Articolo
Alessandro Colombini
La mucca che i nazisti volevano resuscitare

Colombini Sito
animali politica storia

L'uro, gigantesco progenitore selvatico dei bovini, si era estinto nel 1627, ma il Terzo Reich ne sognava la de-estinzione. Per preparargli il terreno, i nazisti espulsero e massacrarono centinaia di persone.

Se io oggi decidessi di uscire di casa per andare a chiedere alle persone che incontro (mentre passeggiano, portano in giro il cane, si godono una birretta ai tavolini di un bar) per quale motivo è ricordato il nazismo, riceverei principalmente occhiatacce e risposte deludenti. Lo sterminio degli ebrei d’Europa sarebbe senza dubbio il vincitore assoluto, seguito (credo) dalla responsabilità storica per aver fatto scoppiare la Seconda guerra mondiale. Nella speranza di incontrare solo persone con un’idea pessima del nazismo, il resto lo immagino come una serie di crimini scelti in accordo con la sensibilità dell’intervistato: gli eccidi di popolazioni civili, l’assassinio di milioni di prigionieri di guerra sovietici, gli esperimenti sui prigionieri, le opere d’arte trafugate e così via fino a che non ho finito le persone che vivono vicino a dove vivo io. Tornerei a casa crucciato, sfiancato dalla drammatica mancanza d’immaginazione delle persone: mai nessuno, e dico nessuno, si ricorda degli uri.

Bos primigenius, il progenitore selvatico dei bovini domestici, ecco cos’era un uro. Alto generalmente più di due metri e con corna che negli esemplari maschi arrivavano senza problemi al metro, l’uro era “primordiale” non solo nell’aspetto ma anche nel suo stare nella natura. Parliamo di un animale aggressivo sia con gli umani, sia con i suoi simili e agli altri animali, refrattario a ogni tipo di avvicinamento e domesticazione (che comunque arriverà, già nell’undicesimo millennio a.C.); l’uro a tanti doveva esser sembrato genuinamente un pezzo di mondo antico che, per un motivo o per un altro, si era ritrovato catapultato in quello di oggi. E se le cose sarebbero potute sembrare anche agli uri, se fossero stati in grado di proiettare loro stessi in una profondità temporale, sono sicuro che questa realizzazione sarebbe stata tanto decisa quanto drammatica: una suscettibilità alle malattie non poteva implicare altro che una decimazione delle mandrie o branchi, una stazza così grande ne faceva un bersaglio facile per le battute di caccia, le sue gigantesche corna stavano troppo bene sopra i camini dei nobili prussiani, il mosaico di foresta e palude dove solitamente viveva erano ghiotti bersagli di un’agricoltura in espansione. E quindi niente, addio uro e a mai più rivedersi Bos primigenius. Tanti saluti progenitore selvatico dei bovini domestici e ciao amore, ciao, per dirla alla Dalida, al mondo antico. L’ultimo esemplare, una femmina, muore nel 1627 nella foresta di Jaktorów, vicino Varsavia. Poi c’è l’estinzione, almeno fino a che un pittore fallito dell’Alta Austria convince i tedeschi che no, il problema non erano gli industriali che sfruttavano, depredavano e reprimevano la classe lavoratrice tedesca. Il problema erano gli ebrei, i bolscevichi e i focomelici, e per questo motivo bisognava invadere la Polonia.

Ai nazisti gli uri piacevano tantissimo. È possibile ricostruire la storia di questa passione solo accettando di dividerla in più livelli, tutti con una loro verità che assume senso sia in sé, sia se fatta confluire in una più grande suggestione. Motivo numero uno per il quale i nazisti erano in fissa con gli uri: la mitologia. La storia leggendaria dell’uro parlava ai nazisti con la lingua dei loro sogni più reconditi. Questi animali erano cacciati dagli antichi cavalieri teutonici, così come da Sigfrido, l’eroe epico della mitologia norrena e germanica narrato nel Canto dei Nibelunghi. Il tema della caccia era un terreno di dibattito all’interno delle gerarchie naziste (Hitler la detestava, mentre Hermann Göring ne era un grande appassionato), ma se c’è un qualcosa che metteva tutti d’accordo era che loro, i nazisti, erano la trasposizione contemporanea di quei cavalieri, di quel Sigfrido e di quel mondo ormai perduto e così rimpianto. E quindi se al tempo si cacciavano gli uri, sarebbe bello cacciare gli uri anche oggi riportando in vita una sorta di ecosistema eroico primordiale della Germania. Anche perché – e qui mi collego al motivo numero due per il quale i nazisti erano in fissa con gli uri, ovvero il simbolismo – questi animali non erano quegli indifesi cerbiattini che possono essere uccisi “da qualsiasi panzone” (espressione di Adolf Hitler riportata da Albert Speer, verosimilmente riferita alla silhouette dello stesso Göring), ma un animale aggressivo, incontrollabile, simbolo di forza primordiale. Ucciderlo non corrispondeva all’atto di uccidere, ma piuttosto al prevalere sulla natura terrificante.

