Non sono solo le stelle a sparire: l’inquinamento luminoso altera gli ecosistemi, i ritmi biologici e persino il nostro rapporto con il cielo. Alle lucciole basta un lampione a nascondere un possibile partner, e noi continuiamo ad aggiungere nuovi satelliti.
Uno degli oggetti più incredibili del cielo è la galassia M51: la sua forma è quella archetipica delle galassie “a spirale”. A contribuire al suo successo è il fatto di trovarsi in posizione perpendicolare rispetto alla nostra linea visiva: vediamo il suo intero disco rotante di fronte a noi, “face on” come dicono gli scienziati. La sua luce ha impiegato ben 31 milioni di anni per giungere fino alla nostra retina.
Il suo nome tecnico, M51, nasconde una storia che non può che farci riflettere: la lettera sta per il nome dell’astronomo francese Charles Messier che la scoprì il 13 ottobre 1773 e la inserì al numero 51 della sua classificazione degli oggetti celesti da lui individuati. Lo studioso aveva un osservatorio astronomico incredibile, in una posizione stupenda. Su una montagna, forse? In una collina isolata in mezzo a una fertile campagna francese? Niente di più lontano: Messier scoprì il più bell’oggetto dell’emisfero nord dall’Hotel di Cluny, nel bel mezzo di Parigi.
Oggi per via delle luci artificiali della metropoli francese sarebbe inutile alzare lo sguardo alla ricerca di quella galassia. Sempre più persone vivono in grandi conglomerati urbani, e questo aumenta il problema che è stato definito “inquinamento luminoso”.
Nel 2023 gli astronomi Aparna Venkatesan e John C. Barentine proposero la parola noctalgia per battezzare il dolore provocato dalla perdita del cielo notturno. La descrissero come una forma di sky grief, un lutto che riguarda anche le conoscenze, le tradizioni e i linguaggi cresciuti intorno all’osservazione degli astri.
Per millenni l’essere umano ha avuto un rapporto quotidiano con la volta celeste. Gli astri indicavano il cambio delle stagioni, i tempi di semina e di raccolto, l’arrivo della bella stagione e delle piogge. La Via Lattea solcava il cielo e suscitava interrogativi profondi: era fonte inesauribile d’ispirazione per racconti da tramandare di generazione in generazione.
Fabio Falchi è uno dei principali studiosi di inquinamento luminoso. Ricorda di essere rimasto profondamente colpito da un articolo di Piero Bianucci pubblicato nel 1981 sull’argomento. Oggi Fabio insegna in una scuola superiore di Mantova e non perde occasione per tramandare alle nuove generazioni l’importanza di rivendicare un cielo buio: “Quando a lezione chiedo ai miei studenti quanti abbiano mai visto la Via Lattea, di solito ce n’è soltanto uno, o al massimo due per ogni classe”, racconta. Come si è giunti a questo?
Nel 1995 lo scienziato della pesca Daniel Pauly introdusse l’espressione shifting baseline syndrome per descrivere lo spostamento progressivo del termine di paragone. Ogni generazione tende a considerare “normale” la situazione che incontra all’inizio della propria esperienza, nonostante sia stata testimone di un cambio troppo lento per essere percepito quotidianamente. “Non si è più consci dello spettacolo che era disponibile fino a 70-80 anni fa, tutte le sere serene, senza luna, per i nostri nonni e bisnonni. Era uno spettacolo che portava inevitabilmente a porsi domande molto profonde. Per molti, quella curiosità e quella sensazione di magnificenza hanno avuto un ruolo significativo nell’avvicinarsi alla scienza”, dice Falchi.
L’arrivo del LED ha consentito di produrre la stessa quantità di luce consumando molta meno energia generando il cosiddetto “effetto rimbalzo”: quando l’illuminazione costa meno, si ha la tentazione di aumentare i punti luce, il flusso luminoso o le ore di funzionamento.
Con l’industrializzazione, Homo sapiens ha iniziato a modificare la notte su scala planetaria. Uno dei modi più utilizzati per descrivere il risultato è la scala di Bortle, elaborata in un articolo pubblicato su Sky & Telescope nel 2001 dall’astrofilo John E. Bortle e suddivisa in nove classi. In un cielo di classe 1 la Via Lattea è uno spettacolo incredibile, strutturata e ricca di dettagli. Mano a mano che si aumenta classe, il fondo del cielo si schiarisce, il contrasto diminuisce e la Via Lattea finisce per scomparire.
