Articolo
Giorgia Bollati
E se le città del futuro non fossero solo per le persone?

E Se Le Città Del Futuro Non Fossero Solo Per Le Persone?
natura architettura

Rendere gli spazi urbani accessibili a chi è più fragile e a chi si muove in bicicletta, ma anche agli animali che li abitano, dagli impollinatori agli uccelli. La sfida degli ambienti condivisi è superare una progettazione legata al passato: di questo (e non solo) si parlerà a Torino a Urban Desires.

Bombi nelle aiuole a bordo strada, storni dove i palazzi sono meno fitti e martin pescatori ai margini dei fiumi. E, poi, cinghiali nelle aree più prossime ai boschi, scoiattoli grigi (quelli americani) nei parchi tra le case e nutrie nel Po.

Gli animali in città sono presenze quotidiane, che collaborano alla qualità di un ecosistema multispecifico, come quello urbano, di cui facciamo parte anche noi. Alcuni di questi, però, sono organismi alieni e invasivi, che possono diventare dannosi per le specie autoctone. Altri, invece, non arrivano da così lontano, ma da una campagna che diventa sempre più ostile, inquinata, invasa, a sua volta, dall’urbanizzazione, o sconvolta dai cambiamenti climatici, con meno cibo e risorse. 

Accade in Italia come in altre aree del mondo, dalle volpi di Londra ai leopardi di Mumbai, fino ai canguri di Canberra e ai coyote di New York. 

Gli animali selvatici si insediano in città, si adattano ai suoi rumori, al suo traffico, alle sue isole verdi e alla cementificazione. Qui trovano maggiore facilità di accesso al nutrimento e all’acqua, trovano rifugio e temperature più elevate in inverno e spazi verdi da abitare. Non solo. Considerato che per la prima volta nella storia dell’umanità oltre metà della popolazione al mondo vive all’interno di città e che secondo le Nazioni Unite entro il 2050 si salirà al 68% , non solo aumenterà la densità abitativa con conseguenti nuove problematiche di equità e distribuzione dei servizi, ma potremmo andare incontro a una riduzione dello spazio a disposizione degli animali non umani, che anche per questo potrebbero aumentare nei contesti urbani. E, dunque, potrebbero intensificarsi le interazioni tra specie diverse.

Nel corso della storia, con cemento, vetro e acciaio, con prati tagliati all’inglese o terreno coperto da colate di catrame, abbiamo progettato le città per confinare la natura, per dare un ordine a un paesaggio selvatico, per ridurre la manutenzione che il verde richiede e, più in generale, per tenere lontani gli animali non domestici. Progettiamo le città per renderle più efficienti e vivibili, e stiamo ancora lavorando per rimuovere le barriere architettoniche e per rendere equo l’impiego di tecnologie smart che possono rendere più sostenibili le attività e migliorare la qualità della vita dei cittadini. Ma spesso continuiamo a considerarle come spazi destinati quasi esclusivamente agli esseri umani. 

Questo può essere un buon momento per ripensare i paradigmi dell’abitabilità dalla radice, liberando lo sguardo dagli schemi ereditati dal passato, da una prospettiva antropocentrica, neurotipica e occidentale, attingendo all’arte e alla storia, e ragionando sulle esigenze di tutti gli esseri viventi che ne fanno uso. 

“Il dibattito sulle politiche urbane pone l’accento sull’inclusione sociale, sul benessere, sulla partecipazione e sulla giustizia, con particolare riferimento alle popolazioni umane emarginate; ciononostante, le vite e le esperienze delle altre specie animali rimangono in gran parte escluse da tali riflessioni”, scrive il team dei ricercatori belgi guidato da Ciska De Ruyver, dell’Università di Namur, in un paper pubblicato su Cogitatio a luglio di quest’anno in cui è analizzata la possibilità di realizzare città inclusive per tutti gli esseri viventi in un’ottica “One Welfare”, che riconosca l’interdipendenza tra il benessere umano, animale (non umano) e ambientale, dando maggiore rilievo a un tema che (fatta eccezione per gli animali domestici) resta marginale.