Il motivo numero tre per il quale i nazisti erano in fissa con gli uri non aveva a che fare con chi volevano essere, ma con chi erano: un progetto di impero coloniale europeo, con la guerra utilizzata come strumento di trasformazione dello spazio. La componente razziale e razzista è infatti la parte più “rumorosa” dell’impianto ideologico nazista, ma non quella che la definisce né tantomeno l’unica. Se voi foste dei nazisti pensereste che ogni uomo (e, perché no, ogni creatura) è definito sì da quello che si porta dentro fin dalla sua nascita (il sangue, i geni – l’Erbmasse, la sostanza ereditaria), ma anche dall’ambiente che lo circonda e lo forma. Da qui derivano concetti come il Blut und Boden (sangue e suolo), o quello ancora più politico di Lebensraum: lo “spazio vitale” del quale il popolo tedesco aveva un disperato bisogno, e che avrebbe rappresentato la giustificazione ideologica per le guerre d’aggressione contro le nazioni slave alla base e all’interno della Seconda guerra mondiale.

Se sembra un’impostazione ideologica biologica e umana solo nella sua ancestralità… è perché lo è. Il termine Lebensraum, ad esempio, nasce proprio in biologia: lo conia il geografo Friedrich Ratzel all’inizio del secolo scorso, prendendo il concetto fino a quel momento ecologico dello spazio di cui una specie ha materialmente bisogno per sopravvivere e trasferendolo ai popoli e agli Stati. Un concetto biologico e vero (le piantine di basilico che compri al supermercato muoiono in meno di una settimana perché mancano di Lebensraum) diventa quindi un concetto politico e falso (Hitler ha invaso la Cecoslovacchia per mettere le mani sugli stabilimenti di produzione bellica della Škoda e della ČKD, non per far respirare un notaio di Friburgo). Passando da questa contaminazione ideologica il concetto di spazio nell’armamentario semantico nazista si corrompe definitivamente, anche quando poi trasportato di nuovo in un discorso biologico – come è il caso degli uri.

Analizzando la fascinazione nazista per gli uri, i geografi Jamie Lorimer e Clemens Driessen hanno evidenziato proprio la “dimensione spaziale” che accomunerebbe il “vero” uro con il “vero” Volk: per rifiorire, questo avrebbe avuto bisogno di un modellamento del paesaggio intorno a lui importante tanto quanto l’igiene razziale. I due non hanno bisogno solo di suolo, ma anche di un determinato tipo di suolo – ciò che gli slavi non erano in grado di fornire perché incapaci di prendersi cura della terra e responsabili della Versteppung, l’insteppimento, ovvero l’inaridimento e l’erosione dei terreni in questione (ovvero una fetta importante dell’Est Europa). L’architetto del paesaggio Wiepking-Jürgensmann lo riassumeva quasi come uno slogan: curare il paesaggio equivale a curare il popolo. E la pulizia etnica, possiamo aggiungere noi, equivale a riportare in vita la foresta vergine di una Germania primordiale. E in mezzo a tutta questa spazzatura ideologica, una pazza idea si fa strada nelle menti delle élite naziste: riportare in vita l’uro.

