Un indizio in un documento vecchio di 70 anni e poi la ricerca nel deserto del Sahara: il gruppo di ricerca di Paul Sereno ha identificato una nuova specie di spinosauro seguendo una pista nascosta.
Una riga soltanto, nascosta in un documento di seicentotrenta pagine risalente agli anni Cinquanta del Novecento. Da lì è cominciata, o forse ricominciata, una caccia lunga più di sessant’anni.
In questa riga si faceva riferimento a un dente dalla curiosa forma conica, raccolto in Niger dal geologo francese Hugues Faure, poi riportato in Francia e consegnato, almeno in teoria, a qualche archivio o collezione scientifica. Non molto, a prima vista. Un reperto isolato, una menzione anodina, il tipo di dettaglio che in un rapporto tecnico può rimanere sepolto per decenni senza che nessuno gli presti più attenzione. Ma Paul Sereno, paleontologo dell’Università di Chicago, ha costruito una parte importante della propria carriera proprio su questo talento incredibile nel saper discernere con una sola occhiata un indizio promettente da una falsa pista.
“In questo caso seguivo la pista di un dente menzionato da Hugues Faure. Controllai al museo di competenza, ma non era lì. Faure lavorava per un servizio geologico, quindi il reperto potrebbe trovarsi ancora in qualche archivio. Non l’ho ancora trovato ma, se esiste ancora, voglio trovarlo.”
Il 19 febbraio 2026, su Science, Sereno e il suo gruppo hanno descritto una nuova specie di spinosauride proveniente dal Sahara: Spinosaurus mirabilis, un parente stretto del più celebre Spinosaurus aegyptiacus, vissuto circa 95 milioni di anni fa e dotato di una grande cresta cranica a forma di scimitarra. Muso lungo e denti conici da predatore di pesci, corpo imponente, vela dorsale, cranio segnato da una struttura di esibizione che forse, in vita, era rivestita di tessuto o cheratina e poteva avere colori vistosi. Molti lo riconosceranno come l’antagonista di Jurassic Park III, ma da allora molta acqua è passata sulle rive dell’oceano Tetide.
Quando Sereno e il suo gruppo, nel 2019, arrivarono nel punto che sembrava più vicino al sito indicato da Faure, non trovarono nulla. Il deserto, per chi non lo sa leggere, può sembrare uniforme e isotropo, senza caratteristiche peculiari per definire l’intorno.
“È lì che separi la speranza dalla realtà”, dice Sereno.
Forse Faure aveva trovato un solo dente. Forse non c’era altro. Forse quella riga avrebbe dovuto restare soltanto una nota a margine.
Nel Sahara il paesaggio sembra spesso ripetersi all’infinito. Le forme si assomigliano, le distanze ingannano, la sabbia espone e cancella. Sereno lo descrive come un archivio instabile: un luogo in cui il passato affiora, ma non per sempre.
Invece il gruppo continuò con caparbietà. Scelsero una direzione, guidarono, mandarono in volo i droni. Fu un collega francese, Didier Dutheil, a individuare una piccola altura in lontananza. Si chiamava Akarazeras. Lì restarono ancora un giorno e mezzo e trovarono circa trenta denti di carcharodontosauridi, grandi dinosauri predatori del Cretaceo africano.
Era già qualcosa. Ma non era ancora Spinosaurus.
Nel Sahara il paesaggio sembra spesso ripetersi all’infinito. Le forme si assomigliano, le distanze ingannano, la sabbia espone e cancella. Sereno lo descrive come un archivio instabile: un luogo in cui il passato affiora, ma non per sempre.
“Tra un secolo”, dice Sereno, “probabilmente quell’affioramento non esisterà più”.
