I geni influenzano il nostro carattere, ma non decidono chi siamo. Eppure c’è chi sogna (e vuole vendere il sogno) di scegliere i bambini in base alle loro caratteristiche, rilanciando l’idea pericolosa e discriminante che esistano esseri umani migliori di altri.
Lo sappiamo anche solo per esperienza diretta: la personalità ha anche una base genetica, perché a prescindere dall’ambiente familiare, dall’educazione e dalle circostanze, il carattere presenta alcuni tratti individuali, unici, che talvolta non hanno nulla a che vedere con quello dei fratelli o dei genitori. E ora c’è una dimostrazione piuttosto convincente del legame tra varianti geniche e appartenenza a una delle cinque principali tipologie di personalità che, pur non costituendo una classificazione rigida, sono comunemente utilizzate in psicologia. Le Big Five (proposte nel 1981 da Lewis Goldberg): estroversione, amicalità, coscienziosità, nevroticismo e apertura alle nuove esperienze (Openness to experience, Conscientiousness, Extraversion, Agreeableness, and Neuroticism). In base ai risultati di uno studio pubblicato su Nature, le varianti contribuirebbero in percentuali che vanno dal cinque al tredici per cento a determinare l’appartenenza a una delle Big Five. E anche se non c’è una dimostrazione diretta dell’esistenza di un rapporto di causa ed effetto, la relazione è forte e può tradursi in alcuni comportamenti riconoscibili.
Per avere numeri sufficienti ad associare le infinite sfumature che il genoma può assumere e la personalità di ciascuno gli autori, genetisti di diversi atenei statunitensi ed europei (tra i quali alcuni italiani) coordinati dai ricercatori dell’università del Texas, hanno attinto alle informazioni sui geni e sullo stile di vita contenute in 46 studi di coorti effettuati negli ultimi anni, che hanno coinvolto tra le 611.000 e 1,14 milioni di persone, a seconda del tratto di genoma analizzato, e oltre 50.000 parenti della stretta cerchia familiare, tutti di ascendenze africane e europee.
Grazie a un metodo chiamato Genome wide (GW), che sfrutta la lettura dell’intero genoma di un grande numero di soggetti per identificare le peculiarità correlate a una malattia o a un aspetto specifico, i ricercatori hanno associato oltre 1260 varianti, oltre ottocento delle quali mai collegate alla personalità prima d’ora, a uno dei cinque tipi. Per ognuno di questi ultimi, pertanto, il numero di geni è aumentato molto. Per esempio, la coscienziosità ora è collegata a 131 varianti, mentre prima ne erano note solo tre e il neuroticismo a 706, contro le precedenti 224. Inoltre, verificando i fratelli e i parenti, il rapporto è rimasto pressoché invariato, a conferma del fatto che per quanto riguarda gli aspetti fondamentali della personalità non è il grado di parentela a fare la differenza.
Ciò che invece è emerso con forza è che per ognuno dei cinque tipi ci sono alcuni comportamenti più frequenti, probabilmente perché dettati inconsciamente dal carattere. Così, per esempio, chi è più coscienzioso tende a svolgere più attività di giorno, ad avere un indice di massa corporeo inferiore, a non fumare, e quindi a trascorrere meno giorni in ospedale nell’arco della vita, mentre chi è aperto alle novità è più attivo di notte e predilige sapori alimentari decisi che richiedono una certa consuetudine come il caffè, il vino, i formaggi dal gusto intenso e i sottaceti, e chi è più estroverso può avere un rischio più alto di contrarre malattie come il Covid 19, strettamente connesse con la socialità.
Sul ruolo delle varianti si inserisce poi ovviamente lo stile di vita che, a sua volta, cambia l’espressione dei geni, determinando una certa firma genetica. La personalità è quindi data da un equilibrio dinamico tra queste due componenti.
Conoscendo le varianti che sottendono a un certo tipo di personalità, si potrebbe decidere che tipo di figlio si desidera, per esempio se più socievole o più coscienzioso.
Come gli autori hanno sottolineano con forza, probabilmente preoccupati di possibili fraintendimenti o strumentalizzazioni dei risultati, quanto emerso non implica la possibilità di prevedere la personalità di una persona, magari prima della nascita, ma stabilisce solo che esistono alcune caratteristiche genetiche che fanno aumentare la probabilità che la personalità abbia certi caratteri, anche se poi le varianti fanno i conti con lo stile di vita.
Lo scrupolo è comprensibile, visto il grande tema che sottende: la possibilità che questo genere di informazioni sia funzionale a una classificazione delle persone improntata all’eugenetica, come avvenuto per le varianti associate all’intelligenza (concetto proteiforme che secondo numerosi neuroscienziati non ha alcun fondamento, nella sua formulazione attuale), e quella che il messaggio sia distorto a fini commerciali, per proporre per esempio gravidanze con feti con una certa personalità.