Per affrontare questa storia è bene ripartire dalle basi, ovvero da cosa significhi “de-estinguere” un animale. Quando glielo chiedo, Driessen mi chiarisce subito di essere un geografo e non un biologo o un ecologo, di non avere quindi la preparazione scientifica che serve per affrontare argomenti come il back breeding, lo strumento attraverso il quale si “de-estingue” – tecnologie come la clonazione e il gene editing, diventate poi le tecniche principali, arriveranno solo nei decenni successivi. In questa pratica Driessen sembra essere uno dei pochi a farsi questi scrupoli, dato che poco dopo la conversazione vira sul fatto che “la riproduzione selettiva è sempre stata considerata un mestiere pratico, quasi un’arte, piuttosto che un’impresa sistematicamente scientifica”. Nella pratica, si trattava di utilizzare la selezione artificiale usata fin dall’antichità per adattare specie animali all’allevamento tradizionale ma, in un certo senso, con lo scopo contrario: al posto di prediligere la docilità, la propensione alla sottomissione e la produttività delle specie fondamentali in un contesto di allevamento, si ricercavano quella selvatichezza e aggressività “antiche”, oltre che ovviamente le caratteristiche fisiche dell’uro: dimensioni notevoli, corna distintive, mantello bruno con una striscia chiara lungo la colonna vertebrale, lunghe zampe.

“Un po’ per colpa del tono di questo scritto, un po’ per un’aura di cialtroneria che effettivamente alcuni di questi personaggi emanano, chi legge potrebbe fare l’errore di pensare di trovarsi davanti a una storia simpatica, innocua. Non è così.”

La scientificità della tecnica (che non è quella del rewilding, decisamente più difendibile) è quantomeno discutibile, nonostante fin dagli inizi del Novecento i biologi fossero decisi a comprendere questo tipo di ereditarietà in modo più sistematico attraverso esperimenti negli zoo drammaticamente arrivati anche ai nostri tempi: il ligre (leone maschio + tigre femmina), il tigone (tigre maschio + leonessa), il tiligre (tigre maschio + ligre femmina), il liligre (leone maschio + ligre femmina), il leguaro (leopardo maschio + giaguaro femmina) o il leopone (leopardo maschio + leonessa). Altre volte, quando questi “incontri” non sono dovuti al nostro pensarci proprietari del regno animale con il quale poterci divertire a piacimento, sono dovuti alla tipica caratteristica umana dell’essere sterminatori: quando, tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta, abbiamo ucciso la stragrande maggioranza dei lupi grigi dell’Ontario sudorientale e delle province marittime orientali del Canada, abbiamo spinto i pochi superstiti ad accoppiarsi con i coyote che vivevano nella zona. Signore e signori, ecco a voi il coywolf.

Ad ogni modo, quando si parla di de-estinzione il punto non è solo etico e morale, ma anche concettuale: un animale estinto non è la somma delle sue caratteristiche morfologiche visibili, piuttosto il prodotto di milioni di anni di selezione naturale in grado di plasmare tanto l’aspetto esteriore quando il genoma, il microbioma, i comportamenti, le risposte immunitarie, i ritmi biologici e così via. Un bovino che si limita a essere grande come l’uro, con le corna come l’uro, dello stesso colore dell’uro, con la stessa striscia chiara lungo la colonna vertebrale dell’uro, con le stesse zampe dell’uro, biologicamente non è un uro.

È proprio nel contesto di uno zoo, non a caso, che crescono e si formano coloro che legheranno per sempre il loro nome a questa vicenda: i fratelli Lutz e Heinz Heck. Lutz e Heinz crescono e si formano letteralmente in uno zoo, dato che il padre Ludwig era direttore dello zoo a Berlino, e la loro carriera appare tracciata fin dalla giovane età. Presto, a dimostrazione che nessun ambiente lavorativo è immune dal nepotismo, Lutz eredita dal padre la direzione dello zoo berlinese e Heinz si mette in testa di rifondare lo zoo di Monaco di Baviera. Fin dagli anni Venti entrambi iniziano a lavorare in modo piuttosto indipendente sul progetto di riportare in vita gli uri, entrambi senza un piano definito e ispirati unicamente da alcune pitture rupestri spagnole che ritraevano l’animale, arrivando poi però a selezionare razze di partenza diverse: Lutz usa come base di partenza i tori da combattimento spagnoli e francesi, mentre Heinz si concentra su grigia ungherese, podolica, Highland, alpine e frisone. Entrambi i progetti in poco tempo arrivano sulla scrivania di pezzi grossi nazisti.