La paleontologia vive spesso di questo paradosso. Studia resti durissimi, pesantissimi da sollevare, apparentemente eterni; ma la conoscenza che ne ricava è fragile, provvisoria. Un osso può essere conservato per cento milioni di anni e poi perdersi per sempre per via dell’esposizione agli agenti atmosferici, gli stessi che hanno esposto i resti mineralizzati delle ossa disgregando gli strati di pietra circostanti. Oppure può perdersi per motivi molto più umani e ancora più incomprensibili, come ad esempio la guerra: l’olotipo di Spinosaurus aegyptiacus, recuperato da Ernst Stromer e “portato in salvo” in Europa, a Monaco di Baviera, fu ridotto in briciole da un bombardamento alleato durante la Seconda guerra mondiale. Il museo bavarese si trovava troppo vicino alla stazione ferroviaria.
Ma nelle scoperte saper entrare in sintonia con l’elemento antropico locale è fondamentale. Fu così che, come un deus ex machina, entrò in scena Abdoul Nasser.
“Ogni volta che vai sul campo, per quanto remoto sia il luogo, qualcuno quella parte del pianeta l’ha già attraversata. Quando resti in una zona abbastanza a lungo, all’inizio puoi essere accolto con una certa freddezza, ma poi la voce si sparge e, alla fine, quasi per caso, quest’uomo si fece avanti. Fu lui a condurci in un posto meraviglioso.”
Abdoul non era un paleontologo, non portava con sé un atlante geologico, non guidava la spedizione con un GPS in mano. Eppure, secondo il racconto di Sereno, sembrava possedere una conoscenza del paesaggio più profonda di qualunque mappa. E soprattutto Abdoul aveva una moto.
Quando arrivarono, trovarono denti di Spinosaurus. I frammenti di mascella erano nascosti dentro un nodulo e solo dopo la preparazione in laboratorio il gruppo capì davvero che cosa aveva davanti. Il primo materiale fu pubblicato con prudenza come Spinosaurus sp.
Il gruppo di Paul Sereno seguì a lungo la linea di polvere lasciata dalle sue due ruote.
“Ci vollero una certa dose di coraggio e tenacia per seguirlo per un giorno e mezzo in pieno deserto”, dice Sereno.
L’indicatore del carburante scese sotto metà serbatoio e cominciò a insinuarsi il dubbio che Abdoul non sapesse davvero dove li stesse portando. Ma in questo caso la fiducia si dimostrò estremamente ben riposta.
Quando arrivarono, trovarono denti di Spinosaurus. I frammenti di mascella erano nascosti dentro un nodulo e solo dopo la preparazione in laboratorio il gruppo capì davvero che cosa aveva davanti. Il primo materiale fu pubblicato con prudenza come Spinosaurus sp.: qualcosa sembrava diverso, ma non c’era ancora abbastanza per dare un nome a una nuova specie.
Ma la spedizione del 2019 era ormai agli sgoccioli e Vidal e Sereno dovettero arrendersi. “Poco male”, si dissero sorridenti, “torneremo l’anno prossimo con un team ancora più grande!”. L’anno successivo, però, era il 2020 e il mondo chiuse le sue frontiere per via della pandemia di COVID-19. Si dovettero così attendere ben tre anni.
La spedizione del 2022 fu organizzata in grande stile, con studiose e studiosi provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti pronti a scoprire ogni segreto che quella affascinante porzione di deserto aveva nascosto per decine di milioni di anni.
Il momento decisivo arrivò quando un paleontologo, Daniel Vidal, si imbatté per caso in una struttura che, all’inizio, sembrava una spina neurale della schiena di uno Spinosaurus. Gli spinosauridi sono celebri anche per le loro vele dorsali: era naturale pensare a una vertebra. Alcuni dettagli però non tornavano. La superficie, le suture, il modo in cui l’osso sembrava articolarsi con altri elementi: tutto indicava che provenisse dal cranio.
Francesc Gascó-Lluna, paleontologo spagnolo conosciuto anche come Pakozoico nelle reti sociali, era lì ad assistere a questa scoperta.