Nel 2016 Falchi e un gruppo internazionale di ricercatori pubblicarono il New World Atlas of Artificial Night Sky Brightness, una delle mappe più note dell’inquinamento luminoso globale. Già allora oltre l’80 per cento della popolazione mondiale e più del 99 per cento di quella statunitense ed europea viveva sotto cieli inquinati dalla luce: la Via Lattea risultava invisibile a più di un terzo dell’umanità. Studi successivi avrebbero mostrato che il problema continuava ad aggravarsi: fra il 2011 e il 2022 la luminosità del cielo rilevata dagli osservatori di Globe at Night è cresciuta, in media, a un ritmo equivalente a circa il 9,6 per cento l’anno.
La quantità di luce dispersa nell’ambiente dipende da una serie di fattori, che vanno da come progettiamo l’illuminazione alla potenza delle sorgenti, dal loro orientamento agli orari di utilizzo. C’è poi da considerare un elemento che negli ultimi anni ha trasformato l’intero mercato dell’illuminazione artificiale: l’arrivo del LED, che ha consentito di produrre la stessa quantità di luce consumando molta meno energia. Si tratta del cosiddetto “effetto rimbalzo”: quando l’illuminazione costa meno, si ha la tentazione di aumentare i punti luce, il flusso luminoso o le ore di funzionamento.
C’è anche un altro elemento da considerare: non tutti i LED sono uguali nella lotta contro l’inquinamento luminoso.
Vi siete mai chiesti perché il cielo è blu? Il colore si deve al fatto che le frequenze della luce che producono il colore azzurro si diffondono molto più facilmente nella nostra atmosfera. Pertanto i LED dai colori freddi, bianchi e azzurri, possono contribuire maggiormente a diffondere nel cielo notturno un chiarore. I colori LED più caldi invece trovano più difficoltà nel cosiddetto “scattering” atmosferico e pertanto sono preferibili.
Gli effetti perniciosi raggiungono gli altri abitanti delle nostre città. “Tutte le attività degli animali, soprattutto di quelli notturni, dipendono dalla quantità di luce disponibile nell’ambiente”, spiega Falchi. Una maggiore illuminazione può favorire alcune specie e penalizzarne altre, modificando per esempio le possibilità di cacciare o di nascondersi: “Prendiamo un esempio in apparenza banale: un ponte illuminato attraverso un fiume crea una barriera di luce che diventa insormontabile per molte specie”, prosegue.
L’illuminazione può dunque interrompere la continuità di un habitat anche dove, durante il giorno, non vediamo ostacoli, e gli studiosi di ecologia sanno bene quanto sia dannoso per la varietà intraspecifica l’isolamento delle comunità. Le strade illuminate isolano allo stesso modo intere porzioni di territorio.
Le notti nuvolose hanno ricevuto meno attenzione negli studi astronomici sull’inquinamento luminoso, perché con il cielo coperto le osservazioni ottiche si fermano. Gli animali, però, restano esposti a quelle condizioni.
Negli insetti il problema è stato osservato con particolare scrupolo: per anni si è ripetuto che le falene volassero verso le lampade perché le confondevano con la Luna, ma nel 2024 un gruppo di ricercatori ha ricostruito in tre dimensioni il loro volo attorno a sorgenti artificiali e ha mostrato una dinamica ancora più sorprendente. Molti insetti tendono infatti a rivolgere il dorso verso la regione più luminosa del proprio campo visivo. Si tratta di un riflesso istintivo noto come dorsal light response. Sotto un cielo naturale questa risposta contribuisce a mantenerli nel giusto assetto; accanto a una lampada può invece provocare un volo erratico, un affaticamento eccessivo e uno stress che può rendere meno efficace la loro fuga dai predatori naturali, con il rischio di contribuire a ridurne il numero.
Falchi ricorda una scena familiare a chi guidava qualche decennio fa. Quando era giovane e aveva appena preso la patente, gli insetti colpivano continuamente il parabrezza durante alcuni tragitti serali. Alla fine del viaggio, la parte anteriore dell’automobile poteva esserne ricoperta. Oggi il fenomeno gli sembra molto meno frequente. Sicuramente sarebbe eccessivo attribuire esclusivamente all’inquinamento luminoso la responsabilità del declino degli insetti: agricoltura intensiva, pesticidi, perdita di habitat, cambiamento climatico e altre trasformazioni ambientali agiscono insieme, ma lo stress luminoso non rema certo a favore degli insetti. Che possa contribuire a una nuova “primavera silenziosa”, per utilizzare il titolo del saggio del 1962 di Rachel Carson?
