Una balena mi disse
Telmo Pievani
L’uomo che corresse Kant

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natura storia

Viaggiatore, naturalista e cosmopolita, George Forster sfidò i pregiudizi del Settecento: esplorò il Pacifico, difese l’uguaglianza e demolì il razzismo di Kant. Ma quanto era davvero avanti rispetto al suo tempo?

George Forster era un anacronismo vivente. Sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Anzi, di più: senza nessun posto dove stare, perennemente apolide, nomade, e per questo un europeo strano e vero, in anticipo di due secoli sulla storia. Così lo presenta, in una colta e appassionata biografia, la scrittrice e storica dell’età moderna Andrea Wulf in Il viaggiatore (Rizzoli, 2026): “Era un viaggiatore – di fatto e nel pensiero –, un valicatore di confini, un sognatore di mondi, un distruttore di barriere, un cacciatore di verità, un pittore di parole, fiducioso nell’umanità. Viaggiava senza radici che lo ancorassero a un luogo, a un suo pezzo di terra: un’assenza di appartenenza che gli consentiva una visione più aperta e tollerante della maggior parte dei suoi contemporanei. Non aderiva a una scuola filosofica né a un’ideologia particolare, né sentiva di appartenere a una nazione. Non avendo vincoli di luogo, popolo e sistema di governo riusciva a liberarsi dai pregiudizi”.

Un viaggio di iniziazione

La sua vita non fu lunga, ma densa. Era nato nel 1754 in un villaggio poco lontano da Danzica (di lì a poco nel regno di Prussia) e morirà a Parigi, in mezzo ai furori rivoluzionari, nel 1794. Di salute cagionevole, soffrirà per tutta la vita la presenza opprimente del padre Reinhold, pastore luterano e naturalista, attaccabrighe, narcisista, costantemente indebitato e infuriato con il mondo. Un fallito. Cresciuto in mezzo ai libri di David Hume e degli illuministi, fece un primo viaggio già a dieci anni nelle vastità della Russia, con il padre, incaricato da Caterina la Grande di ispezionare le terre, lungo il Volga, occupate dagli immigrati tedeschi sfuggiti alla terrificante Guerra dei sette anni. Da San Pietroburgo giunsero a Mosca e poi fino a Saratov. Videro i cosacchi e una povertà senza rimedio. Al ritorno il padre fece l’errore di dire la verità e nel suo rapporto all’imperatrice raccontò delle misere condizioni in cui versavano i coloni e della corruzione del governatore locale. Finì nei guai e i due si trasferirono a Londra, dove avevano parenti e appoggi.

Forster non era mai andato a scuola, ma fu un autodidatta e poliglotta formidabile. Traduceva benissimo e il padre lo sfruttava. Frequentarono la Royal Society e George si innamorò dei libri di viaggio. Nel 1772 venne il giorno che gli cambiò la vita, come accadrà a Darwin nel 1831. Al padre fu offerto di partire come naturalista di bordo nella seconda spedizione del Capitano James Cook verso i mari del sud: un’occasione straordinaria per raccogliere reperti e diventare naturalisti acclamati. L’obiettivo della nuova nave di Cook, la Resolution, era cercare il fantomatico Continente Meridionale, la Terra Australis Incognita, che doveva necessariamente esistere – si pensava allora – per bilanciare le masse continentali dell’emisfero boreale. Altrimenti la Terra avrebbe fatto un capitombolo.

Questa era la motivazione scientifica ufficiale, dietro la quale si nascondevano interessi economici (si favoleggiava di mitiche ricchezze sepolte in quella terra vergine) e di competizione internazionale. Anche spagnoli, olandesi e francesi puntavano a sud, là dove finisce il mondo. George fu subito estasiato dall’oceano e dalla vita in mare, annotò le prime osservazioni nei suoi diari, chiuso in una piccola cabina. Il Capitano Cook era carismatico, rigoroso ma giusto, di grande acume e attento alla salute dell’equipaggio. Nell’estate australe del 1772, da Città del Capo puntò dritto verso sud, ma fu fermato dai ghiacci erratici, dal gelo, dalle nebbie e da onde colossali. La nave superò le avversità e attraversò il Circolo Polare Antartico, ma resistette solo altre tre settimane e poi dovette invertire la rotta, verso la Nuova Zelanda. Per poco un iceberg non li aveva travolti. Arrivarono affamati e decimati dallo scorbuto.

