Il caldo anomalo delle ultime settimane non è colpa sua. A furia di gridare al lupo al lupo per la minaccia sbagliata, rischiamo di non riconoscerla quando arriverà davvero.
I pescatori peruviani del XVI secolo lo battezzarono “El Niño de Navidad” perché i suoi effetti si palesavano intorno a Natale. Succedeva periodicamente ogni manciata d’anni: attorno alle coste del Perù l’acqua oceanica solitamente fredda si riscaldava nettamente, le correnti portavano meno pesce del solito e un’infilata di piogge torrenziali rinverdiva i deserti. Oggi sappiamo che quei pescatori stavano assistendo a un’oscillazione periodica del sistema oceano-atmosfera del Pacifico Tropicale, un’anomalia che si presenta in media con un intervallo di 3-7 anni, causando ricadute climatiche in gran parte del pianeta che possono protrarsi anche per diversi mesi. Ma quando, a partire dagli anni Sessanta, Jacob Bjerknes e altri climatologi cominciarono a occuparsi del fenomeno, quel nome popolare rimase.
Natale è lontano, ma già si parla ovunque di El Niño. Il che per un verso è giustificato, dal momento che esiste il serio rischio che l’evento atteso per quest’anno possa essere uno dei più intensi mai registrati, con effetti che potrebbero essere più duraturi del solito. Ma questa attenzione per El Niño Southern Oscillation (ENSO) è anche alimentata da eventi del tutto scollegati.
Il caldo di fine maggio è stato sicuramente anomalo: abbiamo osservato temperature che appartengono all’estate inoltrata, non certo alla fine di maggio. E poiché abbiamo una predilezione per gli eventi eccezionali e i nomi di sicura presa, viene quasi spontaneo collegare queste anomalie con l’arrivo di un El Niño particolarmente potente. In realtà, però, si tratta di fenomeni diversi.
Non si tratta di una distinzione di poco conto. Come vedremo, oltre a creare allarmismi fuorvianti, questa tendenza a gridare “al Niño, al Niño” a ogni spron battuto potrebbe farci abbassare la guardia di qui all’autunno, quando gli effetti di ENSO nel continente europeo diventeranno via via più tangibili, e al contempo rafforzare quell’idea pericolosa per cui la crisi climatica sia una sequela di emergenze da affrontare volta per volta e non invece un problema strutturale.
Come funziona El Niño
La certezza che si stia sviluppando un El Niño l’abbiamo solamente quando la temperatura media delle acque del Pacifico equatoriale centrale supera di almeno 0,5 gradi i valori climatici di riferimento per almeno tre mesi consecutivi. Le ragioni per cui questo evento ciclicamente si ripresenta non sono ancora del tutto chiare. In compenso, conosciamo le dinamiche in gioco, e tutto ruota attorno a un delicato equilibrio tra venti e correnti oceaniche.
In condizioni normali, i venti Alisei soffiano costantemente sul Pacifico da est verso ovest, spingendo le acque superficiali calde verso l’Indonesia e le Filippine. Questo spostamento continuo consente alle acque profonde vicino alle coste del Sudamerica, tipicamente fredde e ricche di nutrienti, di risalire in superficie (un fenomeno noto come upwelling).
Negli anni in cui si manifesta El Niño, gli alisei si indeboliscono progressivamente, rompendo l’equilibrio e creando un processo che si autoalimenta: senza la spinta dei venti, le acque calde accumulate sul versante occidentale tendono a rifluire verso est; l’upwelling si indebolisce, quindi le acque lungo la costa sudamericana si riscaldano e riscaldano a loro volta l’aria sovrastante; una volta diventata più calda e leggera, quest’aria sale creando un’area di bassa pressione che indebolisce ulteriormente gli Alisei.
Questa anomalia produce conseguenze climatiche a cascata che, nell’arco di 9-12 mesi, si propagano in tutto il mondo, con effetti molto variegati. In Sudamerica, per dire, le coste si riscaldano, le popolazioni di pesce si riducono, mentre si registrano piogge torrenziali e alluvioni in zone solitamente desertiche. Per contro, in Australia e nel Sudest asiatico gli eventi siccitosi aumentano di frequenza e intensità, così come gli incendi, mentre enormi raccolti vanno perduti.
Ma se è vero che El Niño è un evento di portata globale, è anche vero che gli effetti sul versante europeo sono di solito più incerti e contenuti, e riguardano principalmente l’inverno. Questo accade perché prima che El Niño raggiunga il nostro continente deve superare una serie di passaggi che ne modificano le dinamiche. Nel caso del prossimo El Niño, però, gli effetti potrebbero essere più marcati.
