Articolo
Maria Teresa Renzi-Sepe
I sogni erano una scienza già tremila anni fa

I Sogni Erano Una Scienza Già Tremila Anni Fa
archeologia storia

Gli scribi mesopotamici raccoglievano le visioni notturne in cataloghi ordinati e ne ricavavano previsioni, con criteri razionali e specialisti dedicati. Quello che oggi chiamiamo superstizione era un sapere sistematico, e Freud non ne fu l'inizio.

Una mia amica tiene un diario dei sogni, una buona pratica che non sono mai riuscita a rendere mia. Le vicende che descrive sono connotate da luoghi, persone e lingue che non conosco. Le capita di sognare persone che le suggeriscono numeri e parole, o persone vive nell’atto di morire – ma dicono che porti fortuna. Non sono una grande frequentatrice della dimensione onirica, eppure nei sogni della mia amica ci sono sempre immagini che ritrovo dentro di me: tornare sui banchi di scuola, perdersi su una spiaggia sconosciuta, il pianto disperato causato da una perdita, e che nessuno ascolta.

Il sogno è una delle poche esperienze condivise da tutti gli esseri umani: sogniamo mentre dormiamo, anche se non ce lo ricordiamo; sogniamo luoghi meravigliosi e fatti inquietanti, riviviamo traumi o ci proiettiamo in scenari immaginifici. Il sogno, però, è anche estremamente individuale e disordinato. A volte ci lascia confusi, a meno che non troviamo qualcuno con cui condividerlo, che ci aiuti a capirci qualcosa e a renderlo intellegibile. 

Il legame del sogno con l’interpretazione, sebbene si faccia principalmente risalire alla psicoanalisi e quindi all’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, è in realtà un’eco del passato. Nell’antichità, infatti, si conoscevano molto bene le potenzialità della dimensione onirica: dalla Mesopotamia e dall’Egitto vengono i più antichi libri dei sogni. Pur essendo stati tradotti già agli inizi del Novecento, per il loro contenuto culturalmente distante da noi, e soprattutto per quel bias che relega i sogni al reame della superstizione, sono stati inizialmente riposti nell’angolo del folklore, insieme alla magia e all’astrologia. Ma i ricercatori che oggi studiano i sogni nell’antichità ci restituiscono un’idea molto diversa del posto che i sogni occupano nella storia della conoscenza. Studi recenti hanno messo in luce come il sogno fosse trattato alla stregua di un dato da organizzare e analizzare – come l’oggetto di una scienza.

Se dal punto di vista psicoanalitico il sogno è come un messaggio del nostro inconscio, per gli antichi il mittente del sogno è spesso un’entità sovrannaturale, che può inviarci messaggi riguardanti il futuro. Per queste ragioni il sogno è detto “mantico”, e l’arte di predire il futuro attraverso i sogni è detta “oniromanzia”, sebbene questa parola connoti il tutto di un esoterismo che, nel passato, non gli apparteneva affatto. In Mesopotamia, i sogni e i loro significati sono stati raccolti già tremila anni fa, in una composizione intitolata zīqīqu, “brezza”. Il libro registra una serie di sogni tipici organizzati sulla base di temi culturalmente rilevanti per i sognatori dell’epoca, come il sesso, i rapporti interpersonali e con gli animali, l’abbigliamento, il cibo e i bisogni fisiologici, oppure eventi meno quotidiani, come, appunto, l’incontro con i morti. Anche gli eventi futuri associati ai sogni ci dicono qualcosa sulla società dell’epoca: ci si focalizzava per lo più sulla famiglia, sulla perdita o sul guadagno di ricchezze, sulla stima da parte dei propri pari e sulla morte. La sfera psicologica – quindi anche emozioni e sentimenti – era assente: diversamente da quanto fa la moderna psicoanalisi, il sogno mesopotamico non serviva a indagare ciò che è o ciò che è stato nell’inconscio, ma il futuro, per gestirne la costante incertezza. 

Il sogno, quindi, era visto come un segno da interpretare: “sognare” un sogno e “interpretare” un sogno si indicano entrambi con il verbo “sciogliere”, inteso come “risolvere” un problema. In Mesopotamia, tutto ciò che è esperibile e, sulla base di princìpi sistematici, ha una corrispondenza in un altro contesto era considerato un segno, come i sintomi di una malattia su un corpo umano, o i movimenti dei pianeti nel cielo. Perciò, i sogni in quanto segni furono l’oggetto di studio di una forma antica di scienza. L’assiriologa Elyze Zomer (autrice di Eyes Wide Shut: The Logic Behind Mesopotamian Dream Omens, del 2024) ha individuato svariate strategie razionali di organizzazione dei sogni e di spiegazione, cioè i motivi per cui a un determinato sogno si associa un certo evento futuro: similarità semantiche, sinonimia e antitesi, associazioni tematiche e rapporti di causa-effetto. Per esempio:

Se a un uomo in sogno viene data della birra, la sua divinità lo renderà soddisfatto.

