Nella ex repubblica sovietica, la grande disponibilità di risorse idriche è strategica per tutti i Paesi dell'area, e il governo punta su grandi dighe e centrali idroelettriche, ma anche sul crypto mining. Nomadi e artisti, però, fanno riflettere sul valore dei doni della natura.
Ai più, almeno dal Caucaso a Ovest, la parola Kirghizistan evocherà probabilmente solo sensazioni e conoscenze vaghe e distanti. Qualcuno potrebbe sapere che si tratta di un paese dalle dimensioni relativamente contenute, che si trova nel cuore dell’Asia Centrale e potrebbe forse ricordare che si tratta di una ex repubblica sovietica. Se ci si sposta nella regione di cui fa parte invece le cose cambiano drasticamente e il Kirghizistan è un attore di crescente rilievo a cui si guarda con sempre maggiore attenzione. Tradizionalmente più nota per la presenza e l’esportazione di oro e più di recente per l’estrazione e il commercio di terre rare, Biškek sta assumendo ora un ruolo centrale grazie a un’altra risorsa, di cui è ricchissima: l’acqua.
Mentre le temperature aumentano uniformemente e a ritmi sempre più serrati e il mondo si fa sempre più energivoro, l’intera regione – caratterizzata da un clima arido e da un sistema di distribuzione estremamente disomogeneo della limitata disponibilità – ha da tempo iniziato a mappare quelli che saranno i luoghi strategici per le risorse naturali. Così come sta facendo il resto del pianeta. Il Kirghizistan, con più di 8.000 ghiacciai, 2.000 laghi e altri 2.000 corsi d’acqua su un territorio di poco meno di 200.000 chilometri quadrati, entra a pieno titolo in questa cartografia delle risorse.
Oltre ai suoi utilizzi più diretti, come l’agricoltura, in Asia Centrale come altrove, l’acqua è sempre più importante anche per la produzione di energia, un ambito su cui Biškek sta puntando sempre di più, con le sue grandi dighe e centrali idroelettriche, prevalentemente di eredità sovietica. E infatti, grazie a un complesso sistema di trattati interregionali, Biškek, nei periodi elevata produzione, soprattutto in estate, quando i ghiacciai si sciolgono e aumenta la portata dei corsi d’acqua, produce ed esporta energia idroelettrica già ai vicini Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan (con cui si effettuano scambi stagionali reciproci) e Cina. Riuscendo contemporaneamente a soddisfare anche il 90 percento della domanda nazionale negli anni particolarmente piovosi – toccano un minimo dell’80 percento negli anni di siccità.
Si tratta di uno schema efficace e in rapida espansione, che dovrebbe ampliarsi ulteriormente grazie al CASA-1000, il Central Asia–South Asia Electricity Transmission and Trade Project, pensato per collegare Kirghizistan e Tagikistan con Pakistan e Afghanistan, grazie a una linea ad alta tensione lunga circa 1.300 km, riuscendo a trasportare l’eccedenza della produzione di energia idroelettrica anche verso i due paesi dell’Asia meridionale.
In questo senso il Kirghizistan ha un potenziale enorme, espresso ancora solo in minimissima parte. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) Biškek starebbe infatti utilizzando appena un decimo della capacità di produzione idroelettrica legata ai suoi corsi d’acqua – basti pensare per esempio che il 93% dell’acqua è ancora usato solo per l’agricoltura. E che il paese ha risorse idriche rinnovabili interne per 24 miliardi di metri cubi all’anno.
Il bacino idrico sommergerà oltre 3.500 ettari di pascoli invernali non sostituibili, risultando nella perdita di mezzi di sussistenza di oltre mille famiglie che dipendono dall’allevamento del bestiame. Il progetto comporterà inoltre la distruzione di oltre 80 chilometri di sentieri e di 11 ponti, interrompendo così l’accesso anche ai pascoli rimanenti.