Diritti umani universali

Qui cominciarono gli incontri tra il giovanissimo George Forster e i popoli nativi del Pacifico, che gli lasceranno un segno indelebile: i maori e la loro fiera visione animistica del mondo; i litigiosi e furbi tahitiani e il loro senso del commercio; poi gli indigeni delle Isole della Società, di Tonga, dell’Isola di Pasqua (un popolo buono su un’isola cattiva e desolata), delle Nuove Ebridi (oggi Vanuatu), della Nuova Caledonia (furono i primi a visitarla e a notare i tratti somatici distinti da quelli dei polinesiani), della Terra del Fuoco. George scopriva di continuo nuove specie (alcune gli furono dedicate, tra cui il pinguino imperatore) e studiava le flore e le faune, ma soprattutto le culture locali, con grande rispetto e attenzione. Analizzava il loro stile di vita, le fattezze, le canoe, gli abiti, le regole sociali, le gerarchie, i tatuaggi, le armi, la musica e le danze. La sua etnografia è intuitiva ma precisa, coinvolgente, appassionata. Nel 1774 Cook dalla Nuova Zelanda diresse nuovamente la prua verso sud e si spinse fino a 120 miglia dall’Antartide. Mai nessuno prima era arrivato così vicino. Un’immensa valle di ghiaccio si spalancò dinanzi alla Resolution e tornarono indietro. Alla fine del viaggio il Capitano riuscì a compiere un giro completo dell’oceano australe, battezzando anche la Georgia del Sud.

Forster per tutto il viaggio fu inorridito dalle azioni violente degli esploratori europei, che sparavano agli indigeni al primo segno di nervosismo, li riducevano in schiavitù, li sfruttavano, li raggiravano, approfittavano dei loro sistemi di credenze, li trattavano alla stregua di bestie, organizzavano giri di prostituzione con donne e bambine, rubavano e saccheggiavano. Alla fine, si convinse che i ripetuti contatti tra i colonizzatori e gli indigeni avrebbero portato all’estinzione di questi ultimi (non è andato molto lontano dalla realtà). Le comunità isolane farebbero bene a evitare ogni relazione con noi europei, aggiunse, perché siamo bravissimi a disumanizzare chiunque sia diverso da noi.

Se per esempio i nativi venivano sorpresi a rubare, anziché condannarli a priori Forster cercava di capire se avessero un concetto di proprietà privata e di possesso diverso da quello europeo. Persino dinanzi a scene disgustose di omicidio e cannibalismo presso i maori, si rifiutava di emettere un giudizio morale paternalistico e preferiva un relativismo culturale radicale. Evidentemente cibarsi di carne umana faceva parte della loro cultura, dei loro rituali. Quanto a brutalità e barbarie, come aveva argomentato anche Montaigne, gli europei non erano secondi a nessuno. 

Di ritorno nel 1755 dal viaggio (ma fu molto di più: un romanzo di formazione e di iniziazione) con la Resolution, divenne una celebrità in tutta Europa. Re, principesse, aristocratici e damigelle di tutto il continente volevano ascoltare i suoi racconti avventurosi sui mari del sud. Linneo in Svezia studiò i suoi campioni. Iniziò a scrivere A Voyage Round the World, che divenne un successo editoriale internazionale, anche se non poté corredarlo con i suoi splendidi disegni naturalistici perché il padre li aveva venduti per ripagare i debiti. Sopperì con descrizioni vivide e incantate. I più grandi scrittori europei lodarono il suo stile, analitico ed empatico al contempo. Il diario di Forster era un inno all’amore per la natura e per l’umanità, senza alcuna contrapposizione tra le due, e conteneva la proposta di riconoscere diritti umani fondamentali a tutti, uomini e donne, compresi schiavi e indigeni. A soli 22 anni George Forster entrò nella Royal Society.

