Tagli ai programmi scientifici, repressione del dissenso, enorme difficoltà nell'accesso ai visti: ha ancora senso partire per fare ricerca negli Stati Uniti? Una lettera da Harvard.
La mia vita accademica – come quella di molte persone – è sempre stata difficile da prevedere. In matematica si parlerebbe di un sistema caotico: le condizioni iniziali – ad esempio, una persona alla fine della magistrale – sono sempre insufficienti a predire l’evoluzione del sistema in un tempo successivo – ad esempio, io a Boston, per un tirocinio in Neuroscienze alla Harvard Medical School. Decisi di partire con la consapevolezza del clima politico, dei tagli alla ricerca, delle difficoltà di vivere oltreoceano, cioè: lasciare gli affetti, scendere a compromessi con uno stile di vita molto diverso dal mio, ricostruire uno spazio che potessi chiamare casa – anche se per poco, anche se poi sarei ripartita di nuovo. Ho pensato che ne sarebbe valsa la pena, ma dopo svariati mesi ancora mi chiedo: che fine ha fatto il sogno Americano?
Sono arrivata negli Stati Uniti in un momento critico per l’istruzione e la ricerca, smembrate da enormi tagli. L’aereo è atterrato a Boston dopo molti scali e infinite ore di volo. Oltreoceano era l’una di notte e l’indomani avrei avuto la prima riunione di lavoro per conoscere il mio team. Ad accogliermi c’era un ricco banchetto: una colazione rinforzata con tutto quello che ci si può immaginare da un buffet statunitense. Una grande varietà di bagels con crema spalmabile, frutta, varie tipologie di yogurt, canada dry e altre bevande gasate molto zuccherine. Presente anche l’immancabile cartone di caffè americano che si spilla come il vino rosso durante i pranzi di grosse comitive di amici e parenti, un elemento che sarebbe diventato una costante nei mesi a venire. Di fronte al mio stupore per quel ben-di-dio – un’assoluta novità per me, reduce dalle parche ma efficienti riunioni italiane nella modalità, parafrasando, del “niente fumo, tutto arrosto” – Z., una mia collega, si avvicinò a me per rivolgermi i soliti convenevoli ed esclamare, sbigottita, che quello che vedevo erano briciole rispetto ai fasti passati, prima dei tagli. E così è stato proprio il cibo la chiave, lo strappo nel cielo di carta che mi ha fatto realizzare di essere in un mondo nuovo, tanto simile quanto profondamente diverso rispetto a quello che avevo immaginato.
A onor del vero, Trump lo aveva già annunciato durante la campagna elettorale: il suo secondo mandato sarebbe stato caratterizzato da una drastica riduzione della spesa in tutte le scuole di ogni ordine e grado. “Renderemo i campus universitari di nuovo sicuri e patriottici” affermava il non-ancora presidente durante comizi e dirette social, anticipando quello che sarebbe stato un anno di strenue battaglie tra il governo e alcuni dei più prestigiosi istituti scientifici e universitari del paese.
Le ragioni, però, non sono solo di matrice economica. Anzi, in molti casi si potrebbe parlare di motivazioni puramente ideologiche, piene di fanatismo e volte a limitare, o quantomeno a controllare, l’educazione e la ricerca, orientandone così i risultati.
Per capire bene la situazione in cui versano gli Stati Uniti oggi, occorre ripercorrere brevemente la cronistoria dei tagli che si sono succeduti nel mondo accademico e della ricerca dall’insediamento del secondo governo Trump.
Facciamo allora un salto a febbraio 2025, quando il governo fa il primo taglio da 18 miliardi di dollari al National Institute of Health, il più grande e importante centro di ricerca biomedica al mondo. Il definanziamento, al contrario di quanto ci si aspetterebbe razionalmente, è motivato dal fatto che, secondo Trump, l’istituto promuoverebbe le cosiddette teorie gender. Il messaggio è chiaro: basta con inclusione e parità di genere, queerness e comunità lgbtqia+ – come se il proibizionismo potesse effettivamente far sparire corpi e questioni tanto scientifiche quanto politiche. Come riportato da un articolo comparso su Nature, il governo ha cancellato e congelato i progetti di ricerca su tematiche sgradite alla Casa Bianca, come la disinformazione, l’esitazione vaccinale, le malattie infettive e la ricerca sulle persone appartenenti a gruppi etnici e di genere sottorappresentati.
