm usato in Vietnam, sugli iracheni di Falluja da parte dell’esercito statunitense nel novembre del 2004, che provocò migliaia di morti e sulle conseguenze del quale non ci sono stati studi. E ancora, per restare solo ai casi più noti, nella strage del Teatro Dubrovka di Mosca del 2002, durante la quale 129 ostaggi e 33 terroristi furono uccisi da un gas nervino pompato dai condotti di aerazione. 

Negli ultimi anni le armi chimiche russe sono tornate anch’esse ad agire su scala più ampia, in Siria e soprattutto in Ucraina, dove fin dal 2022 sono stati individuati agenti antisommossa (chiamati anche RCA, Riot Control Agents) e cloropicrina, una sostanza soffocante ancora più tossica degli RCA usata anche dall’Unione Sovietica in Georgia nel 1989. E la lista potrebbe continuare.

A uccidere Aleksei Navalny è stata l’epibatidina, un veleno micidiale disciolto nel gel che ricopre la cute di una piccola rana dell’Ecuador dal corpo arancione come i bidoni dell’Agente, a rischio estinzione, l’Epipedobates anthonyi, o rana freccia.

Poi c’è la guerra chimica personalizzata, quella che prende di mira un nemico alla volta. Il paese di gran lunga più esperto è probabilmente ancora la Russia, almeno per quanto è dato sapere. Lo hanno confermato il 14 febbraio scorso i governi di cinque paesi (Gran Bretagna, Paesi Bassi, Francia, Germania e Svezia), che hanno messo nero su bianco le conclusioni delle loro indagini: a uccidere Aleksei Navalny è stata l’epibatidina, un veleno micidiale disciolto nel gel che ricopre la cute di una piccola rana dell’Ecuador dal corpo arancione come i bidoni dell’Agente, a rischio estinzione, l’Epipedobates anthonyi, o rana freccia. Il rapporto sostiene che la responsabilità è della Russia, che ha prodotto l’epibatidina in qualche laboratorio dedicato, attivo nonostante l’adesione alla convenzione contro le armi chimiche sottoscritta nel 1993, e che obbligava i paesi firmatari (160) non solo a distruggere tutte le scorte, ma a non produrre più alcuna sostanza di quel tipo.

Le prove – schiaccianti, secondo i cinque governi – sono nella biologia della rana freccia, che produce l’epibatidina solo in natura, metabolizzando alcuni peptidi che assorbe dagli insetti di cui si nutre: se tenuta in cattività, non la sintetizza. Inoltre, le concentrazioni di epibatidina presenti nel gel di ogni esemplare sono minime, e sarebbe stato impossibile estrarne quantità sufficienti in loco per poi trasportarle a migliaia di chilometri di distanza, fino alla colonia penale IK-3, in Siberia. Infine, quella rilevata nei tessuti di Navalny (analizzati segretamente nei cinque paesi) aveva tutte le caratteristiche di una molecola di sintesi.

L’identificazione dell’epibatidina in realtà non ha sorpreso, così come non aveva convinto la spiegazione ufficiale di un “decesso per cause naturali”: negli anni scorsi, oltre all’avvelenamento dello stesso Navalny con l’agente nervino novichok, altra sostanza teoricamente non più prodotta, c’erano stati quelli da tè al Polonio 210, che nel novembre del 2006 aveva ucciso Alexsandr Livtinenko e un altro avvelenamento da novichok. La vittima, in quel caso, era stata Dawn Sturges, una donna inglese che si era contaminata spruzzandosi su un polso qualche goccia di una boccetta trovata in un parco, gettata via dopo essere stata usata per uccidere Sergey Skripal e la figlia Yulia, poi sopravvissuti, a Sainsbury. 

La Russia, come molti altri paesi, persevera dunque nel produrre e utilizzare armi chimiche di tutti i tipi: da quelle utilizzate sulle popolazioni civili vittime dei conflitti fino a quelle da impiegare ad personam

Del resto, che i numerosi laboratori realizzati durante la Guerra Fredda stiano vivendo una seconda giovinezza l’hanno ipotizzato in molti, e lo ha mostrato un reportage del 2024 del Washington Post, nel quale esperti di intelligence e di biodifesa sono stati invitati a commentare una serie di immagini raccolte dai satelliti nell’area chiamata Sergiev-Posa-6, a 96 chilometri da Mosca.