Nel 2025 Miroslav Kocifaj, František Kundracik e lo stesso Fabio Falchi hanno pubblicato su PNAS un modello capace di descrivere come l’inquinamento luminoso si moltiplica sulle nostre città per via delle diverse distribuzioni delle nubi. Nella simulazione applicata alla città slovacca di Žilina, la copertura nuvolosa irregolare poteva aumentare di oltre quindici volte la radianza artificiale rispetto al cielo sereno.
Falchi osserva che le notti nuvolose hanno ricevuto meno attenzione negli studi astronomici sull’inquinamento luminoso, perché con il cielo coperto le osservazioni ottiche si fermano. Gli animali, però, restano esposti a quelle condizioni. Un parco urbano relativamente buio durante una notte limpida può ricevere molta più luce quando arrivano nubi, che ne diffondono una parte verso il suolo.
Ma l’inquinamento luminoso può avere conseguenze anche sulla nostra specie: la fisiologia umana, infatti, risponde all’alternanza fra luce e oscurità. L’esposizione luminosa disordinata influisce sulla regolazione dei ritmi circadiani, con effetti che dipendono da intensità, durata, orario e composizione spettrale. Di sera e di notte può ridurre la secrezione di melatonina e spostare la fase dell’orologio biologico. L’illuminazione prodotta dalle luci a LED fredde è particolarmente efficace ad alterare questi meccanismi.
Un caso conclamato di noctalgia è invece quello prettamente culturale, legato alla difficoltà di fruire dei monumenti creati da culture antiche nel contesto originario di un cielo oscuro, quando quelle civiltà convivevano in maniera quotidiana con la stellata notturna. “Il cielo va custodito come custodiamo i nostri monumenti: fa parte del patrimonio storico e culturale dei territori”, commenta l’astrofisica Antonia Varela, che il cielo buio lo conosce molto bene. Antonia è originaria di Tenerife, nelle Isole Canarie, dove dirige il locale Museo de la Ciencia y el Cosmos, ispirato all’Exploratorium di Frank Oppenheimer. Ma è soprattutto la direttrice della Fundación Starlight, un’organizzazione che si impegna a promuovere la tutela del cielo notturno come patrimonio scientifico, culturale, ambientale e umano.
La certificazione Starlight è uno strumento che riconosce i territori e le organizzazioni impegnati nella qualità dei loro cieli e li aiuta a migliorarne la protezione, valorizzando questo patrimonio e generando benefici duraturi per le comunità che lo tutelano
Varela racconta che “la Fondazione supporta territori e comunità nella salvaguardia dei loro cieli fornendo consulenza su progetti di illuminazione responsabili, offrendo formazione e sviluppo delle competenze, promuovendo la divulgazione e la sensibilizzazione del pubblico e favorendo un astroturismo sostenibile che trasforma la conservazione del cielo in un’opportunità di sviluppo locale. La certificazione Starlight è uno degli strumenti di questo modello, che riconosce i territori e le organizzazioni impegnati nella qualità dei loro cieli e li aiuta a migliorarne la protezione, valorizzando questo patrimonio e generando benefici duraturi per le comunità che lo tutelano”.
Juan Antonio Belmonte Avilés, astrofisico e archeoastronomo dell’Instituto de Astrofísica de Canarias, studia i rapporti fra gli astri e le culture del passato. Nei suoi lavori utilizza la parola spagnola celaje per richiamare il cielo nella sua relazione con il paesaggio antropizzato degli antichi. Raccontandomi il lavoro sulla candidatura UNESCO di Menorca Talayótica, ha spiegato che includere il paesaggio nella tutela comportava anche considerare ciò che si vede alzando gli occhi, oggi come ieri.
Il sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO di Risco Caído e delle Montañas Sagradas a Gran Canaria, su cui hanno lavorato proprio Belmonte Avilés e Cipriano Marín, include esplicitamente il cielo notturno (skyscape) fra gli elementi che hanno bisogno di protezione specifica per il loro valore culturale.
“Questa visione completa del cielo deriva dalla Dichiarazione in difesa del cielo notturno e del diritto alla luce delle stelle, nota come Dichiarazione di La Palma, nata dalla prima Conferenza Internazionale Starlight, tenutasi sull’isola di La Palma nelle Isole Canarie nel 2007. Promossa dall’Istituto di Astrofisica delle Isole Canarie (IAC), la Dichiarazione è stata redatta e firmata con la partecipazione di istituzioni e organizzazioni internazionali come l’UNESCO, l’Organizzazione Mondiale del Turismo (ora UN Tourism) e l’Unione Astronomica Internazionale (IAU), tra le altre. Per la prima volta, l’accesso a un cielo notturno incontaminato è stato affermato come diritto umano, e il cielo riconosciuto come patrimonio scientifico, culturale e ambientale da preservare per le generazioni presenti e future”, ricorda Varela.