L’idea di pienezza e benessere richiamata dalla birra è associata alla soddisfazione. Strategie simili si trovano anche all’interno della divinazione celeste, la prima scienza antica delle stelle e del linguaggio, di cui abbiamo parlato in Ammirare le stelle cadenti con gli occhi di uno scriba babilonese.

Il fatto che ci siano segni capaci di dirci qualcosa sul nostro futuro, da una parte, prefigura l’esistenza di un destino individuale stabilito dalle divinità; dall’altra, però, un segno negativo può essere aggirato o annullato. Questi due aspetti ci sembrano inconciliabili, sebbene non lo fossero in Mesopotamia: il conflitto fra responsabilità umana e divina, fra scelta e destino, era felicemente irrisolto. Incubi ricorrenti su morti o cadaveri erano considerati conseguenze di malattie, a loro volta causate da spiriti maligni o maledizioni. Si potevano allora applicare unguenti sulla testa o portare amuleti al collo o legati in vita per guarire. Da questo punto di vista, il sogno è non solo prognostico, ma anche diagnostico.

In Egitto la situazione è simile a quella della Mesopotamia: esistono alcuni papiri, databili tra il tredicesimo e l’undicesimo secolo avanti Cristo, in cui i sogni sono seguiti da un giudizio breve, del tipo “buono” o “cattivo”, e da una predizione per il futuro. L’organizzazione dei sogni non è chiara come in Mesopotamia, ma si intravedono distinzioni tematiche. Da un manuale databile tra il primo secolo avanti Cristo e il terzo dopo Cristo è emersa anche una divisione bipartita: c’è l’oggetto del sogno – soltanto l’oggetto – e poi la prognosi. Un esempio:

Palma da dattero: (il sognatore) sarà il proprietario di tante cose.

La struttura complessiva è enciclopedica e il principio di organizzazione è tassonomico: una lista di cose che presumiamo siano oggetti sognati, come minerali, vegetali, animali e cibi. In alcuni casi, come mette in luce l’egittologo Luigi Prada (autore di Sex and Gender Balance in Oneirocritic Science, del 2023), per fare predizioni riguardo a un sogno sembra si tenesse conto dello stato del sognatore. Un esempio:

Se una donna sogna di fare sesso con un serpente, avrà marito; se ha già un marito, si ammalerà.

Il significato del sogno cambia diametralmente in base allo status sociale della sognatrice, anticipando di fatto un’attenzione al soggetto del sogno che si troverà, molto più marcata, in Grecia.

“Il sogno mesopotamico non serviva a indagare ciò che è o ciò che è stato nell’inconscio, ma il futuro, per gestirne la costante incertezza”. 

Nel mondo greco-romano troviamo concezioni parallele a quelle orientali, ma pure antitetiche. Già dal quarto secolo avanti Cristo, Aristotele discuteva il problema del perché sogniamo: rielaborando in maniera irrazionale gli input accumulati durante la veglia, per lui i sogni dipendono dal sognatore, e poco hanno a che fare con il determinismo tipico dell’oniromanzia. È una visione molto diversa dalla Mesopotamia, dove in quello stesso periodo la medicina e l’astronomia – che noi oggi chiameremmo scienze “dure” – affinavano la loro tecnica proprio in virtù della loro capacità prognostica. In altre parole, più i fenomeni, come quelli planetari o le sintomatologie, erano prevedibili con accuratezza, più diventava possibile formulare previsioni. E questo perché, mentre la scienza di Aristotele si chiedeva come funzionasse un fenomeno, quella degli scribi si chiedeva che cosa significasse.

Nella pratica, tuttavia, le cose erano meno nette di così. Non esisteva, di fatto, alcuna distinzione rigida fra oniromanzia, religione e scienza: le cose erano intrecciate, in Oriente così come nel mondo greco-romano. Nei santuari dedicati ad Asclepio, dio greco della medicina, il sogno era il luogo in cui il dio appariva e curava direttamente il paziente: un cieco che, durante il sonno, vede il dio applicargli un farmaco agli occhi, può svegliarsi guarito. Nel trattato del quinto secolo avanti Cristo Sul regime, attribuito a Ippocrate di Cos, i sogni sono diagnostici, cioè segnalano squilibri corporei o malattie imminenti. Anche qui troviamo un’interpretazione dei sogni: astri, acque, terra, vestiti, morti e animali in sogno possono indicare salute o malattia sulla base di corrispondenze simboliche prestabilite.