“È molto difficile fare una previsione, perché El Niño interessa l’Europa in maniera non lineare”, mi spiega Giulio Betti, meteorologo e climatologo presso l’istituto di biometeorologia del CNR. “Tuttavia, dal momento che questo sarà probabilmente un El Niño molto forte, potremmo assistere a fenomeni estremi nei mesi autunnali e a fasi di tepore anomalo in inverno.”
In ogni caso, gli effetti più tangibili di El Niño non si presenteranno in Europa prima dell’inizio dell’autunno, e questo ci consente di escludere un suo ruolo decisivo nel caldo anomalo che ha investito il continente europeo a fine maggio, e dovrebbe indurre cautela nell’attribuirgli la colpa di un’eventuale estate estrema.
Cosa sta succedendo allora in Europa
In Italia abbiamo un ricordo piuttosto vivido dell’estate del 2022, che cominciò a giugno con la peggiore siccità degli ultimi cinquecento anni e terminò a settembre con una tremenda alluvione nelle Marche. È stata l’estate più calda mai registrata in Europa, nonché quella che ha contato il maggior numero di giorni di stress termico intenso, ossia giorni in cui il caldo e l’umidità sono talmente elevati che il corpo non è più in grado di dissipare calore tramite sudorazione. Le ondate di calore quell’anno causarono la morte di 61.000 persone in tutto il continente. L’Italia, con 18.000 morti, fu in proporzione il paese più colpito.
Oggi, l’estate 2022 è considerata uno spartiacque, il momento in cui nei paesi europei si è dovuto prendere atto di una crisi climatica le cui ricadute erano ormai incontrovertibili. Per la prima volta si erano superati i record del 2003, fino ad allora considerata l’estate infernale per eccellenza. La differenza è che se quella del 2003 poteva essere considerata un’eccezione, l’estate del 2022, con le sue reiterate ondate di calore ed eventi estremi fuori scala disseminati lungo tutta la stagione, aveva più l’aspetto di una nuova normalità.
C’è però un elemento che, per il discorso che stiamo facendo, merita attenzione: quell’estate El Niño non c’era. Eravamo piuttosto nel pieno di La Niña, la fase opposta dell’oscillazione. Ciò nonostante, l’effetto di raffreddamento cumulativo del sistema non bastò a tamponare uno degli anni più caldi mai registrati a memoria d’uomo.
Anche allora, come oggi, dietro le ondate di calore c’era l’anticiclone africano, quell’area di alta pressione atmosferica che risiede in modo quasi permanente sul Sahara, una delle zone più calde del pianeta. Solitamente questo anticiclone rimane confinato all’area nordafricana, ma periodicamente si verificano espansioni verso nord (i cosiddetti promontori). Ed è quello che è successo a fine maggio: l’aria riscaldata dal Sahara è risalita fino a 3000-5000 metri di quota, si è spostata a nord superando il Mediterraneo dove l’alta pressione l’ha spinta a forza verso il suolo. Questo processo ha comportato una compressione dell’aria, che si è scaldata velocemente (in media un grado ogni cento metri di discesa) per poi raggiungere il suolo.
Le ondate di calore legate agli anticicloni non sono una novità, ma negli ultimi anni si sono fatte sempre più persistenti e pericolose. Un tempo queste espansioni duravano pochi giorni, poiché venivano allontanate abbastanza in fretta dalla spinta della corrente a getto, quel nastro d’aria ad altissima quota che si sposta rapidamente da ovest verso est. Negli ultimi anni, anche a causa del riscaldamento globale, questa corrente si è attenuata, e alcune ricerche suggeriscono che sia per questa ragione che alcune anomalie tendono a soffermarsi sempre più spesso in determinate zone. Abbiamo parlato delle interminabili ondate di calore del 2022: in quel caso, un’espansione dell’anticiclone africano rimase parcheggiata sopra le nazioni europee per settimane consecutive, creando un effetto di retroazione positiva che aggravò ulteriormente la situazione.