Le tecnologie più avanzate come quella del CRISPR potrebbero infatti permettere, in linea teorica, un’azione diretta su alcuni geni dell’embrione. Di conseguenza, conoscendo le varianti che sottendono a un certo tipo di personalità, si potrebbe decidere che tipo di figlio si desidera, per esempio se più socievole o più coscienzioso.
Questo genere di interventi di editing genetico sulla linea germinale è vietato praticamente in tutto il mondo. Ciononostante, qualche mese fa ha destato scalpore una grande pubblicità affissa nella metropolitana di New York che recitava: “Scegli il tuo bambino”, di un’azienda chiamata Nucleus Genomics, che prospettava alle coppie, attraverso una selezione degli embrioni chiamata screening poligenico, la possibilità di scegliere il colore degli occhi, quello dei capelli, l’altezza e perfino il grado di intelligenza del figlio. Come tutti i genetisti spiegano inascoltati da anni, nessuna di queste caratteristiche dipende da pochi geni e nessuna prescinde dall’epigenetica, cioè dall’influenza dei fattori esterni sull’espressione dei geni. Non è quindi possibile programmarle in vitro su un embrione. Oltretutto, si tratta di pratiche complesse ed estremamente costose, che darebbero vita a ulteriori gravi disuguaglianze sociali, restando appannaggio solo dei più ricchi.
Quella pubblicità è quindi a dir poco fantasiosa. Tuttavia, l’eugenetica, pseudoscienza priva di qualunque fondamento, nonostante le tragedie nate in suo nome nel Novecento, non ha mai smesso di attrarre speculatori da una parte, e teorici della superiorità delle (a loro volta inesistenti) razze dall’altra, come dimostra il fatto che, nella scorsa primavera, le coppie iscritte al sito erano oltre tremila.
Se si trattasse solo una truffa sarebbe grave, certo, ma sarebbe solo uno dei tanti rivoli deviati di avanzamenti scientifici che invece hanno rivoluzionato la conoscenza della biologia e la cura di numerose malattie. Tuttavia, ciò che preoccupa di più è il messaggio che indirettamente queste speculazioni trasmettono, e cioè che esistano esseri umani in qualche modo migliori di altri, che sia possibile assortire i geni “giusti” e classificare le persone in base a certe caratteristiche, fisiche, intellettive o, in questo caso, caratteriali. E dunque che studi importanti come quello appena pubblicato su Nature possano essere colpevolmente fraintesi e strumentalizzati a fini politici.
Gli eugenisti di un secolo fa sarebbero indubbiamente entusiasti delle attuali possibilità di selezione riproduttiva. L’essenza dell’eugenetica è ancora tra noi.
Eppure, come ha ricordato il giornalista canadese Dan Falk in un articolo sull’eugenetica pubblicato su Nautilus, lo stesso presidente Donald Trump sembra essere uno dei più accaniti sostenitori di quel tipo di messaggio avvelenato. Già negli anni Ottanta, infatti, sosteneva l’importanza di avere “buoni geni”, mentre nel 2024, intervenendo nel programma di Oprah Winfrey sottolineava che gli immigrati stavano avvelenando il sangue del paese. In un’altra occasione, commentando su Fox News un attentato in cui due adolescenti della Pennsylvania avevano lanciato una bomba artigianale contro manifestanti anti-islamici davanti alla residenza del sindaco di New York, aveva detto: “Sono persone malate, e molte di loro sono state fatte entrare qui. Altri sono semplicemente cattivi. Diventano cattivi (a quale delle Big Five si stava riferendo? Forse al neuroticismo? N.d.A.). C’è qualcosa che non va lì. La genetica non è esattamente… non è esattamente la tua genetica: è un problema”. Più chiaro di così.
Un altro fan della superiorità genetica è Elon Musk, che spesso utilizza il termine “ritardato” per additare chiunque non gli piaccia, soprattutto se affetto da qualche patologia mentale. E la sta già mettendo in pratica, con i suoi quattordici figli (noti) e soprattutto con l’idea di popolare le colonie marziane che afferma di voler costruire con bambini concepiti utilizzando il suo sperma. E poi c’è Robert Kennedy jr, che qualche mese fa sembrava preconizzare i risultati dello studio appena pubblicato quando affermava: “È molto difficile che i pasti uccidano una persona sana” e che “notiamo una correlazione tra le persone che subiscono danni a causa dei pasti e quelle che non seguono una dieta corretta o non praticano una buona attività fisica”. Lasciando intendere che alcune persone siano biologicamente superiori alle altre e quindi meno inclini a indulgere al junk food (e non coscienziose, se dovesse interpretare lui i dati secondo lo studio).
Come ha commentato sempre su Nautilus la storica Alison Bashford, dell’Università del New South Wales di Sidney, in Australia, curatrice insieme a Philippa Levine di The Oxford Handbook of the History of Eugenics, gli eugenisti di un secolo fa “sarebbero indubbiamente entusiasti delle attuali possibilità di selezione riproduttiva. L’essenza dell’eugenetica è ancora tra noi. Si è eclissata per un po’, ma continua a esistere, e la manipolazione della scienza rimane un fenomeno estremamente pericoloso”.