Stiamo ancora lavorando per progettare architetture e infrastrutture più inclusive, pensate per accogliere modelli di mobilità diversi, accessibili e fruibili anche da chi ha disabilità, sicure per le categorie più fragili della popolazione, ma proprio in un momento in cui il sistema scricchiola può valere la pena fare un passo in più e non limitarsi a ridisegnare ciò che c’è perché abbia una fruibilità più ampia e sul lungo periodo. Piuttosto può essere un buon momento per ripensare i paradigmi dell’abitabilità dalla radice, liberando lo sguardo dagli schemi ereditati dal passato, da una prospettiva antropocentrica, neurotipica e occidentale, attingendo all’arte e alla storia, e ragionando sulle esigenze di tutti gli esseri viventi che ne fanno uso. 

Questi saranno alcuni dei temi di Urban Desires, un momento di incontro (ed evento pubblico e gratuito) pensato per fare il punto progettuale e creativo, di ricerca e divulgazione, unendo le competenze che ricercatrici e ricercatori del Dipartimento Interateneo di Scienza, Progetto e Politiche del Territorio (DIST) mettono a disposizione della società e che sarà a Torino il 6 e il 7 novembre. Tra talk, passeggiate tematiche e riflessioni, ospiti e pubblico cercheranno di immaginare le città del futuro liberate “dalla pesantezza del presente o dai fantasmi del passato”, come recita il manifesto del progetto.

E per ripensare da capo, bisogna partire da ciò che c’è: ogni infrastruttura che disegniamo e realizziamo – una strada, una pista ciclabile, un parco, un sistema di drenaggio, un’area abbandonata – modifica le possibilità di movimento, sopravvivenza e adattamento di molte specie, comprese quelle che non vorremmo trovare in città. Aree verdi separate da strade trafficate espongono ricci e scoiattoli al rischio di essere investiti, mentre un suolo coperto dal cemento non si sviluppa in maniera integra, non nutre le piante che vi immergono le radici né i piccoli animali che lo rinnovano (di questo si parlerà ampiamente nel programma di Urban Desires in un dibattito con Carolina Giaimo del DIST). E poi lampioni e lampade rivolti verso l’alto disorientano pipistrelli e insetti notturni, i rumori dei mezzi di trasporto, dei lavori di manutenzione e delle altre attività stressano animali selvatici e domestici (e fanno lo stesso con noi, rischiando di provocare malattie e danni al cuore e non solo).

Eppure, con le loro capacità di adattamento anche le altre specie trovano il modo di vivere in contesti fortemente urbanizzati, ognuna ritagliandosi una sua nicchia, a volte in competizione con altre. Può accadere, ad esempio, con l’arrivo o l’introduzione di una specie aliena, che questa si adatti a vivere in un ambiente lontano e diverso da quello originario, in assenza dei predatori naturali con cui si è coevoluta, e che possa danneggiare gli organismi locali da cui buona parte dei servizi ecosistemici può dipendere. Ma la diffusione di organismi introdotti, volontariamente o accidentalmente, non è soltanto una questione naturalistica: può rivelare gli squilibri generati dalla trasformazione degli habitat, dalla frammentazione degli spazi verdi, dalla pressione antropica e dall’insufficiente gestione e monitoraggio delle aree meno frequentate. La presenza di granchi blu, mantidi religiose giganti provenienti dall’India, e parrocchetti dal collare, quindi, da un lato può essere problematica per animali e piante originari del bacino Mediterraneo e delle altre destinazioni di arrivo, dall’altro è un prezioso segnale che ci indica dove e quando abbiamo abbassato la guardia. A questo, durante la rassegna di Urban Desires, saranno dedicati una passeggiata al Parco del Valentino e un momento di dibattito. 

Che siano alieni o autoctoni, spesso molti organismi possono interferire con le funzionalità di alcune infrastrutture pubbliche, come può avvenire ad esempio nel caso delle interazioni tra uccelli e linee elettriche, con rischi per la sopravvivenza per gli animali e possibilità di cortocircuiti o interruzione di fornitura elettrica. L’origine del pericolo, però, sta a monte: se questi sistemi non sono stati pensati per accogliere anche animali non umani, non vuol dire però che altri organismi non possano abitarli o usarli, aggiungendo un fattore esterno con cui fare i conti e che in fase di progetto non era stato calcolato. E, allora, forse, occorre ripensare l’atto del progettare dal principio, e re-immaginare le metropoli e i territori limitrofi in modo che la natura possa compenetrarle, perché tutti possano trarne beneficio.

