Per anni l'emittente nazionale finlandese ha affidato a un algoritmo migliaia di cronache sportive che quasi nessuno leggeva. Quando la redazione gli ha lasciato i compiti ripetitivi per tornare alle interviste, il pubblico si è moltiplicato.
Voitto è un membro della redazione di Yle, l’emittente pubblica nazionale della Finlandia, da quasi dieci anni. In questo decennio di servizio ha scritto migliaia di articoli, spesso lavorando di notte e dedicandosi soprattutto alla redazione sportiva, dove le notizie da oltreoceano arrivano a ogni ora. Eppure non è mai stanco, e secondo i colleghi potrebbe lavorare per ventiquattro ore di fila. Questo perché Voitto – equivalente dell’italiano Vittorio – non è un essere umano.
In questa foto che lo ritrae in studio con il giornalista Jyri Kivimäki, si vede il simpatico corpo da robot di cui il team di Yle lo ha dotato, ma in effetti Voitto non è altro che il primo bot – cioè il primo programma in grado di svolgere compiti automatizzati – introdotto in redazione dall’azienda nel 2016, ben prima dell’avvento dei Large Language Models. A differenza dei potenti modelli IA sviluppati negli ultimi anni, Voitto non era in grado di scrivere testi complessi. All’inizio veniva usato per monitorare i risultati degli sport più seguiti in Finlandia, soprattutto l’hockey, che si gioca molto in Canada e Stati Uniti e quindi è difficile da seguire in diretta dall’Europa. Da questi dati produceva autonomamente brevi news: “Squadra X vince contro Squadra Y, e succede Z”. Un compito semplice ma che risparmiava frenetici turni mattutini alla redazione sportiva.
C’era però un dato interessante, raccontato da Jyri Kivimäki, il giornalista seduto accanto a Voitto nella foto, e oggi Head of AI Development alla Yle: “Il problema con Voitto è che le persone non hanno nessun interesse a leggere notizie brevi di questo tipo, gli esseri umani hanno altre necessità. Per esempio, vogliono capire cosa c’è dietro un certo risultato, perché è successo? Voitto non era in grado di fornire queste risposte, non c’era nessun significato dietro le sue storie. E infatti le leggevano davvero poche persone”.
Lo scarso riscontro dei primi tempi non ha scoraggiato la dirigenza di Yle, oggi tra le media company che a livello europeo investono di più nell’implementazione di nuove tecnologie IA nel flusso di lavoro di giornaliste e giornalisti. Hanno addirittura un modello interno aziendale, YleGPT, lanciato nel 2022. La particolarità di questo investimento sta soprattutto nell’obiettivo dichiarato: non sfruttare l’IA per scrivere più articoli a basso costo, ma dare alle redazioni più tempo per fare bene il proprio lavoro. L’idea è che strumenti come Voitto e YleGPT aiutino i professionisti a gestire tutte le mansioni più ripetitive (selezione di comunicati stampa, adattamento degli articoli in versione web, correzione di bozze), lasciando loro il respiro necessario per scrivere approfondimenti di valore.
È proprio quello che è accaduto nella redazione sportiva curata da Kivimäki, in cui Voitto è diventato un prezioso assistente e coautore di numerose pubblicazioni: “Ci ha aiutato a scrivere storie più significative, perché avevamo più tempo per intervistare allenatori ed esperti, e questo si è tradotto in un aumento del nostro pubblico. Siamo passati da cinquecento lettori ad articolo a un milione e mezzo già durante la Coppa del Mondo del 2018”.
L’intelligenza artificiale, infatti, non è fatta di soli modelli generativi per testo e immagini. Questo termine ombrello racchiude una moltitudine di strumenti con impieghi diversi che vanno dalla ricerca di fonti, alle trascrizioni, all’estrazione di dati da report complessi: tutte mansioni che possiamo svolgere rapidamente e meglio usando l’IA. Non si tratta per forza di massimizzare il profitto o aumentare la produttività, ma di aumentare la qualità dei prodotti, sollevandoci da alcune delle mansioni più tediose per lasciare spazio a campi in cui la creatività umana può dare il suo meglio, come la costruzione di storie.
Questa progettualità appare irrealizzabile se si guarda all’attuale modello economico globale o anche solo al contesto italiano, in cui il giornalismo agonizza fra redazioni che si sfaldano e testate storiche che vengono vendute, mentre il precariato dei freelance regge la scena. È facile immaginare che, in un panorama così fragile, l’IA possa essere il colpo di spugna definitivo che cancellerà dalla lavagna il mestiere della scrittura.
Elisabetta Tola, giornalista scientifica che lavora a Radio3 Scienza e insegna Intelligenza artificiale e informazione alla SISSA di Trieste, offre una prospettiva storica sul tema, rimandando alle origini della crisi globale di giornalismo ed editoria. Crisi che, spiega, è riconducibile alla mancata gestione della transizione digitale dei primi anni 2000: “Ogni grande innovazione tecnologica che poi diventa sistemica ovviamente ha un impatto sulle filiere lavorative. Il problema è che nel contesto lavorativo giornalistico, diversamente da altri, sarebbe stato ampiamente possibile traghettare questo passaggio, perché hai a che fare con una forza lavoro in larga parte istruita, che poteva benissimo essere formata a vivere questo passaggio e a trasformare le sue competenze. Si è scelto di non farlo, di arroccarsi sulle posizioni di “no, quella roba lì no, il web non è il giornalismo”, eccetera. L’AI è solo l’ultimo pezzo, secondo me. Abbiamo questa sensazione di navigare da ormai più di vent’anni in una sorta di lago oscuro che nessuno ha capito bene che contorni abbia”.