“Il momento eureka definitivo fu quando apparve la cresta. All’inizio sembrava una spina neurale della schiena, ma già sul campo ci accorgemmo che aveva caratteristiche proprie delle ossa craniche, come le suture. Quello che credevamo una vertebra non lo era. Ricordo perfettamente Dani Vidal mentre cominciava a capire: lo vedevi negli occhi, stava ripassando mentalmente tutta l’anatomia nota di questi animali. Poi arrivò Paul e capimmo che era una cresta.”
Spesso le scoperte avvengono dopo un lungo lavoro di analisi e di ricerca, ma talvolta accade che, invece, la risposta alla domanda di una vita si presenti di fronte a te all’improvviso, pronta ad essere colta come una mela ormai matura.
“Qualsiasi fossile è qualcosa che nessuno vedeva da milioni di anni, e questo è già emozionante”, continua Gascó-Lluna. “Ma quando capisci, nel deserto, di avere davanti qualcosa di completamente nuovo per la scienza, è un’altra cosa. Molte specie nuove vengono riconosciute in laboratorio, confrontando misure e proporzioni. Qui invece vedevamo un carattere che saltava agli occhi: una grande cresta cranica, quasi come un corno. Fu una sensazione di festa.”
Spinosaurus, più di quasi ogni altro dinosauro, è diventato negli ultimi anni un campo di battaglia di interpretazioni contrastanti. Dopo il celebre studio del 2014, a cui anche Sereno partecipò, si diffuse con forza l’idea di un animale molto acquatico, forse un grande predatore nuotatore.
La cresta di Spinosaurus mirabilis non è un dettaglio secondario. In vita, probabilmente, era un segnale e lascia presupporre una certa interazione sociale. Sereno la interpreta come una struttura di display: molto vascolarizzata, forse rivestita di tessuti molli, forse colorata. Per capirla, suggerisce, bisogna pensare all’ecologia delle rive. Una spiaggia, un banco fluviale, la sponda aperta di un corso d’acqua sono luoghi in cui si caccia, ma anche luoghi in cui ci si fa vedere. Gli animali che abitano questi margini spesso sviluppano forme, colori, posture e segnali legati all’interazione con i propri simili.
L’animale, dunque, non era soltanto un temibile predatore, ma era anche perfettamente inserito nel suo contesto ecologico.
Questo punto è importante perché Spinosaurus, più di quasi ogni altro dinosauro, è diventato negli ultimi anni un campo di battaglia di interpretazioni contrastanti. Dopo il celebre studio del 2014, a cui anche Sereno partecipò, si diffuse con forza l’idea di un animale molto acquatico, forse un grande predatore nuotatore.
Dopo che si perse l’olotipo di Monaco, uno dei musei più importanti per lo studio di Spinosaurus divenne il Museo Civico di Storia Naturale di Milano. Sereno chiese di poter studiare quei fossili.
Non dimenticherò mai il momento in cui aprii la prima scatola e vidi il materiale: rimasi colpito da quanto fossero piccoli gli arti posteriori. Uno dei femori era rotto e potevo vedere che era solido. Non avevo mai visto un teropode fatto così.
Poi, dopo molte altre ricerche, capimmo che c’è una certa variabilità e che, anche se l’osso era solido, non era un osso pachiostotico: non era iperdenso, come quello degli animali che usano lo scheletro come zavorra. Però era solido, e questo è strano per un teropode. Per questo pensai che potesse servire ad appesantire l’animale se nuotava, e lo suggerii.
Oggi non lo credo più. Gli arti posteriori sono ridotti: la perdita di peso dovuta alla riduzione delle zampe posteriori è maggiore del peso guadagnato, e ciò rende l’osso solido.
Penso piuttosto che sia una questione di resistenza strutturale in un dinosauro che non aveva zampe posteriori particolarmente forti. Non era veloce: si aggirava lentamente, ed era enorme.
Feci un errore perché scrissi quell’articolo nel 2014. Sbagliai la posizione del centro di massa, perché allora, nel 2014, i programmi erano ancora piuttosto primitivi. Avevamo costruito un modello e io volevo calcolare, o meglio sottrarre, il volume dei polmoni.