Occorre superare l’idea della città come semplice spazio costruito e raccontarla come un sistema ecologico complesso, in cui progettazione, biodiversità, fragilità e convivenza sono inseparabili.

Le città del futuro sono chiamate a rispondere a esigenze sempre più diversificate rispetto a quelle di cui avevamo tenuto conto inizialmente: quelle delle persone anziane o con disabilità, di chi si muove in bicicletta, di chi cerca spazi pubblici accessibili, ombra e protezione dal caldo. E anche delle specie animali non umane autoctone ed esotiche. Occorre, quindi, superare l’idea della città come semplice spazio costruito e raccontarla come un sistema ecologico complesso, in cui progettazione, biodiversità, fragilità e convivenza sono inseparabili.

La frammentazione istituzionale con cui gestiamo queste tematiche, dovuta alla distribuzione su molteplici ambiti politici delle responsabilità che riguardano gli animali urbani (dal benessere animale alla tutela ambientale, dalla conservazione della biodiversità alla salute pubblica) rende complesso trovare un approccio di comunità, collettivo e condiviso, con una visione sul lungo periodo, perché ogni comparto opera con logiche, strumenti giuridici e attori amministrativi distinti, e anche perché in molti casi le discipline alla base della progettazione della città e del futuro sono tenute separate.

Per questo nelle giornate di Urban Desires, al Castello del Valentino di Torino, e durante Urban Desires Extended, che offrirà ulteriori momenti di scambio per tutto il mese, esperti e tecnici di ambiti differenti si confronteranno con incontri, dibattiti e prodotti culturali per ragionare sulle competenze della progettazione del futuro, e sugli strumenti concettuali e operativi che possono essere i più efficaci per agire su diversi aspetti: lo sviluppo economico, con bilancio e investimenti, da un lato, e vitalità culturale e riuso del patrimonio dall’altro. E poi si parlerà di inclusione sociale e capacità di accoglienza, oltre che, insieme alla qualità della vita e all’accessibilità, di sostenibilità urbana, autonomia energetica e trasporti pubblici.

Con ospiti di livello nazionale e internazionale, si toccheranno i temi delle infrastrutture tecniche, dell’intelligenza artificiale, e dell’impatto delle guerre, oltre che il legame tra salute e clima. Ci saranno momenti dedicati alle città di tutti, come la riflessione con Elena Granata (Politecnico di Milano) e Giovanni Semi (DIST);  gli esperti guideranno il pubblico in esplorazioni urbane per riflettere sul modo in cui configuriamo le città e nell’osservazione di installazioni artistiche che offrono punti di vista differenti sui temi scientifici. “Immaginare, progettare e capire la città” è l’obiettivo dell’evento organizzato dal DIST, composto da atenei che condividono una visione dello spazio come dimensione fondamentale per confrontarsi attivamente con la complessità delle trasformazioni economiche, sociali e ambientali. Perché per creare città che siano realmente inclusive le competenze settoriali non sono sufficienti, ma serve una cooperazione profonda con una sperimentazione multi e inter-disciplinare ispirata ai princìpi di coesione, resilienza, sostenibilità e leale collaborazione che connotano le agende strategiche internazionali. Anche, coinvolgendo la società in tutte le sue categorie, tra ricerca e divulgazione.

Questo articolo è realizzato in collaborazione al Dist – Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio. Trovate tutte le informazioni sui progetti citati al sito https://www.urbandesires.it/

L’immagine è di BIOTOPIA film prodotto da The Why Factory, ©️ The Why Factory.

Giorgia Bollati

Giorgia Bollati è giornalista scientifica e ambientale. Fa parte della redazione di Lucy sui mondi e scrive per il Corriere della Sera e per Vanity Fair. È autrice, insieme alla biologa Marta Musso, del libro I vagabondi del mare (Codice, 2025). Nel tempo libero si immerge in apnea, naviga a vela e ama arrampicare.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00