Il complesso, originariamente denominato Zagorsk-6, era stato realizzato negli anni Cinquanta con tutte le caratteristiche delle città chiuse sovietiche, alla periferia di Sergiev Posad, un centro di 110.000 abitanti fino ad allora noto solo per un monastero del XIV secolo e per le chiese ortodosse. Entro le mura fortificate del paese erano arrivati circa seimila tra ricercatori e familiari, giunti per studiare soprattutto le armi batteriologiche come vaiolo, ebola e altre febbri emorragiche. Lì aveva sede il quarantottesimo Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica, che si occupava principalmente di virus e batteri, e che aveva immagazzinato ceppi di microrganismi di ogni tipo, probabilmente tuttora ospitati nei suoi frigoriferi. Con la fine della Guerra Fredda, il centro era caduto in disuso, ma non era mai stato del tutto abbandonato e, soprattutto, i suoi depositi avevano continuato a preservare i preziosi campioni biologici. 

Negli ultimi anni è stata notata una ripresa delle attività, forse concentrata sulle armi chimiche: non a caso il centro è stato sottoposto a sanzioni da parte degli Stati Uniti per il sospetto che il novichok confezionato per Skripal fosse stato ottimizzato proprio lì. Oltretutto, il sito è uno dei soli tre nei quali i russi non hanno mai permesso alcuna ispezione. 

Poi dal 2022 qualcosa è cambiato, e secondo gli esperti interpellati dal Washington Post non in meglio. Stando alle immagini dei satelliti, tutto lascia infatti supporre che sul nucleo originale sovietico sia stato realizzato un complesso di laboratori di massima sicurezza, il 4 (o BSL-4, lo stesso del famigerato laboratorio di Wuhan). Le immagini mostrano dieci nuovi edifici, per un totale di oltre 23.000 metri quadrati, ma soprattutto svelano tutto ciò che di solito accompagna un laboratorio biologico di massima sicurezza: decine di unità di trattamento dell’aria sui tetti, necessari per il ricambio forzato dell’aria per mantenere una pressione negativa; probabilmente una piccola centrale elettrica, per rendere il complesso indipendente dai blackout; un tunnel largo undici metri per il trasporto di mezzi e persone; stanze compartimentate per la decontaminazione; visuale esterna libera grazie all’abbattimento di tutti gli alberi; misure di sicurezza rafforzate. 

Nessuno sa cosa accada là dentro, anche se il responsabile dei laboratori, Sergey Borisevich, ha dichiarato che la struttura è la spina dorsale della difesa biologica del paese e che è stata progettata per proteggere i cittadini dalle armi biologiche che altri stanno preparando. L’affermazione riprende ciò che i russi dissero ufficialmente anche negli anni Settanta e Ottanta, con riferimento agli americani, per giustificare un grande programma di ricerche su potenziali armi biologiche quali l’antrace, il vaiolo e la peste, anche geneticamente modificati, studiati proprio all’ombra del monastero; e poi ciò che dichiararono di nuovo nel 2022, denunciando la preparazione di armi biologiche da parte dell’Ucraina, mai dimostrata. Tutto sembra insomma riproporre vecchi copioni.

In quei dieci edifici, oltre al novichok e all’epibatidina potrebbero esserci altre armi non convenzionali, biologiche oltreché chimiche, in studio, se non in preparazione. Anche per questo secondo molti sarebbe arrivato il momento di un profondo ripensamento dei trattati e di una nuova stesura sia di quello sulle armi chimiche che di quello, antecedente, sulle armi biologiche, che oggi appaiono poco più che elenchi di buone intenzioni. 

Di quello sulle armi chimiche non si sta neppure discutendo, mentre il cinquantesimo anniversario di quello sulle armi biologiche, la Biological Weapons Convention (BWC), entrata in vigore nel marzo del 1975, ha fornito l’occasione per proporre una revisione, come ha raccontato su Science Richard Stone in un dettagliato articolo.

Se nessuno può entrare nei laboratori su cui gravano sospetti (in quel caso quello di Wuhan), non si potrà mai giungere a una versione fattuale di quanto accaduto né, eventualmente, a sanzionare chi non rispetta le norme sottoscritte liberamente.