Spinosaurus mirabilis dunque conferma questa nuova interpretazione che si allontana dall’abile nuotatore in mare aperto. Spinosaurus era forse un predatore dei margini fluviali: non un animale marino, non un mostro subacqueo da immaginario cinematografico, ma un gigante terrestre legato ai corsi d’acqua, ai pesci, alle rive, alle zone aperte dove il confine tra terra e acqua è anche un confine ecologico. Una sorta di “airone infernale”, secondo la riuscita definizione mediatica di Sereno.
Filippo Bertozzo, paleontologo italiano noto online come Dino_doctor, è entrato nella spedizione per un’altra via ancora: Ouranosaurus. Aveva lavorato su Ouranosaurus nigeriensis, l’ornitopode scoperto nel Ténéré dalle spedizioni di Philippe Taquet e Giancarlo Ligabue e oggi esposto anche al Museo di Storia Naturale di Venezia. Ouranosaurus visse in Niger, ma non fu coetaneo di Spinosaurus mirabilis: apparteneva a un ecosistema più antico. Eppure anche lui portava sul dorso una struttura vistosa, una vela o gobba il cui significato resta discusso. Convergenza evolutiva? Risposta analoga a una stessa pressione selettiva? Il caso è ancora aperto.
Per Bertozzo, il Niger era da anni una specie di luogo su cui aveva sognato a lungo leggendo i libri di Ligabue, come I dinosauri del Ténéré pubblicato da Longanesi nel 1972. Poi, durante un simposio, Daniel Vidal, braccio destro di Paul Sereno all’Università di Chicago e autentico talent scout della spedizione, gli raccontò che il gruppo aveva usato una sua pubblicazione su Ouranosaurus per identificare alcune ossa. Bertozzo rispose scherzando che, allora, tanto valeva chiamare direttamente lui. Due settimane dopo arrivò una mail di Paul Sereno con l’invito alla campagna del 2022.
“Il Sahara non è uno scherzo. Temperature oltre i quaranta gradi, a volte oltre i cinquanta; il ritmo di lavoro è intensissimo: si inizia all’alba, poi pausa nelle ore centrali, poi di nuovo fino al tramonto, e a volte scavavamo anche di notte. E poi c’è l’isolamento: quel mare di sabbia può pesare moltissimo sulla mente. Eppure ho ricordi così positivi che vorrei tornarci.”
Un elemento del tutto inatteso era la grande cresta a forma di scimitarra che si innalzava sopra il cranio di Spinosaurus mirabilis. Gli spinosauridi non erano nuovi a creste e strutture mediane craniche: anche forme sudamericane come Irritator challengeri mostrano una cresta sagittale. Ma qui c’era qualcosa di diverso.
Per Bertozzo, uno dei principali esperti del meraviglioso esemplare di Ouranosaurus di Venezia, il Niger non era un mero scenario esotico, ma un ricco e complesso ecosistema di cui leggere le tracce sedimentate come pagine di un libro.
Era un contesto in continua trasformazione, come dimostrano le scoperte di Nigersaurus taqueti, un sauropode erbivoro dal muso largo e dalla dentatura molto peculiare. E Spinosaurus? Il consenso attuale è che l’ambiente in cui sono stati ritrovati i fossili di questo teropode fosse un denso habitat interno boscoso, tagliato da grandi fiumi. L’ambiente che ci viene in mente è forse quello dell’attuale fiume Orinoco, in Venezuela.
Un elemento del tutto inatteso era la grande cresta a forma di scimitarra che si innalzava sopra il cranio di Spinosaurus mirabilis. Gli spinosauridi non erano nuovi a creste e strutture mediane craniche: anche forme sudamericane come Irritator challengeri mostrano una cresta sagittale. Ma qui c’era qualcosa di diverso. La struttura di S. mirabilis era molto più grande, alta, ricurva, quasi una scimitarra ossea proiettata sopra il cranio.