Per i fratelli Heck il nazismo è stato tante cose molto diverse dal punto di vista personale, ma una sola da quello professionale. Per Lutz, ad esempio, il nazismo è stato la salvezza della Germania, un’idea alla quale aderire con tutto sé stesso e un ambiente custode di rapporti personali; è per questo motivo che si iscrive al partito, accetta riconoscimenti e cariche importanti all’interno del Ministero del Reich per le Foreste e si lega personalmente a Goebbels e Göring, al quale affida leoncini come animali domestici per poi riprenderseli quando diventano troppo grossi. La storia per Heinz è diversa: nei rapporti della polizia si scrive che ha un “carattere difficile da decifrare”, cosa che non aiuta – anche e soprattutto considerata una ex moglie ebrea e dei sospetti di comunismo. Questi aspetti sono però sicuramente minori, dato che il richiamo del mecenatismo è ugualmente irresistibile, spingendo entrambi a entrare nella “Società di Ricerca dell’Eredità Ancestrale” (l’Ahnenerbe) di Himmler e ad approfittarsi dell’alone di scientificità che la vicinanza ai nazisti garantiva. È in questa maniera che ricevettero l’approvazione di eugenetisti ed esperti di igiene razziale come Eugen Fischer e Erwin Baur: proprio quel che ci voleva per dare a quel che stavano facendo – guardare a delle pitture rupestri e far accoppiare un bovino ungherese con uno lucano per avvicinarsi a quel che c’era nel disegno – il bollino di scienza.

Un po’ per colpa del tono di questo scritto, un po’ per un’aura di cialtroneria che effettivamente alcuni di questi personaggi emanano, chi legge potrebbe fare l’errore di pensare di trovarsi davanti a una storia simpatica, innocua. Non è così. Gli uri dei fratelli Heck, nel grande disegno delle cose – nell’occupazione nazista dell’Europa orientale –, altro non sono stati che una possibilità di sterminio e oppressione. Pensiamo alla foresta di Białowieża, oggi (e anche ieri, a dirla tutta) in Polonia e dalla primavera del 1941 riserva di caccia del Reich tra le preferite di Göring. È qui che gli uri di Lutz sono destinati, non prima di – come riporta Jan Mohnhaupt in Bestiario nazista – “pacificare” e “evacuare” il bosco. Ed è qui che centurie del corpo forestale accompagnati da forze di polizia rastrellano e allontanano oltre settemila persone, cancellando dalla faccia della terra 34 villaggi. Ed è qui, ancora, che muoiono 584 uomini e ragazzi, fucilati sul posto perché ebrei. E chi scappa nei boschi, che siano soldati dell’Armata Rossa sbandati, partigiani, ebrei in fuga, diventa il bersaglio di spietate battute di caccia. “Il numero di queste prede”, scrive l’ispettore capo forestale Walter Frevert a un collega, “supera di gran lunga quello di tutta la selvaggina”.

Se volete, potete andare a vedere i risultati degli esperimenti di Heinz Heck in cento zoo tedeschi, o in riserve naturali del Flevoland, della Turingia, della Baviera o del Devon inglese. Sono lì, in carne ed ossa, con il muso triste e assolutamente non uri: sono più piccoli, meno atletici, con le corna e le zampe diverse. Sono mucche, in pratica. Quelli di Lutz invece sono andati persi – estinti, di nuovo –  sotto i bombardamenti di Berlino, o i combattimenti a Białowieża. Questa però non è una storia di esperimenti scientifici finiti bene o male, così come non è una storia di cialtroni, o una storia di uri, che della gloria umana non se ne sono mai fatti niente, che nei boschi europei non hanno mai conosciuto altro che sangue, paura, prigionia, morte. È la storia dei morti di Białowieża, di una particolare interpretazione della vita animale e umana. È la storia di un potere assoluto, di un controllo sconsiderato. È la storia di un crimine, se dobbiamo chiamare le cose con il loro nome.

Alessandro Colombini

Alessandro Colombini è editor di «Iconografie», autore della newsletter Lezione di nuoto e storico freelance.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00