Articolo
Michele Bertelli
La Cina potrebbe aver alterato le proprie statistiche climatiche

La Cina Potrebbe Aver Alterato Le Proprie Statistiche Climatiche
clima politica

Per gli analisti del centro di ricerca CREA, una nuova formula di calcolo ha fatto sparire 700 milioni di tonnellate di CO₂, pari alle emissioni annuali della Germania. Pechino però non è d'accordo.

Installazione record di nuova energia solare ed eolica e una salda presa sulla filiera delle automobili elettriche: da quando gli Stati Uniti hanno battuto la ritirata sull’azione climatica, la Cina ha iniziato a presentarsi come una nuova potenza mondiale per la transizione ecologica. Tanto che, alla riunione delle Nazioni Unite dello scorso settembre, Xi Jinping definiva “la transizione verde e a basso carbonio” come “la tendenza della nostra epoca.”

A quella dichiarazione fecero seguito una serie di notizie decisamente ottimiste: in tutto il 2025, la Cina aveva installato una quantità record di nuovi impianti di energia rinnovabile, 315GW di capacità fotovoltaica e 119 di eolica; metà dell’aumento delle vendite di veicoli elettrici si era verificato all’ombra del dragone; e, soprattutto, da marzo 2024 le sue emissioni di gas climalteranti hanno smesso di crescere. Risultati non da poco, per il paese che, secondo il database Edgar dell’Unione europea, oggi produce da solo il 30% dei gas responsabili del cambiamento climatico.

Eppure, per il Centro per la Ricerca su Energia e Aria pulita (CREA), qualcosa non quadra. “Un cambiamento significativo nel modo in cui la Cina misura il suo principale obiettivo climatico ha dimezzato la crescita delle emissioni di diossido di carbonio (CO2) negli ultimi cinque anni,” spiega l’analista Lauri Myllyvirta in un’analisi pubblicata su Carbon Brief. Il cambio non è da poco: se Myllyvirta ha ragione, la revisione ha fatto sparire nel nulla l’equivalente di 700 milioni di tonnellate di CO2, cioè quanto emette in un anno la Germania. 

Dal 2020 al 2025, le sue emissioni sarebbero cresciute così solo del 7%, esattamente la metà di quello che stimavano le statistiche ufficiali fino a pochi mesi fa. Se fosse corretto, la Cina sarebbe già in linea con il proprio impegno climatico al 2030, anche in caso in cui le sue emissioni continuino a crescere.

“Fare un cambio retroattivo mina il valore degli impegni cinesi,” dice Belinda Schäpe, responsabile delle analisi sulla Cina del think tank.

Il dubbio di CREA ruota tutto attorno al modo in cui il paese misura la propria “intensità carbonica”, ovvero quanta CO2 viene emessa per produrre una unità di Prodotto Interno Lordo (PIL).

Un simile cambio è importante perché i ricercatori, conoscendo intensità carbonica e il PIL, possono stimare le emissioni totali del paese con anni di anticipo rispetto alla loro comunicazione ufficiale. Cambiando la formula alla base dell’intensità carbonica, cambiano quindi anche le stime sulle emissioni.

Dalla conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico del 2009, Pechino ha concentrato i suoi sforzi nel ridurre questa intensità. Il suo ultimo aggiornamento al 2021 si dava come obiettivo un taglio del 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005.

Ed è attorno a questa unità di misura – e a questo obiettivo – che il dragone ha costruito il suo quattordicesimo piano quinquennale, coprendo gli anni 2021-2025. 

Pechino non ha però mai definito in modo ufficiale come misura questa intensità, “nonostante fosse un pilastro fondamentale,” dice Myllyvirta. “Fino a oggi, era comunque possibile riprodurre le cifre riportate, basandosi su una interpretazione lineare di cosa significhi intensità carbonica.” Combinando i dati ufficiali sul PIL cinese con le stime sull’uso dei combustibili fossili, gli analisti potevano avere un’idea di quanto fosse questa intensità. 

Ma oggi quei calcoli non tornano più. Ed è per questo che a CREA si sono convinti che ci sia stato un cambio retrospettivo, con il risultato di rendere i propri obiettivi più facili da raggiungere.

Sulla base dei calcoli realizzati fino a oggi, l’intensità climatica cinese era diminuita di un totale del 12,4% negli ultimi cinque anni. Meno dell’obiettivo ufficiale del 18%, stabilito dal Piano quinquennale per il 2020-2025. Tanto che – secondo l’Agenzia di stampa statunitense Bloomberg – Huang Runqiu, quadro del ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente, aveva spiegato ai deputati cinesi come gestire l’intensità fosse diventato “più sfidante” a causa degli effetti della pandemia, degli eventi climatici estremi e della rinnovata tensione commerciale.

Poi, a marzo, la sorpresa: Pechino pubblica il suo nuovo piano quinquennale valido fino al 2030, dove si dichiara che la Cina ha tagliato la sua “intensità carbonica” del 17,7% e oggi si trova a un soffio dal suo obiettivo.

Myllyvirta siè spiegato questo cambio con una nota a piè di pagina del Comunicato sulle statistiche economiche e sociali ufficiali per il 2025: qui si chiarisce infatti che l’intensità carbonica misura le emissioni delle attività energetiche e della produzione industriale.

Se così fosse, significherebbe che le attività prese in considerazione sono state modificate. La vecchia formula includeva infatti non solo la produzione di energia tramite i combustibili fossili, ma anche i loro usi non energetici, tra cui la produzione chimica.

La tesi è sostenuta dal fatto che la modifica sarebbe speculare a un altro cambio nel calcolo di una stima ufficiale che è stato appena deciso, ovvero quella sull’“intensità energetica”. Per quest’ultima si intende la quantità di energia necessaria a creare un punto percentuale di PIL. Anche in questo caso, gli usi non energetici dei combustibili fossili sono stati esclusi dal calcolo finale.