Ma si trattava di una stranezza individuale? Forse di una differenza legata all’età o al sesso dell’animale? Il ritrovamento di altre creste nella stessa area suggerì che non era la particolarità di un singolo animale: era un carattere diagnostico della nuova specie. In termini cladistici, si potrebbe parlare di una autapomorfia, cioè di un carattere derivato unico che la distingue dagli altri taxa conosciuti. Era una nuova specie del genere Spinosaurus, uno dei teropodi più elusivi del Cretaceo.
Il nome scelto per la nuova specie fu Spinosaurus mirabilis proprio per via di questa spettacolare caratteristica. Ma qual era la sua natura? Forse era una struttura di display: un segnale visivo usato per farsi riconoscere, competere con i rivali o attrarre un partner.
Dice Sereno:
La cresta è molto vascolarizzata. Era ricoperta da tessuti che suggeriscono la presenza di cheratina, che può avere colori molto vivaci.
Come sottolineiamo nell’articolo, questo è l’unico gruppo di teropodi in cui ogni specie mostra in modo costante una cresta mediana o qualche tipo di struttura di esibizione. Negli spinosauridi, invece, ogni specie ha una cresta.
E poi, come sappiamo oggi, hanno anche almeno qualche forma di vela che dalla schiena prosegue verso la coda. In Spinosaurus questa struttura è particolarmente esagerata. Ma resta, fondamentalmente, una struttura di esibizione.
Per via delle vicissitudini legate alla scomparsa dell’olotipo tedesco di Spinosaurus durante il secondo conflitto mondiale e dell’esiguità dei fossili presenti, la ricostruzione di questo teropode è sempre stata estremamente complessa. Gascó-Lluna lo dice con chiarezza: Spinosaurus è perfetto per raccontare come funziona davvero la scienza. All’inizio, e qui il caso perfetto è proprio Jurassic Park III, sembrava quasi un allosauro con una vela. Poi nuovi fossili hanno cambiato le sue proporzioni, la postura, ma anche l’ecologia e la maniera di alimentarsi.
Quello che è davvero interessante della scoperta di Spinosaurus mirabilis non è forse la sua pur spettacolare cresta, quanto il fatto che si tratti di un animale che obbliga la scienza, e la paleoarte, a correggere continuamente il consenso scientifico in un processo concertato che si definisce “revisione”.
La storia di Spinosaurus mirabilis non comincia con una grande cresta nel deserto, né con una riga quasi invisibile o con un dente che forse esiste ancora da qualche parte, ma quando l’ambiente che oggi è il deserto del Sahara centrale era una sorta di lussureggiante paesaggio densamente popolato da frondosi alberi e interrotto da profondi fiumi in cui nuotavano grandi pesci ancora da scoprire. Ma quali erano gli alberi sul cui fondo si stagliava la vela dorsale di Spinosaurus mirabilis? Quali colori avevano le acque dei fiumi presso i quali questo affascinante teropode attendeva le sue prede? Non abbiamo ancora risposte, ma nulla ci vieta di sognare un giorno in cui un’altra riga vergata con fretta in una nota di campo di un oscuro geologo francese possa aprirci scenari inediti.
Come osserva Paul, “Quando ripenso a tutte le tipologie possibili di scoperte, ce n’è una che mi colpisce più di tutte le altre: si tratta di quella che possiamo definire come una pista di briciole di pane da seguire fino in fondo. La scoperta di Spinosaurus mirabilis è il caso paradigmatico di questa categoria di ritrovamenti breadcrumb trail”.
“La storia non è mai finita se non la lasci finire”, dice Sereno. È quello che lui chiama dedicated curiosity: potremmo tradurlo come dedizione ostinata alla curiosità. La fortuna deve trovarti all’opera, perché solo così un dettaglio effimero può trasformarsi in una scoperta.
Foto di Keith Ladzinski/University of Chicago.