Quando l'Unione Sovietica ha ascoltato un neolamarkiano al posto di un esperto botanico ha portato alla morte di milioni di morti. Oggi Vladimir Putin e Donald Trump seguono la stessa strada, ma per il petrolio. Quanto ci costerà ignorare la scienza in favore dell'ideologia e dell'economia?
Tutto è pronto per le prime trivellazioni nella regione artica di Komi, in Russia. Entro poche settimane dovrebbero iniziare i lavori per la realizzazione di un pozzo profondo otto chilometri, vicino a al già esistente superprofondo di Kola che, due anni prima del crollo dell’Unione Sovietica, raggiunse i 12,2 chilometri, con grande soddisfazione delle autorità.
Lo scopo non è cambiato da allora: trovare il petrolio abiogenico, cioè generato in assenza di materia organica, per semplice miscela di elementi che, in superficie, in nessuna condizione chimico-fisica danno origine a idrocarburi. Una fonte virtualmente infinita e rinnovabile, ma anche una sfida a quasi tutto ciò che la chimica ha capito negli ultimi secoli. Un’idea priva di prove a sostegno.
Come ha raccontato Olga Dobrovidova su Science, a guidare Vladimir Putin nel magico mondo della chimica e della geologia immaginarie è un altro Vladimir, Litvinenko, ingegnere minerario (sul sito ufficiale definito russo e sovietico ) e rettore dell’Università mineraria di San Pietroburgo. Ma, soprattutto, membro della cerchia più stretta di Putin, e convinto sostenitore della teoria che, nel 2025, ha chiamato il peggiore incubo dei globalisti.
Come in un tragico replay della storia, sembra dunque ripetersi il copione già visto con Stalin, cui Putin apertamente si ispira, e Lysenko, di cui Telmo Pievani ha parlato in un episodio del podcast “Serendipity” di Lucy sui mondi. In quel caso, aver emarginato e incarcerato un grandissimo botanico come Nicolaj Vavilov (la cui storia è stata ripercorsa in Il genio dei semi), per ignorare le leggi della genetica e seguire le idee neolamarkiane di Trofim Lysenko, provocò una tremenda carestia prima in Unione Sovietica e poi in Cina, con milioni di morti. Oggi ciò che è a rischio è l’Artico. Ma le dinamiche sono sempre uguali: da una parte uno scienziato che sostiene teorie mai dimostrate e ascientifiche per compiacere il potere, dall’altra un autocrate alla disperata ricerca di storie per tenere vivo lo spirito nazionalista. Nel mezzo un business per entrambi, e un’impresa funzionale al regime per distrarre l’opinione pubblica da problemi ben più reali come, nel caso della Russia, la crisi economica provocata dalla guerra che lei stessa ha scatenato, aggravata da una paradossale carenza di carburanti, essendo il paese uno dei principali produttori al mondo di gas.
Nel 1877 Mendeleev ipotizzò che elementi fuoriusciti dal mantello terrestre (la parte tra il nucleo e la crosta) avessero dato origine a un petrolio non derivato dalla decomposizione di materiali organici. Petrolio che continuerebbe a formarsi e quindi a fuoriuscire, da cui l’idea di un petrolio infinito.
Il petrolio abiogenico russo ha un padre davvero nobile: quel Dmitri Mendeleev che nel 1868 sistematizzò gli elementi chimici nella tavola periodica in uso ancora oggi. Nel 1877, riprendendo ipotesi formulate nel XVI secolo da Georgious Agricola e riproposte decenni dopo, nel 1807, da Alexander von Humboldt, Mendeleev ipotizzò che elementi fuoriusciti dal mantello terrestre (la parte tra il nucleo e la crosta) avessero dato origine a un petrolio non derivato dalla decomposizione di materiali organici. Petrolio che continuerebbe a formarsi e quindi a fuoriuscire, da cui l’idea di un petrolio infinito. I geologi sovietici, sollecitati dal governo a trovare nuove fonti energetiche dopo la Seconda Guerra Mondiale, in piena Guerra Fredda, sposarono con entusiasmo la teoria e iniziarono a cercare riscontri, senza mai trovarne, neppure nel pozzo superprofondo di Kola.