Oltre agli enti sopracitati, nel mirino del presidente ci sono anche le prestigiose Università della Ivy League, tra cui Columbia e Harvard, accusate di promuovere “violenza e persecuzione antisemita” con le proteste contro il genocidio in Palestina che hanno avuto luogo nei campus lo scorso anno. Se la Columbia ha ceduto al ricatto per evitare le sanzioni, Harvard ha scelto la strada della resistenza, avviando una battaglia contro il governo che persiste.
Da aprile 2025, dopo mesi di tensioni, inizia la sequela di congelamenti e cancellazioni dei fondi federali destinati ad Harvard e agli ospedali affiliati, con l’accusa di promuovere “l’ideologia anti-americana e pro-Hamas che avvelena i campus e le aule”, come dichiarato da Kristi L. Noem, segretaria della DHS (Department of Homeland Security, “Dipartimento della Sicurezza Nazionale”).
Parallelamente alla minaccia del definanziamento, l’altro binario su cui si muove la strategia del governo è quello della lotta all’immigrazione internazionale. Sempre nella primavera del 2025, infatti, è stata revocata l’autorizzazione ad ammettere studenti internazionali ad Harvard, accompagnata dall’investigazione delle pratiche di assunzione all’interno dell’università.
Le politiche anti-immigrazione non sono certo nuove all’amministrazione trumpiana. Ottenere un visto di studio, cioè il J-1, è infatti diventato molto complesso nell’ultimo anno – per non parlare dei visti lavorativi. Per farlo, è necessario attivare una pratica che costa circa duecento dollari che serve a fissare il colloquio in ambasciata. Durante quei pochi minuti di chiacchierata, un funzionario esamina il caso, assicurandosi che il richiedente abbia abbastanza fondi per vivere negli States durante il periodo richiesto. Dopodiché, l’iter prevede di lasciare aperti tutti i profili social per permettere all’ufficio immigrazione di verificare che il richiedente non sia un pericolo per il paese. Io, fortunatamente, arrivavo preparata. Nei mesi precedenti al colloquio avevo ripulito i miei profili, cancellato chat di whatsapp e limitato le mie interazioni politiche online per tenere, in generale, un basso profilo. Avevo seguito attentamente una guida pubblicata dal New York Times che mi aveva inviato un’amica e che si trova anche qui.
“Sono arrivata negli Stati Uniti in un momento critico per l’istruzione e la ricerca, smembrate da enormi tagli”.
Più volte mi sono chiesta se ne sarebbe valsa la pena. Se fosse giusto annullarsi come soggetto politico solo per cogliere un’opportunità che mi sembrava gigante. Ognuna di queste volte mi sono risposta che, alla fine, ero disposta a scendere a compromessi purché fosse stato temporaneo e avesse riguardato solo la mia vita online – mentre quella offline continuava a svolgersi indisturbata, tra militanza politica e iniziative sociali.
Anche dopo aver varcato il confine, però, non si può abbassare la guardia. Io l’ho capito sulla mia pelle quando, una delle prime sere a Boston, dopo un giro esplorativo della città, ho postato la foto di un graffito un po’ punk. Ammetto di averla condivisa senza pensarci troppo. Una volta rientrata a casa, fu E., uno dei miei coinquilini, a consigliarmi di toglierla: “Se hai scelto di venire qua devi scendere a patti col fatto che ci controllano. E se non gli piace quello che facciamo, possono rispedirci indietro senza troppe storie. Non siamo più in una democrazia”.
Se poi l’aspirazione è quella di rimanere negli USA più a lungo di una mobilità all’estero di qualche mese, l’unica alternativa che permetta di farlo in tranquillità è la Green Card, cioè la Permanent Resident Card, un documento che permette alle persone straniere di vivere e lavorare in modo permanente negli Stati Uniti. È possibile accedervi attraverso quattro modalità principali: il ricongiungimento familiare, i visti sponsorizzati dal datore di lavoro, la lotteria della “Diversity Visa” e i programmi umanitari. Il meccanismo dei visti è volutamente intricato, caratterizzato da innumerevoli categorie e iter burocratici infiniti volti a disincentivare il processo di arrivo negli Stati Uniti, soprattutto se la motivazione è lavorativa. “Ho già speso migliaia di dollari in avvocati” mi racconta N., medico e ricercatore originario del nordafrica che preferisce rimanere anonimo. Si trova da anni a Boston, dove sta cercando di costruirsi una vita. “Il mio visto scadrà presto e devo trovare un modo per rimanere qui, altrimenti sarò costretto ad andarmene. Ho un figlio e una moglie”. Mi dice, sconsolato.