La nuova definizione sembrerebbe invece includere le emissioni provocate dai processi industriali. Fra queste spicca certamente la produzione di cemento, dove le emissioni sono però passate da 828 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente nel 2020 a 618 milioni nel 2024. Il rallentamento nel mercato immobiliare e nella costruzione di infrastrutture ha infatti portato a un declino, e proprio questa potrebbe essere la ragione per cui l’intensità carbonica è migliorata più rapidamente con questa nuova definizione.

Allo stesso modo, non verrebbero più inclusi gli usi non energetici dei combustibili fossili, in buona parte riconducibili all’industria chimica. Che negli ultimi cinque anni è però cresciuta così tanto da rappresentare più della metà dell’aumento dei consumi totali di idrocarburi. Risultato: gli usi non energetici hanno raggiunto il 13% del consumo fossile totale, con una crescita annua media del 13%. Nel 2020 erano solo il 7%.

Myllyvirta ammette però che è riuscito ad avere solo un’idea vaga delle ragioni di questo nuovo approccio, senza essere in grado di replicare interamente le stime inserite nei documenti ufficiali. Anche assumendo che le categorie conteggiate siano cambiate nel modo da lui suggerito, il computo totale arriverebbe a poco più di un miliardo di tonnellate. Al conto finale ne mancano ancora circa 380 milioni.

Per l’analista, restano dunque solo due ipotesi verosimili: o la nuova definizione di intensità carbonica è in linea con la sua ipotesi, ma esclude qualche sottogruppo di emissioni, oppure ci sono buchi significativi nel monitoraggio degli usi energetici o dei processi industriali. 

Al momento, Myllyvirta propende per la seconda. Dal 2018 al 2021, infatti, l’ammontare di CO2 prodotta dai processi chimici industriali era aumentata del 13%. Nello stesso periodo, però, gli usi non energetici dei combustibili fossili erano aumentati del 29%, secondo i dati che Pechino ha comunicato all’Agenzia Internazionale dell’Energia. Una ragione di questa discrepanza potrebbe essere che all’Ufficio Statistico Nazionale è richiesto comunicare i dati sull’intensità carbonica molto rapidamente, mentre le emissioni dettagliate di gas climalteranti vengono pubblicate solo anni dopo.

In ogni caso, “entrambe le ipotesi comporterebbero che la Cina non sta tenendo conto di alcune delle proprie emissioni e che il miglioramento dell’intensità carbonica per il 2020-2025 è sovrastimato,” sottolinea Myllyvirta.

“L’inconsistenza non toglie nulla agli straordinari risultati raggiunti nel campo dell’installazione e dello sviluppo delle energie rinnovabili, che hanno portato il New York Times ha definire la Cina come un “elettrostato”. Ma è comunque importante che la metodologia usata per stabilire i propri obiettivi sia chiara alla comunità internazionale”.

CREA non ha per ora ricevuto alcuna risposta diretta dalle autorità cinesi. Il giornale ufficiale in lingua inglese Global Times ha però pubblicato un editoriale il giorno stesso in cui Myllyvirta ha diffuso la sua analisi, denunciando come “senza sapere l’attuale metodologia cinese per misurare l’intensità carbonica, lo scetticismo del think tank politicizza gli sforzi climatici della Cina mentre chiude un occhio sul sostanziale e tangibile contributo del paese alla decarbonizzazione globale.”

Per il Global Times, il calcolo carbonico è un campo di studi altamente professionalizzato e in costante evoluzione. Ogni paese responsabile ha quindi il diritto di aggiornare il proprio metodo in linea con le condizioni nazionali e con gli ultimi standard internazionali. L’obiettivo è di arrivare a dati che riflettano i reali livelli di emissione. Inoltre, l’editoriale sottolinea che aggiornare le proprie stime e rivedere retrospettivamente i dati storici è “una pratica professionale accettata nell’Occidente”. “Eppure, quando la Cina migliora il proprio sistema statistico, la stessa decisione viene deliberatamente interpretata come ‘opacità dei dati’ e ‘indebolimento degli obiettivi’”, scrive l’editoriale, accusando quindi le istituzioni occidentali di adottare un doppio standard.

La risposta non sembra però aver smosso lo staff di CREA dalle loro opinioni. “Criticano i risultati ma non riescono a fornire una spiegazione alternativa forte,” conclude Schäpe. 

CREA ha fatto sapere di aver interpellato Ryna Cui, professore associato della Scuola di Politiche Pubbliche dell’Università del Maryland, per rivedere le proprie stime. Anche Cui ha rilevato che, con “dati così limitati”, è difficile verificare la reale natura del cambio.

L’inconsistenza non toglie nulla agli straordinari risultati raggiunti nel campo dell’installazione e dello sviluppo delle energie rinnovabili, che hanno portato il New York Times ha definire la Cina come un “elettrostato”. Ma è comunque importante che la metodologia usata per stabilire i propri obiettivi sia chiara alla comunità internazionale. A fine anno, Pechino dovrà consegnare un nuovo report sulla trasparenza alle Nazioni Unite. In quell’occasione, si spera che l’apparente inconsistenza possa trovare una spiegazione.

Michele Bertelli

Michele Bertelli è giornalista e videmaker. Ha scritto e girato reportage dall’America Latina, dall’Italia, dal Sudan del sud e dall’Inghilterra, occupandosi principalmente di migrazioni, sviluppo economico, clima ed energia. Collabora con diverse testate e, come associate editor, con l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Contenuti Correlati

lucy audio player

00:00

00:00