Intanto, anche in occidente qualcuno cercava riscontri dell’esistenza di quel fantomatico petrolio, come Thomas Gold, un astrofisico della Cornell University, a che avviò alcune fallimentari trivellazioni in Svezia, ipotizzando però una provenienza spaziale, dai meteoriti.
In realtà nessuno è mai approdato a nulla, e anche i tentativi fatti in laboratorio per riprodurre quella sintesi così atipica sono andati a vuoto. Nel mantello a volte si trovano tracce di idrocarburi, soprattutto di metano, che in effetti si possono formare in condizioni estreme, in minime quantità. Ma, come ha mostrato uno studio pubblicato nel 2010 su Marine and Petroleum Geology, firmato anche dal chimico Ugo Bardi dell’Università di Firenze, che ricostruisce la storia delle teorie del petrolio abiogenico e di quello classico, tutti i giacimenti identificati fino a oggi tanto di petrolio quanto di metano si sono formati a partire da materiali organici. Del resto il petrolio vero, come ha ricordato Mark Sephton, docente di geochimica organica dell’Imperial College London, ha una composizione molto specifica, che risente della sua origine vegetale e animale, e che non ha nulla a che vedere con le tracce di metano che talvolta arrivano dal sottosuolo.
Nonostante le evidenze, tuttavia, l’idea non è mai tramontata, soprattutto in Russia, perché è sempre stata funzionale a una lettura politica della situazione energetica (se c’è petrolio infinito non ha senso parlare di esaurimento dei giacimenti e puntare su altre fonti) e alla paranoia tipica di tutti i regimi. Ancora nel 2025, ricorda Dobrovidova, Litvinenko ha scritto che l’idea è stata ostracizzata dai geologi occidentali esattamente come accaduto tra i lamarckiani e i genetisti, per motivi meramente ideologici: un argomento poco felice, visto com’è andata a finire con l’agricoltura di Lysenko. Ma il rettore non demorde, non rende noti i dettagli del piano di trivellazione e non dice come pensa di dimostrare l’esistenza del fantomatico petrolio abiogenico. A supporto, avrebbe citato solo i più grandi amici della Russia: i cinesi, e l’azienda di stato Sinopec. Nel 2023 il colosso petrolifero ha annunciato con grande enfasi di aver iniziato l’estrazione di petrolio a dieci chilometri di profondità nel bacino di Trasim. Senza però specificare se si tratti o meno di petrolio abiogenico.
E poi, naturalmente, c’è l’aspetto economico, che spiega molto dell’improvviso entusiasmo, perché per continuare a guadagnare con i combustibili fossili è indispensabile fornire una parvenza di scientificità, anche se posticcia, a un’impresa destinata al fallimento, ma finanziata con il denaro pubblico. Litvinenko, che più volte ha espresso le proprie convinzioni negazioniste sul clima, nel 2024 ha ottenuto la licenza per perforare l’Artico, tramite una sua società a responsabilità limitata fino a quel momento sconosciuta. Sono bastati 6,9 milioni di dollari, in aste senza concorrenza. Nessuna sorpresa se per quattro volte è stato parte attiva delle campagne elettorali di Putin, e se è sempre negli elenchi degli accademici più ricchi di Russia.
Il fracking si basa sull’estrazione degli idrocarburi dagli stati più profondi della costa terrestre, con perforazioni fino a cinque chilometri. Richiede l’immissione di milioni di litri di acqua, sabbia e composti chimici ad alta pressione, che spaccano la roccia e la frantumano orizzontalmente, per poi riportare i fanghi da trattare in superficie.
Che la commistione tra scienza e politica sia sempre esiziale e sia particolarmente frequente nel settore dei combustibili fossili, che per restare in vita deve cercare giustificazioni che la scienza sana non gli riconosce da anni, lo conferma anche quanto sta avvenendo in Messico, una vicenda per alcuni aspetti ancora più surreale e pericolosa, raccontata da Humberto Basilio su Science. La presidente Claudia Sheinbaum sta cercando di riportare in vita una pratica che, nelle sue stesse dichiarazioni elettorali del 2023, sarebbe dovuta finire nel dimenticatoio, se non esplicitamente vietata: il fracking.