Ma cosa ne sarà di questo paese senza immigrazione internazionale? Me lo chiedo io, e se lo chiede anche chi in questa terra è arrivato per costruirsi un’alternativa, mescolando lingue, culture e origini, tracciando connessioni che si contaminano tra loro, passando per l’Asia e il Sud America, attraverso le generazioni.
Ad ogni modo, Harvard resiste, ben consapevole della sua importanza simbolica come baluardo dei diritti umani che per secoli lì sono stati coltivati – anche se in un mare di privilegi, ma questa è un’altra storia, e rigetta le accuse del governo, che, secondo la direzione, “avrebbe commesso numerosi errori”, sostenendo che l’amministrazione Trump avesse ignorato molti cambiamenti effettuati per migliorare il clima degli ebrei nel campus a seguito delle accuse di antiseminismo mosse dal governo. Questo braccio di ferro continua per mesi finché, a febbraio 2026 – circa un anno dopo i primi attacchi alla ricerca – arriva l’ennesima sferzata, annunciata con un post pubblicato su Truth in cui Trump dichiara che avrebbe chiesto 1 miliardo di dollari in risarcimento ad Harvard per via delle accuse di antisemitismo.
Oggi, al culmine dello scontro, possiamo dire che Harvard è riuscita a tenere duro, rischiando di perdere 2,2 miliardi di dollari in finanziamenti federali invece di piegarsi alle richieste dell’amministrazione. Gli scenari peggiori, alla fine, non si sono verificati, grazie soprattutto all’intervento dei tribunali che hanno arginato le manovre del Presidente, molte delle quali anticostituzionali.
Tuttavia, nonostante questo momento di respiro e di distensione estivo, il rapporto tra governo e università è ormai compromesso. Questo clima di terrore ci porta, oggi, al progressivo sgretolamento del sogno americano. Di fronte a un clima di incertezza e precarietà – che ben conosciamo – fuggire sembra l’unica via: trasferire il proprio laboratorio o gruppo di ricerca all’estero, magari in Europa, e farlo in fretta. Secondo un report uscito a gennaio 2026, dopo anni di crescita, per la prima volta gli USA hanno registrato un calo di circa 20.000 posti di lavoro nel settore scientifico.
La proposta di bilancio federale per l’anno fiscale 2026, infatti, prevede ulteriori tagli di miliardi di dollari agli investimenti in ambito scientifico, che causerebbero una riduzione di circa il 55% rispetto alla spesa del 2024. In particolare, le aree maggiormente interessate dal definanziamento sarebbero clima, ambiente, salute pubblica, energia pulita e ricerca universitaria.
Questo apparente stallo tra governo e istituti scientifici quindi è temporaneo. La domanda non è tanto se Trump tornerà sull’offensiva, ma quando e come.
Dunque, dopo aver spiegato tutto questo – e molto altro ci sarebbe ancora da approfondire – sembra naturale ripensare alla domanda iniziale. Vale la pena tornare negli Stati Uniti, sostenendo una democrazia che si sta ormai svuotando dei suoi principi, per il solo prestigio delle sue istituzioni? Oppure converrebbe dirottare le proprie aspirazioni altrove, in Europa, dove altri ottimi centri riconoscono il valore della ricerca – e dei nostri diritti?
Io una risposta forse ce l’ho, ma mi piace pensare che certi meccanismi si possano combattere dall’interno per cercare di modificarne, a poco a poco, le dinamiche di potere. Nel frattempo, provo a praticare la mia resistenza anche in terra straniera, parlando di politica quando posso ed evitando di abbuffarmi ai grandi buffet delle riunioni. Mi basta la mia schiscetta di lenticchie portata da casa.