Nelle intenzioni dei paesi ideatori della BWC, l’accordo, ratificato da Stati Uniti, Cina e altri 186 paesi, doveva eliminare le armi “ripugnanti per la coscienza dell’umanità”, ma fino dalla prima stesura il patto non ha mai contemplato meccanismi di controllo da parte di organismi internazionali e indipendenti: una mancanza che ne ha compromesso da subito l’efficacia. Come si è visto con il Covid, se nessuno può entrare nei laboratori su cui gravano sospetti (in quel caso quello di Wuhan), non si potrà mai giungere a una versione fattuale di quanto accaduto né, eventualmente, a sanzionare chi non rispetta le norme sottoscritte liberamente. 

Non tutta la storia della BWC è stata comunque negativa: dalla sua entrata in vigore il trattato ha portato alla chiusura di oltre venti programmi di armi biologiche offensive. Inoltre, prima di esso gli Stati Uniti avevano uno dei più estesi programmi di armi biologiche al mondo, che sono stati poi effettivamente abbandonati grazie agli impegni presi. 

Restano altri Stati comunque incuranti della BWC, per quanto sottoscritta: secondo un rapporto del governo statunitense del 2024, tra i peggiori ci sarebbero alcuni dei protagonisti delle ultime guerre, ovvero la Russia, la Corea del Nord, la Cina e l’Iran, anche se non ci sono certezze. Guarda caso, in quello stesso rapporto viene dato ampio spazio alla “ristrutturazione” di Sergiev-Posad 6, mentre si ipotizza che la Russia stia fornendo aiuto logistico alla Corea del Nord per potenziare i suoi programmi di armi biologiche superando tutti gli embarghi e i blocchi. Per questo, così com’è, quel trattato è diventato inutile, e non più adatto ai tempi.

A rendere urgente la riscrittura ci sono infatti tecnologie allora futuribili ma oggi routinarie come l’editing genetico e la biologia sintetica che, potenziati dall’intelligenza artificiale, potrebbero consentire di progettare molecole inesistenti in natura, per esempio germi più trasmissibili, letali o resistenti a farmaci e vaccini, come segnalato anche da ricercatori Microsoft nello scorso autunno su Science

I gruppi di lavoro aderenti alla BWC stanno quindi cercando di capire quali potrebbero essere gli approcci più efficaci per affrontare le nuove sfide. Si pensa a indagini che traccino certe rotte commerciali o che analizzino pubblicazioni sospette, oltre alle analisi delle immagini satellitari come quella del Washington Post; oppure di chiedere alle aziende che vendono sequenze di DNA di eliminare quelle che potrebbero essere impiegate per fini bellici, asse portante dell’International Biosecurity and Biosafety Initiative for Science lanciata l’anno scorso, attraverso la quale sono in distribuzione gratuitamente software di screening per le aziende che fanno sintesi genetica. Strumenti, però, ancora da ottimizzare, oltreché da diffondere.

Un test effettuato da Katarzyna Adamala dell’Università del Minnesota, di cui riferisce Stone, ha infatti fatto emergere tutte le vulnerabilità di quel sistema. Adamala e colleghi hanno inviato una proteina del tutto innocua, una luciferasi, a un’azienda, e le hanno chiesto di modificare il software di controllo, includendo la luciferina tra le proteine potenzialmente pericolose. Quindi ne hanno inviata una versione con alcune sequenze inesistenti in natura e aminoacidi non canonici, e questa è passata del tutto inosservata: per il software non c’era nulla di strano. È quindi evidente che questi strumenti vanno migliorati. 

Poi ci dovrebbero essere le ispezioni e i controlli indipendenti, da garantire sempre, perché possono, se non altro, ritardare e ostacolare eventuali programmi segreti.

Per il momento, anche in attesa che l’amministrazione Trump si pronunci sulla BWC, si fa affidamento sul tabù che queste armi hanno sempre rappresentato, anche se le linee rosse superate senza conseguenze negli ultimi anni sono state tragicamente numerose. Un po’ pochino. Anche per questo non bisogna desistere.

Come ha ricordato il rappresentante dell’Italia Leonardo Bencini a una conferenza del 2024 per il rafforzamento della BWC, finita in un nulla di fatto per il sabotaggio della Russia: “Se domani venisse utilizzata un’arma biologica saremmo completamente impreparati. Il mondo ci guarderebbe e ci chiederebbe: Cosa avete fatto per impedirlo?”.

Agnese Codignola

Agnese Codignola è scrittrice e giornalista scientifica con un passato da ricercatrice. Il suo ultimo libro è Alzheimer S.p.A. Storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è (Bollati Boringhieri, 2024).

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