Esopo aveva ragione
Da qualche anno stiamo assistendo a un fenomeno mediatico interessante, e in apparenza paradossale. Se da un lato le temperature globali continuano a salire (e con esse l’intensità e la frequenza degli eventi estremi) dall’altro la copertura dedicata alla crisi climatica è in netto calo. Stando ai dati raccolti dal Media and Climate Change Observatory dell’Università del Colorado, nel 2025 la copertura della crisi climatica è scesa del 14% rispetto al 2024, e del 38% rispetto al picco raggiunto nel 2021, quando ancora le questioni ecologiche riuscivano a raggiungere le prime pagine dei giornali. Le motivazioni sono facilmente intuibili: dal 2020 a oggi una serie di eventi epocali si è imposta sullo scenario globale, dall’onda lunga della pandemia, agli stravolgimenti economici e geopolitici, alla fulminea crescita delle intelligenze artificiali. Un problema complesso, stratificato e difficilmente circoscrivibile come quello climatico è stato più o meno consciamente spinto in fondo alla lista delle priorità, con la complicità di chi non vedeva l’ora di mettere in pausa una transizione energetica ed ecologica che fino a qualche anno fa pareva inaggirabile.
Questo non significa che i media non si occupino più di clima, semplicemente tendono a dedicare spazio al tema quando il pubblico è direttamente interessato, vale a dire durante l’estate o quando si verificano eventi estremi. Naturalmente c’è chi ancora racconta in modo accurato ed efficace le innumerevoli sfaccettature del problema, ma il capitale di attenzione va diminuendo, e questo rende ancora più difficile che i contenuti circostanziati abbiano la meglio su quelli più allarmistici.
Di fronte a un’anomalia notiziabile come un’ondata di calore fuori stagione, e a comunicati che segnalano alte probabilità di un super El Niño in arrivo, il rischio è di confondere i due piani e affiancarli in titoli più utili a rastrellare click (o vendite) che sensibilizzare su un problema complesso. Il problema è che quella che un tempo avremmo potuto derubricare a semplice sciatteria mediatica rischia di aprire ulteriormente il campo al negazionismo e all’inattivismo.
In uno studio pubblicato lo scorso marzo su Applied Environmental Education & Communication, Janna De Graaf e il suo team dell’Università di Utrecht hanno dimostrato come una continua esposizione a notizie riguardanti minacce climatiche possa portare a un effetto opposto a quello desiderato, soprattutto quando chi viene raggiunto da questi contenuti tende a dare priorità al piacere e al conforto personale, o comunque non ha una preparazione sull’argomento. Questo effetto viene chiamato message fatigue, ed è uno dei tanti bias cognitivi che alimentano il fatalismo e il dilazionismo climatico. Se una persona ha l’impressione di aver già ricevuto una quantità sufficiente di messaggi allarmanti, i nuovi articoli o post che leggerà sulla questione la porteranno a sollevare barriere e a rifiutare ogni coinvolgimento personale nella risoluzione del problema. Questo effetto, peraltro, sembra accentuarsi quando all’elevata quantità di allarmi si somma una percepita mancanza di conseguenze: “Le persone potrebbero ritrovarsi a sperimentare una sensazione di urgenza vuota”, si legge nello studio, “causata dal continuo dover ricordare quanto si sia esposti a conseguenze gravissime, senza tuttavia aver ancora sperimentato la catastrofe sulla propria pelle.”
Alle tendenze individuali che abbiamo visto fin qui si aggiungono poi delle dinamiche sociali. Una ricerca del 2022, condotta da Yohei Sawada, ha mostrato come ogni falso allarme vada a erodere la fiducia della collettività nei sistemi di allerta precoce per le alluvioni. Questo vale in particolare nelle zone più antropizzate, dove la presenza di sistemi di protezione come argini e dighe fa sì che l’incidenza di alluvioni impattanti sia minore. Nelle “società tecnologiche”, come le chiama Sawada, la memoria collettiva si affievolisce rapidamente in mancanza di esperienze dirette, e questo finisce per ridurre la fiducia nei sistemi di allarme, che è fondamentale per garantire un’effettiva preparedness, ossia una disposizione collettiva ad agire di fronte a un’allerta.
La letteratura scientifica è piena di ricerche che mostrano come una comunicazione climatica troppo insistita, allarmistica o concentrata su potenziali futuri apocalittici, possa risultare paralizzante e controproducente. Ma il punto, per quel che riguarda il nostro discorso, è semplice: se oggi lasciamo passare il concetto per cui il caldo insolito di fine maggio è imputabile a El Niño e poi quest’estate si rivelasse meno infernale del previsto (cosa possibile), andremmo ad alimentare ulteriormente la sensazione che i messaggi di allarme siano poco attendibili, e l’effetto di saturazione e sfiducia aumenterebbe. Non solo: una volta esaurito il capitale di attenzione che il pubblico è disposto a dedicare a questo fenomeno, quando un eventuale super El Niño arriverà a mostrare i suoi effetti, di qui ad alcuni mesi, sarà ancora più difficile comprenderne e comunicarne la complessità.