Le Isole Canarie disponevano già di una legislazione pionieristica per la tutela dell’eccezionale qualità astronomica dei propri osservatori. La Legge 31/1988, nota come Legge sul Cielo, disciplina l’illuminazione esterna, le emissioni radio, l’inquinamento atmosferico e le rotte aeree con l’obiettivo di preservare le condizioni di osservazione. Questo impegno di lunga data per la protezione del cielo ha contribuito a rendere La Palma uno dei siti astronomici più importanti del pianeta, sede di straordinarie infrastrutture scientifiche come il Gran Telescopio Canarias (GTC), con il suo specchio primario di 10,4 metri di diametro; il Telescopio Nazionale Galileo (TNG), uno dei principali centri astronomici italiani al di fuori dell’Italia; e ora, il Cherenkov Telescope Array Observatory North (CTAO-North), destinato a diventare una delle infrastrutture leader a livello mondiale per l’esplorazione dell’universo nei raggi gamma ad altissima energia. La sua realizzazione a La Palma dimostra ancora una volta che proteggere la qualità del cielo significa anche proteggere il futuro della scienza e la nostra capacità di continuare ad aprire nuove finestre sull’universo.
Varela ricorda che inizialmente molti abitanti di La Palma interpretarono la protezione del cielo come la richiesta radicale di «spegnere l’illuminazione dei vari centri abitati dell’isola. Ma quello che proponevamo noi era molto diverso: illuminare ciò che va illuminato, quando e come va illuminato, con l’intensità, il colore e l’orientamento adeguati». La direttrice della Fondazione ricorda come sin dal 2007 ogni 20 aprile si celebri il World Night in Defence of Starlight per sensibilizzare la popolazione sulle conseguenze dell’inquinamento luminoso.
Varela mi parla di Las Hurdes, una comarca dell’Estremadura dove si trova al momento dell’intervista. Si tratta di una zona estremamente isolata, una delle tante aree dell’entroterra iberico che vanno spopolandosi inesorabilmente a vantaggio delle grandi metropoli turistiche, sempre affamate di nuovi abitanti. Le associazioni di sviluppo locale promuovono corsi e attività legati al cielo perché vedono nell’astroturismo una possibilità di lottare contro lo spopolamento. Un territorio lontano dai grandi centri può offrire condizioni di osservazione che in città mancano.
“L’astroturismo è oggi un potente strumento per la tutela del cielo notturno che produce al contempo opportunità per le regioni rurali, stimolando l’economia locale, creando posti di lavoro, riducendo la stagionalità e valorizzando il loro patrimonio naturale e culturale”, spiega Varela.
Oggi però le minacce non si limitano all’inquinamento luminoso prodotto sulla superficie: sempre più numerose sono le costellazioni satellitari come Starlink che portano inevitabilmente alla contaminazione persino dei più remoti paradisi del cielo buio.
Ma anche nei luoghi più incontaminati la pressione antropica e il conseguente inquinamento luminoso sono una minaccia tangibile. È accaduto a Paranal, in Cile, con il progetto industriale INNA per la produzione di idrogeno e ammoniaca, previsto nelle vicinanze degli osservatori Cherenkov della rete CTAO. Si tratta di osservatori i cui grandi specchi segmentati cercano i debolissimi segnali lasciati dai fotoni e dalle particelle cariche che impattano contro la nostra atmosfera. Sono effimeri messaggeri che riportano informazioni molto importanti degli oggetti più energetici del cosmo. Quando si scontrano con la densa atmosfera della Terra, producono una flebile cascata iridescente nella lunghezza d’onda del blu e dell’ultravioletto vicino, invisibile all’occhio umano. Per osservare queste “particle showers”, come le chiamano gli scienziati di CTAO, occorre un cielo estremamente buio. INNA metteva a rischio persino questo angolo recondito e desertico del nostro pianeta, una delle ultime riserve mondiali di cielo incontaminato. La comunità astronomica si ribellò al progetto e il 23 gennaio 2026 AES Andes annunciò la rinuncia al progetto.
Oggi però le minacce non si limitano all’inquinamento luminoso prodotto sulla superficie: sempre più numerose sono le costellazioni satellitari come Starlink che portano inevitabilmente alla contaminazione persino dei più remoti paradisi del cielo buio.