Biškek sta però lavorando a un ritmo senza precedenti per modificare la situazione e riuscire a estrarre sempre più energia. Il progetto più recente è l’impianto idroelettrico Kambar-Ata, che dovrebbe generare, una volta completato, 5.6 miliardi di kilowat-ora, facendo aumentare di un terzo la produzione del paese. Per farlo, sarà necessario tuttavia deviare il fiume Naryn. Il progetto, finanziato da Kirghizistan, Uzbekistan e Kazakhstan e promosso come un esempio di cooperazione regionale, sembra però avere alcune zone d’ombra. La Coalizione Rivers without Boundaries ha identificato importanti rischi idrologici transfrontalieri non mitigati e denunciato che il progetto costituirebbe una violazione delle misure di salvaguardia della biodiversità. Si tratta per la verità di rischi comuni per questo tipo di progetti, che spesso risultano estremamente rischiosi per l’ambiente naturale e la tutela della biodiversità. In questo caso in particolare, la perdita di biodiversità sarebbe dovuta proprio alla necessità di deviare il fiume, che ospita alcune specie endemiche di pesci che non sono presenti in nessun altro luogo sul pianeta.
Esistono poi dei rischi legati ad aspetti più sociali, come la perdita di mezzi di sostentamento o lo sfollamento forzato di popolazioni locali. La Valutazione di Impatto Ambientale e Sociale (ESIA) del progetto sostiene che “solo tre famiglie” subiranno uno sfollamento fisico. Tuttavia, indica anche che il bacino idrico sommergerà oltre 3.500 ettari di pascoli invernali non sostituibili, risultando nella perdita di mezzi di sussistenza di oltre 1.000 famiglie che dipendono dall’allevamento del bestiame. Il progetto comporterà inoltre la distruzione di oltre 80 chilometri di sentieri e di 11 ponti, interrompendo così l’accesso anche ai pascoli rimanenti.
Un’altra questione complessa e specifica legata al territorio kirghiso è quella legata al crypto mining. Da anni, grazie alla disponibilità di energia a basso costo il Kirghizistan è diventato estremamente appetibile come centro per il cripto mining, il processo – estremamente energivoro – attraverso cui vengono verificate le transazioni blockchain e creati nuovi token digitali. Per rendere un’idea, solo nei primi nove mesi del 2025, il volume d’affari delle criptovalute nel Paese aveva superato i 7,9 miliardi di dollari. La legislazione kirghisa consente inoltre transazioni in criptovaluta pienamente legali. Secondo i dati ufficiali riportati da The Times of Central Asia, lo scorso anno il volume totale delle transazioni in criptovaluta nel paese avrebbe superato i 20,5 miliardi di dollari, generando un gettito fiscale di 22,8 milioni di dollari – rendendo il Kirghizistan un potenziale paradiso crypto.
Esiste però ancora una volta una problematica legata allo sfruttamento delle risorse naturali. Per quanto abbondanti, la portata di fiumi e ghiacciai dell’Asia Centrale subisce ampie variazioni a seconda delle condizioni climatiche, rendendo significativo l’impatto delle attività di mining sulla disponibilità di energia per il paese. Così, a partire dal novembre 2025, il governo kirghiso ha annunciato la sospensione temporanea del mining per tutte le farm presenti nel paese, lasciandone attive solo due. A giugno di quest’anno Il settore legale del mining di criptovalute in Kirghizistan è passato interamente all’utilizzo di energia elettrica importata, in modo da non incidere sulle risorse interne.
Quella della produzione di energia idroelettrica, e più in generale dell’utilizzo delle risorse idriche, non è però riducibile a una pura e semplice questione matematica, né a un bilanciamento tra potenziale estraibile e risorse utilizzate, specie in questa regione. Se così fosse, si rientrerebbe semplicemente in una logica di mero scambio-profitto che già ben conosciamo. In Kirghizistan l’approccio culturale all’acqua è radicalmente differente. Ridistribuire i doni della natura nel paese dell’Asia centrale è una vera e propria filosofia, capace di offrire un modello di condivisione delle risorse radicalmente differente.
Lo sa bene Alexey Morozov, poliedrico artista kirghiso che quest’anno rappresenta il suo paese natale alla Biennale di Venezia con il progetto BELEK – Il dono, un’installazione site-specific nell’ex Chiesa di Santa Caterina al Convitto Foscarini incentrata sulle intersezioni tra acqua, memoria, infrastrutture e immaginazione nomade. BELEK presenta una narrazione completamente nuova, che sovverte il concetto di relazione tra disponibilità e sfruttamento offrendo un punto di vista privilegiato sull’anima kirghiza e invitando a mettere in discussione i paradigmi di estrazione e distribuzione delle risorse naturali che diamo per scontati. Lo fa, anche, accostando al tema dell’acqua (e delle dighe con cui la si incanala per ottenere energia, come quella, immensa, di Toktogul) a quello del kok-börü, il tradizionale gioco equestre kirghiso.