Come nella favola di Esopo, a furia di gridare “al lupo, al lupo” per una minaccia ancora lontana, rischiamo di farci trovare impreparati quando effettivamente ce lo troveremo nel giardino di casa.
Il pericolo reale di un super El Niño
Quello che sappiamo al momento è che sotto la superficie del Pacifico equatoriale centrale una grande riserva d’acqua sta mostrando temperature nettamente superiori alla norma. È uno dei segnali che i modelli considerano più affidabili per prevedere l’arrivo di un El Niño particolarmente potente.
Si tende a parlare di “super El Niño” quando la temperatura media delle acque nel Pacifico centrale supera i 2 gradi. L’ultimo evento di questo tipo l’abbiamo osservato nel biennio 2015-2016: in quel caso l’anomalia termica nel Pacifico centrale ha superato i 3 gradi e i danni sono stati enormi. Le alluvioni in Paraguay, Uruguay e Argentina hanno creato 150.000 profughi climatici, gli incendi nel Sudest asiatico hanno contribuito alla morte di 100.000 persone e la Grande Barriera Corallina ha subito il peggior evento di sbiancamento della storia, che ha comportato la perdita del 50% della sezione settentrionale. Si calcola che le perdite economiche globali legate a quel super El Niño ammontino a 3900 miliardi di dollari.
Da allora la temperatura globale media è aumentata di almeno 0,2 gradi, e poiché gli effetti di El Niño sono pesantemente influenzati dalla temperatura di partenza del sistema, gli impatti questa volta potrebbero essere addirittura maggiori. “Esiste un’alta probabilità che il super El Niño in arrivo sarà il più forte mai registrato”, dice Betti. “Parliamo di un evento che accade mediamente una volta ogni 20-30 anni, ma in questo caso si inserisce in un mondo caldo. Troppo caldo. E questa combinazione non ha precedenti noti nelle recenti osservazioni climatiche.”
Come dicevamo, dobbiamo fare estrema attenzione a trattare El Niño come un evento perimetrabile. Più che un disastro episodico si tratta infatti di un moltiplicatore di rischio, che va a lavorare su vulnerabilità preesistenti. Nel corso della Storia i danni causati da questo fenomeno sono stati trasversali e significativi (si pensa abbia avuto un ruolo nelle peggiori carestie), ma non abbiamo mai visto un super El Niño svilupparsi in una condizione come quella attuale, il che rende le previsioni ancora più incerte.
Non parliamo soltanto di uno scenario ecologico estremamente fragile, con sette dei nove limiti planetari già superati: ci sono anche aspetti socioeconomici e geopolitici che contribuiscono a rendere questo momento storico particolarmente precario. Oggi più di trecento milioni di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare, le infrastrutture di approvvigionamento dell’acqua sono in molti paesi in deficit strutturale (l’ONU già parla di “bancarotta idrica”). A tutto questo si aggiungono le vulnerabilità legate alla situazione geopolitica: le carenze di fertilizzanti guidate dalle tensioni nello Stretto di Hormuz, l’aumento del costo dell’energia legato ai conflitti in Ucraina e Iran, il taglio dei finanziamenti per gli aiuti internazionali che rende ancora più esposti i paesi meno ricchi.
Per questo è fondamentale evitare accostamenti sbagliati e titoli superficiali. Oltre a diffondere false notizie e a favorire l’effetto saturazione di cui parlavamo sopra, si rischia di rafforzare la nostra tendenza a concepire il mondo come un insieme di dinamiche e problematiche tra loro scollegate. Una tendenza che ha sia radici culturali che evolutive, e che può aiutarci a comprendere meglio alcune storture della comunicazione climatica.
Il fatto che molti abbiano cercato di spiegare un’ondata di calore con l’arrivo imminente di un fenomeno ciclico, infatti, non è soltanto colpa di una comunicazione climatica superficiale, è anche frutto di un comprensibile bisogno di rassicurazione: un problema eccezionale può essere affrontato con misure di emergenza, un problema strutturale richiede trasformazioni più complesse e sistemiche. E per come si sono evoluti i nostri cervelli, ci risulta molto più facile concepire (e accettare) un’emergenza transitoria che uno sgretolamento costante della nostra normalità.
Insomma, se continuiamo a gridare “al lupo, al lupo”, è anche perché ci costa un’enorme fatica accettare di essere già nella sua pancia.