Il 15 di aprile Sheinbaum ha infatti incaricato una commissione di trenta esperti di valutare la riapertura di parte degli ottomila siti di fracking sfruttati dagli anni Novanta in poi con tecnologie più sostenibili perché, come ha sottolineato la ministra della Scienza Rosaura Ruiz Gutiérrez, con il tipo di argomenti caro a tutti i negazionisti climatici, “la sostenibilità deve essere dimostrata empiricamente e scientificamente, non deve essere uno slogan di marketing”.
Il fracking si basa sull’estrazione degli idrocarburi dagli stati più profondi della costa terrestre, con perforazioni fino a cinque chilometri. Poiché non sfrutta giacimenti estesi e omogenei, ma cerca piccole quantità nascoste, richiede l’immissione di milioni di litri di acqua, sabbia e composti chimici ad alta pressione, che spaccano la roccia e la frantumano orizzontalmente, per poi riportare i fanghi da trattare in superficie. Oltre al gigantesco spreco di acqua, si rischiano la dispersione di metano e inquinanti vari e la contaminazione delle falde acquifere, al punto che alcuni stati come quello di New York e il Mayland l’hanno esplicitamente vietata.
Il Messico sembrava aver intrapreso la strada della dismissione già con il predecessore di Sheinbaum, Andrés Manuel López Obrador. Poi però il clima internazionale è cambiato, l’esigenza di una maggiore autosufficienza energetica è diventata più pressante e la presidente si è adeguata.
Il comitato, composto da figure di vario tipo, è chiamato a valutare – in poche settimane, un particolare che pone pesanti interrogativi sull’affidabilità delle conclusioni – la sostenibilità dell’estrazione con tecnologie diverse rispetto alle procedure classiche quali il riciclo o comunque la diminuzione dell’acqua impiegata, la sua sostituzione con gas liquefatto o con anidride carbonica (un incubo, dal punto di vista delle emissioni) e la possibilità di eseguire più perforazioni in aree limitate, per impattare di meno sul terreno: tutti metodi sperimentali, mai utilizzati su ampia scala.
Oltre ai costi ambientali, ce ne sarebbero poi di sicuro anche di umani, perché i siti, quasi tutti nel Messico centrale e meridionale (le zone più a nord sono da anni in emergenza idrica e non potrebbero fornire acqua), sono vicini a centri abitati, con rischi enormi per le popolazioni residenti.
Gli ottomila siti sono stati sfruttati così intensamente, in passato, che non potrebbero fornire idrocarburi per più di dieci anni: un dato che in un mondo basato sulla scienza e non sul business sarebbe sufficiente a stroncare qualunque velleità estrattiva.
Il responso del comitato è atteso a giorni. Come ha sottolineato su Science Luca Ferrari, che ne fa parte ed è del tutto contrario, anche se l’esito fosse positivo non cambierebbe il fatto che il Messico dipende per il 60% dal gas statunitense per la produzione di energia elettrica. Anche se si trovasse qualcosa, inoltre, non potrebbe essere sfruttato appieno perché il paese non ha infrastrutture moderne, e per costruirle avrebbe bisogno di altre tecnologie statunitensi, dove il fracking, a sua volta, è tornato grande protagonista grazie a Donald Trump e ai suoi sodali petrolieri.
Infine, conclude Ferrari, gli ottomila siti sono stati sfruttati così intensamente, in passato, che non potrebbero fornire idrocarburi per più di dieci anni: un dato che in un mondo basato sulla scienza e non sul business sarebbe sufficiente a stroncare qualunque velleità estrattiva.
Eppure, secondo Manuel Llano, della Mexican Alliance Against Fracking, non si può dare nulla per scontato, a causa delle frizioni con gli Stati Uniti e delle pressioni crescenti delle grandi aziende del petrolio nazionali e internazionali per estrarre quel poco che resta.
Con la benedizione, forse, delle conclusioni surreali di un comitato a maggioranza compiacente.