In Asia Centrale si ha un punto di vista unico e privilegiato sulla disparità nella disponibilità di acqua e sui limiti della sua distribuzione imposti prima dalle condizioni geografiche e naturali del territorio e poi dal modo in cui le risorse vengono gestite.
Secondo Morozov, tutto ruota attorno e si unisce proprio nel concetto di dono: “Nella cultura nomade, il dono non è semplicemente un regalo, ma un rituale di offerta: un gesto che implica responsabilità, reciprocità e talvolta sacrificio”. In questo contesto il dono è considerato in due direzioni temporali: “Dal passato proviene il dono della natura e degli antenati: acqua, terra, paesaggio, memoria, patrimonio culturale, con radici che risalgono fino al Neolitico. Non si tratta solo di un insieme di forme storiche, ma di un modo di percepire lo spazio, il movimento, la comunità e la responsabilità reciproca. Verso il futuro è invece rivolto il dono da trasmettere: ai popoli vicini e alle generazioni future. Si tratta delle risorse naturali, innanzitutto l’acqua, ma anche del codice culturale che preserva l’identità etnica e la coscienza nazionale”.
L’acqua, secondo Morozov, esprime più di ogni altra cosa questa dualità: “Donata al Kirghizistan dalla natura, oggi non può appartenere a un solo Paese: nasce nelle montagne, attraversa il territorio kirghiso, viene accumulata e regolata da infrastrutture idrotecniche, per poi proseguire il suo cammino verso gli Stati confinanti. Il dono, quindi, si rivela contemporaneamente un bene e un obbligo che richiede conservazione, comprensione e trasmissione”.
Né si tratta unicamente di una questione asiatica. La scarsa disponibilità di acqua riguarda sempre di più il mondo intero: secondo le Nazioni Unite 2,2 miliardi di persone non hanno accesso a servizi di acqua potabile, ed entro il 2050 tre persone su quattro potrebbero subire gli effetti della siccità. In Asia Centrale si ha un punto di vista unico e privilegiato sulla disparità di questa disponibilità e sui limiti della distribuzione di acqua imposti prima dalle condizioni geografiche e naturali del territorio e poi dal modo in cui le risorse vengono gestite. “Il problema delle risorse idriche,” spiega Morozov “è una delle sfide globali chiave che l’intera umanità deve affrontare oggi.
Ma è proprio in Asia Centrale che si manifesta in modo particolarmente acuto, quasi in una prospettiva in bianco e nero. La regione è estremamente complessa per paesaggio, clima, densità di popolazione, tipologie economiche e composizione culturale. Qui convivono Paesi montuosi e territori pianeggianti fortemente dipendenti dall’irrigazione, tradizioni nomadi e stanziali, il mondo turco, diverse forme di cultura islamica, Stati multinazionali, oltre a spazi vicini complessi come la Cina, con lo Xinjiang e il Tibet, l’Afghanistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan”.
Questa struttura, questo sistema naturale, culturale, costruito o imposto, determina delle differenze nella relazione con l’acqua e le risorse naturali: “Il rapporto con l’acqua si è formato storicamente in modo diverso. Per alcuni, l’acqua è innanzitutto fonte di vita e di agricoltura. Per altri, è energia, idroelettricità, infrastruttura, una questione di sicurezza statale e di equilibrio regionale. In alcuni luoghi l’acqua è legata a uno stile di vita stanziale, all’irrigazione e alle città; in altri, al paesaggio montano, alla stagionalità, ai pascoli e al movimento continuo. Pertanto, in Asia Centrale, l’acqua non è mai semplicemente una risorsa naturale. È contemporaneamente ecologia, economia, politica, cultura e memoria”.