I satelliti in orbita bassa (LEO: Low Earth Orbit) illuminati in maniera radente dal Sole lasciano scintillanti graffi nelle immagini astronomiche che vanno eliminate con laboriose procedure. Anche i satelliti troppo deboli per essere distinti a occhio nudo possono contribuire nel complesso alla luminosità del fondo cielo, producendo una generale degradazione della qualità del cielo su scala planetaria. Falchi richiama inoltre il rischio di collisioni tra satelliti e detriti, le conseguenze ambientali delle centinaia, per ora, di lanci ogni anno e dei rientri sull’atmosfera dei satelliti, che producono vapori e aerosol metallici; che diritto hanno i singoli Stati, si chiede Falchi, di concedere autorizzazioni a operatori privati che modificano irrimediabilmente il cielo osservato da tutti gli altri?
Il 30 gennaio 2026 SpaceX ha chiesto alla Federal Communications Commission statunitense l’autorizzazione per un sistema di data center orbitali formato da un massimo di un milione di satelliti, collocati fra 500 e 2000 chilometri di quota, per rispondere alle esigenze di stoccaggio dei dati prodotti dall’IA. Uno studio dell’European Southern Observatory reso pubblico nel luglio 2026 ha esaminato gli effetti delle costellazioni proposte, che superavano complessivamente 1,7 milioni di nuovi satelliti: nelle simulazioni, il loro dispiegamento comprometterebbe una parte rilevante delle osservazioni da terra.
Ma c’è di peggio: Reflect Orbital propone infatti di illuminare deliberatamente alcune aree della superficie terrestre dopo il tramonto con uno specchio orbitale che produrrebbe una sorta di Luna piena artificiale. Il 9 luglio 2026 la FCC ha autorizzato EÄRENDIL-1, un singolo satellite dimostratore progettato per dispiegare in orbita bassa uno specchio di circa 18×18 metri e riflettere verso terra la luce del Sole. L’azienda immagina di arrivare in futuro a decine di migliaia di riflettori. Ovviamente Reflect Orbital propone costosissimi abbonamenti al servizio di luna piena artificiale a facoltosi ed eccentrici milionari.
Falchi propone un esperimento collettivo per poter tornare a godere della meraviglia ineffabile del cielo notturno: scegliere tutti insieme una notte senza Luna e ridurre, per un’ora, una parte significativa dell’illuminazione di una città. Falchi racconta, con un sorriso, di un amico astrofilo che, durante il grande blackout italiano del 2003, uscì e rimase a bocca aperta. Per un momento credette che fosse bastato lo spegnimento del proprio paese a restituirgli quel cielo. Non sapeva ancora quanto fosse estesa l’interruzione della rete elettrica.
Personalmente, da appassionato di astronomia, parlando di noctalgia non posso che pensare a uno degli spettacoli più impressionanti della natura: la luce zodiacale.
Si tratta di una rappresentazione eterea, dalla luce quasi spettrale, che richiede condizioni di oscurità straordinarie, oggi difficili da raggiungere. È visibile prima dell’alba o dopo il crepuscolo. È prodotta dalla flebile luce del Sole che incontra la polvere distribuita lungo il piano orbitale del Sistema Solare: sono i resti dei materiali di costruzione con cui sono stati creati i pianeti alla corte del Sole. Fabio Falchi aveva già trentacinque anni quando vide per la prima volta la luce zodiacale. Era alla Monument Valley, nel Sudovest degli Stati Uniti.
“Era luminosissima e infatti mi sono stupito di questo fenomeno, perché era la prima volta che lo vedevo. Uno spettacolo unico!”.
Nel giardino della casa dove Falchi vive, nella periferia di Mantova, ci sono ancora le lucciole, protette dalle violenze dell’illuminazione artificiale grazie a folte siepi. Tra maggio e giugno, racconta Falchi, se ne vedono a centinaia. Per trovare un partner le lucciole devono distinguere i segnali luminosi prodotti dagli altri individui, e hanno bisogno di un ambiente molto buio: “Basta la luce di un lampione per nascondere la femmina che aspetta su uno stelo d’erba e il maschio, volando, non la vede più”, commenta Falchi.
Le lucciole e gli altri animali che hanno sviluppato la bioluminescenza esistevano già oltre cento milioni di anni fa. Per continuare a replicare nella vegetazione il baluginio intermittente degli astri del cielo hanno bisogno di un ambiente buio che stiamo mettendo a rischio.
Abbiamo quasi dimenticato la luce zodiacale e molti di noi non ricordano più la Via Lattea; cerchiamo almeno di non perderci anche la delicata sinfonia luminosa delle lucciole.