Il successivo libro dei sogni greco, l’Onirocritica di Artemidoro di Daldi, del secondo secolo dopo Cristo, è la summa più nota della tradizione oniromantica greco-romana: un catalogo di sogni tipici che ci dà una finestra sulle preoccupazioni, le necessità e i desideri del suo tempo. Questi sogni sono costruiti in un modo che ricorda molto da vicino quelli del Vicino Oriente antico. Cominciano tutti con “se un uomo sogna”, e la loro interpretazione segnala ciò che accadrà nel futuro. Ci sono comunque esempi di sogni diagnostici e raccomandazioni di condurre un’anamnesi del sognatore e delle sue condizioni psicofisiche, al fine di ottenere un’interpretazione corretta. 

Se il libro di Artemidoro può aver rappresentato la più antica ispirazione di Freud, gli studi recenti permettono di guardarlo non più come un inizio isolato, ma come parte di una più lunga storia mediterranea e vicino-orientale dell’interpretazione dei sogni. Questo rinnovato interesse dei ricercatori per i sogni antichi va di pari passo con la revisione delle scienze che nel Novecento erano considerate primitive se paragonate alla modernità – rifacendosi in gran parte alle teorie di Il ramo d’oro (1890) dell’antropologo James Frazer. I testi di cui abbiamo parlato sono stati infatti scoperti e studiati più di cento anni fa e considerati, parafrasando un famoso assiriologo, aridi, monotoni e di difficile accesso. Un giudizio negativo sull’Oriente veniva anche da idee conosciute ben prima del ritrovamento dei testi stessi: Cicerone sosteneva che “non bisogna minimamente credere ai Caldei” (gli studiosi della Mesopotamia), pur vivendo in una Roma in cui astrologia, oniromanzia e magia erano molto praticate per fini istituzionali – per esempio, prima delle assemblee politiche.

Dagli anni Cinquanta del Novecento in poi ci sono stati anche tentativi di psicologizzazione dei sogni antichi che, letti sotto una lente psicoanalitica, hanno fatto emergere la ricorrenza di variazioni su temi archetipali quali il sesso e la morte. Ma ha senso cercare Freud in Mesopotamia? O appropriarsi accademicamente delle opinioni di Cicerone, astraendole dal motivo per cui furono scritte? Se oggi abbracciamo una visione della scienza come parte di una cultura, quando ci riferiamo al passato dobbiamo tentare di decolonizzarlo e restituirgli, il più possibile, il suo senso in un determinato contesto. Parlare di oniromanzia come scienza può sembrare provocatorio, perché per noi è una pseudoscienza. Ma assumendo una prospettiva emica, cioè chiedendoci come i testi funzionassero dentro la loro cultura, i libri dei sogni sono da considerarsi scientifici. Non in senso moderno, ma perché sono composizioni razionali e sistematiche, prodotte e usate da specialisti per secoli, ritenute affidabili al fine di ottenere conoscenza e risolvere problemi, e divenute modelli per future generazioni di studiosi – caratteristiche, tra l’altro, tutte condivise con i testi considerati scientifici oggi.

Il sogno sembra l’esperienza più privata che abbiamo; eppure, ha offerto e offre enormi potenzialità multidisciplinari, dalla semiotica alla medicina, dalla filosofia alla psicologia, di pari passo con la società di chi sogna. Quando qualcuno prova a interpretarlo e quindi a razionalizzarlo lo trasforma in qualcosa di condiviso: un simbolo, un racconto, un dato, una diagnosi, una prognosi. Ben tremila anni fa, in Oriente si trattavano i sogni come segni e oggetti di studio sistematico. Anche la lente sul sognatore non era completamente ignorata: esistevano sogni diagnostici, seppur pochi, e la condizione psicofisica del sognatore veniva talvolta presa in considerazione. Gli antichi non avevano ancora psicologizzato il sogno, ma costruivano sistemi per dare ordine a qualcosa che, per sua natura, arriva in forma caotica. E avevano sperimentato molto bene anche la dimensione collettiva del sogno; quella che fa sì che, anche inconsapevolmente, andiamo a cercarci nei sogni degli altri.

Maria Teresa Renzi-Sepe

Maria Teresa Renzi-Sepe è ricercatrice presso l’Istituto di Storia della Conoscenza dell’Antichità alla Freie Universität di Berlino. È laureata in Archeologia e ha un dottorato in Assiriologia. La sua ricerca spazia tra la filologia e la storia della scienza, concentrandosi sulla concettualizzazione delle stelle e dei pianeti nel mondo cuneiforme. Scrive anche di libri su alcune riviste culturali online.

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