È proprio questa, allora, la chiave di lettura per comprendere le dinamiche profonde dell’intera regione, ma anche le sue prospettive: “credo che attraverso l’acqua si possa comprendere il futuro della regione. L’acqua unisce i Paesi più di quanto i confini li dividano. Nasce in un luogo, ne attraversa un altro, viene utilizzata in un terzo e diventa una condizione di sopravvivenza per milioni di persone. Ogni decisione legata all’acqua diventa inevitabilmente una questione di responsabilità verso i vicini e le generazioni future. In questo senso, l’Asia Centrale può essere considerata come una sorta di laboratorio di significati. Qui il problema globale delle risorse idriche si manifesta in forma estremamente concentrata: i cambiamenti climatici, l’energia idroelettrica, l’agricoltura, la demografia, la tradizione, la modernizzazione e l’interdipendenza tra gli Stati si rivelano parti di un unico meccanismo inseparabile. Forse è proprio in una situazione così complessa e tesa che si possono cercare non solo motivi di conflitto, ma anche forme nuove di responsabilità reciproca”.
Se ricomporre definitivamente la frattura in un territorio così ampio, frammentato, complesso e diseguale dal punto di vista delle risorse sembra difficile, questo momento rappresenta un’opportunità per ripensare le dinamiche di approvvigionamento e di redistribuzione su base regionale, in modo da mettere al centro la natura prima dei confini geografici.
È questo il caso, per esempio, del trattato di pace firmato a marzo 2025 tra Kirghizistan e Tagikistan. Il conflitto tra i due Paesi ha origini profonde, in dispute territoriali risalenti all’inizio del 1900 e poi nell’indipendenza di entrambi dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, risultata in una divisione sommaria dei territori e delle risorse. Le tensioni sono cresciute fino a scoppiare nel 2021, proprio a causa di una controversia sul controllo delle risorse idriche, concentrata in particolare sul fiume Isfara nella Valle di Fergana, dove si uniscono Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan. Anche qui, nell’ambito dell’impianto di Kampyr-Ravat (ora Kempir-Abad), costruito negli anni Sessanta, sono sorte alcune problematiche simili a quelle legate al progetto di Kambar-Ata.
Nel caso di Kempir-Abad, oltre 5.000 ettari di terreno fertile nel distretto di Uzgen, nella provincia di Osh, sono sommersi dalle acque del bacino idrico, rendendo estremamente delicata la questione dell’acqua utilizzabile per l’irrigazione. Con l’accordo raggiunto nel 2025, l’area dell’impianto (dove si trovava una minoranza Uzbeka) è stata ufficialmente ceduta a Tashkent dal Kirghizistan, che ha ricevuto in cambio altri territori. Rimane però, anche dopo l’accordo, un rischio per le popolazioni e minoranze locali legato alla disponibilità di acqua per gli allevamenti e l’irrigazione.
Tanto basta a percepire l’importanza del controllo sui corsi d’acqua della regione, dal punto di vista ambientale, sociale e politico. Ecco perché, in questo contesto, il trattato di pace, con le sue luci e ombre, rappresenta un tentativo di costruire una logica nuova di distribuzione delle risorse idriche. Se ricomporre definitivamente la frattura in un territorio così ampio, frammentato, complesso e diseguale dal punto di vista delle risorse sembra difficile, questo momento rappresenta certamente un’opportunità per ripensare le dinamiche di approvvigionamento e di redistribuzione su base regionale, in modo da mettere al centro la natura prima dei confini geografici.
La pratica artistica di Morozov si nutre esattamente di questi temi, di queste modalità, interrogativi e contraddizioni, vivendo e nascendo in uno snodo – temporale e geografico – in cui l’acqua, il modo di pensarla, utilizzarla, distribuirla, gestirla e viverla, sono centrali per la quotidianità e per la cultura di chi lo abita: “Il mio ruolo come artista, forse, consiste proprio nel portare questo discorso oltre il contesto strettamente centroasiatico o asiatico e renderlo visibile nello spazio culturale europeo. Farlo non sotto forma di una dichiarazione politica diretta, ma attraverso il linguaggio artistico: attraverso l’immagine, la materia, lo spazio, il suono e il movimento”. Ecco che le sue sculture, a un tempo monumentali e delicate, i suoi lavori video e audio, i suoi dipinti, accostati ed esposti insieme a Venezia hanno la potenza di uno sguardo nuovo e diverso su un tema antico come la vita.