Considerare queste prospettive e provare a guardare alle opportunità offerte dall’IA non significa, è ovvio, cancellare tutti i problemi che la riguardano. Lo stesso Kivimäki afferma che, per quanto Yle monitori costantemente il suo consumo di energia legato all’utilizzo di IA per mantenerlo a livelli accettabili, in futuro saranno necessarie nuove strategie per poter implementare strumenti ancora più potenti in maniera sostenibile. Ci sono poi questioni legate alla privacy, fondamentali per chi scrive giornalismo d’inchiesta, ma anche per chiunque maneggi dati riservati con modelli che sono in larga parte proprietà di aziende private al servizio di interessi quantomeno discutibili. Ancora Tola: “Per fortuna noi finora abbiamo sempre lavorato con dati open, nulla di segreto. Ciononostante, per esempio, abbiamo accettato di pagare molto di più, quasi tre volte tanto, il prezzo dell’abbonamento a Google Business, chiedendo esplicitamente che perlomeno il nostro materiale fosse tenuto su server in sede europea. Questa è la garanzia che Google mi dà, ma io non ho modo di verificarlo”.
Yle ha una guida all’uso etico dell’AI in azienda, in cui si stabilisce che un essere umano è sempre responsabile del suo operato; in Italia il 76% dei lavoratori non è a conoscenza di linee guida simili nella propria azienda e per lo più si agisce guidati dal buonsenso.
C’è infine il problema legato ai posti di lavoro. “Non penso che l’AI rimpiazzerà le persone”, dice Kivimäki. “Probabilmente ci toglierà alcune delle mansioni che abbiamo oggi, parti specifiche dei nostri flussi di lavoro. E questo ci sfida a ripensare le fasi di gestione di un lavoro e il ruolo tradizionale dei media”.
Gli ultimi rilevamenti dell’Eurobarometro mostrano l’incertezza dell’opinione pubblica a riguardo: in Italia, che pure è uno dei Paesi più pessimisti in Europa sul tema, la maggior parte delle persone valuta positivamente l’impatto dell’IA sul proprio lavoro; al contempo il 71% pensa che causerà la perdita di posti di lavoro. Su questo punto concordano studi di settore e sondaggi europei, secondo cui fino a ventuno milioni di lavoratrici e lavoratori dovranno reinventarsi entro il 2030, soprattutto in settori come la ricezione alberghiera e i trasporti.
Di recente questa prospettiva ha iniziato ad agitare ambienti insospettabili fino a pochi mesi fa, con la corsa fra OpenAI e Anthropic alla risoluzione di alcuni grandi problemi aperti della matematica – emblematica la controversia nata intorno al caso Navier-Stokes – che ha sconvolto molti ricercatori. Se e quale impatto tutto questo avrà sul mondo della ricerca è difficile da dire, anche se alcuni settori ci danno già delle indicazioni. Nel giugno del 2026, durante un incontro pubblico a Brussel, il Coordinatore del Programma STOA (Panel per il Futuro della Scienza e della Tecnologia) del Parlamento Europeo, Christian Ehler, ha evidenziato una situazione notevole: in alcuni settori molto specializzati, come il quantum web, essenzialmente non si sono aperte nuove posizioni post-doc, cioè di ricerca dopo il titolo di dottorato, nell’ultimo anno.
I centri di ricerca usano i fondi disponibili per acquistare nuovi token (le unità di dati con cui gli LLM gestiscono le informazioni, conteggiate per stabilire il costo dei piani di abbonamento) da Anthropic, perché questo consente di fare molte volte più lavoro rispetto ad assumere un essere umano. In altre parole, in quei settori, Anthropic ha indirettamente rimpiazzato le persone che fanno ricerca. Un cambiamento significativo, che porta a ridiscutere le stesse modalità di finanziamento alla ricerca adottate finora, soprattutto in termini di finanziamenti a lungo termine. Ha dichiarato Ehler: “Oggi noi in Europa ci stiamo interrogando: nel rinegoziare i finanziamenti alla ricerca, come possiamo tenere conto di questo aspetto? Dovremmo bilanciare i fondi su lavoro umano e capacità IA? […] Possiamo davvero pianificare finanziamenti per i prossimi sette anni quando sappiamo già che, per alcuni aspetti, ci stiamo basando su una dimensione passata [che potrebbe cambiare]? Possiamo andare avanti con programmi statici o dovremmo creare una cornice più flessibile?”
Flessibilità, fluidità, riconversione, molteplicità paiono essere tutte parole necessarie per raccontare il nuovo mondo e il nuovo mercato del lavoro, liquido e sfuggente. Sta alla collettività e ai suoi rappresentanti decidere dove dirigere il corso di questo torrente, provando a ricordare quali sono i valori fondamentali di riferimento. Conclude Kivimäki: “Credo che gli esseri umani siano necessari per la loro capacità di giudizio, per la responsabilità e per costruire fiducia. C’è di sicuro un posto per noi in mezzo a tutta questa IA”.