La filosofia da poltrona di Kant

Dopo Londra e Parigi, iniziò una peregrinazione accademica come naturalista e geografo, senza mai troppa soddisfazione, tra Gottinga, Kassel, Vilnius e infine Magonza. Ogni volta il provincialismo gli stava stretto. Aveva sempre negli occhi gli orizzonti australi. Goethe amava conversare con lui. Benjamin Franklin lo invitava a casa. A Parigi conobbe Buffon e fece in tempo a smontare i suoi pregiudizi sui popoli indigeni: non era vero che il loro stato di progresso o degenerazione dipendeva esclusivamente dalle condizioni climatiche. George Forster fu anche il mentore di Alexander von Humboldt, il grande naturalista ed esploratore al quale Andrea Wulf aveva dedicato un’altra splendida biografia, L’invenzione della natura, nel 2015. Fu Forster a insegnargli che la natura “è una magica rete di innumerevoli fili stretti da innumerevoli nodi, dove ogni cosa è connessa a tutte le altre e tutte a ciascuna.” Anche in questo caso è difficile resistere all’anacronismo di interpretarlo come un antesignano dell’ecologia (parola coniata da Ernst Haeckel nel 1866), ma quelle parole sono esattamente le sue.

Il razzismo era fortemente radicato a quel tempo, ma quanto? Immanuel Kant nel 1785 pubblicò un saggio, intitolato “Determinazione del concetto di razza umana”, nel quale definiva i neri la razza infima sulla Terra e classificava le altre tre razze (i bianchi, gli indiani gialli e gli amerindi rosso rame) secondo una rigida gerarchia discriminatoria (con i bianchi in cima, naturalmente). Forster navigando per il mondo con il Capitano Cook aveva osservato una realtà del tutto differente. Non si era mai accorto dell’esistenza di ceppi razziali distinti, i colori della pelle sfumavano gradualmente da una regione all’altra, e non aveva mai notato alcuna inferiorità intellettiva nei popoli indigeni. Lo scrisse nell’ottobre 1786 in una replica serrata a Kant (che non si era mai allontanato dalla sua Königsberg), definendo il suo saggio un esempio di “filosofia da poltrona”. Demolì punto per punto il sistema razziale kantiano, accusandolo di astrattezza. Tutti gli esseri umani, ribadì, appartengono alla stessa specie e hanno pari dignità. Nell’oceano dell’umanità ci sono infinite sfumature, e la schiavitù è un abominio.

Kant reagì malamente definendo Forster un ingenuo empirista, privo di sistemi di guida per interpretare ciò che aveva osservato. Questa polemica, che vede Kant completamente nel torto, ci fa riflettere su quanto poco ineluttabili fossero i condizionamenti culturali e sociali che di solito si usano per giustificare le opere sbagliate e disonorevoli di illustri pensatori del passato. Non è vero che tutti erano razzisti e schiavisti nell’Europa del Settecento. Già a quel tempo era possibile pensare diversamente. Kant avrebbe potuto se non altro studiare di più, leggere i documentati resoconti di viaggio di Forster e di altri, traendone le dovute conseguenze.

Le idee di Forster, in senso esattamente contrario a quelle kantiane, erano di una modernità sconcertante. Pensava che tutti gli esseri umani nascessero uguali e meritassero pari rispetto, essendo il bene e il male compresenti in ogni società. Sono le condizioni del contesto e le contingenze della vita a stabilire le personalità morali dei singoli. Le razze non c’entrano nulla. Ogni individuo ha diritto all’uguaglianza e alla libertà, alla dignità e alla felicità. Per lui la tolleranza non era solo una reciproca sopportazione tra diversi, ma la coesistenza attiva e pacifica delle differenze nel grande “arazzo” e “sinfonia” (le sue metafore preferite) dell’umanità. Il suo paradigma antropologico era l’unitas multiplex: c’è un nocciolo comune di umanità nella meravigliosa diversità dei popoli, delle culture, delle lingue, dei modi di stare a questo mondo.

Ma Forster era così avanti che polemizzò anche contro Rousseau e la sua idea del buon selvaggio. I popoli nativi, scrisse nei suoi acclamati diari, non vanno idealizzati perché anche fra di loro ci sono rivalità, faide, conflitti, violenze, donne maltrattate, meschinità. Non c’era alcuna terra dell’abbondanza nel Pacifico, bensì un mosaico ambivalente di diversità umana. I fuegini, poi, sembravano davvero sudici, emaciati, infelici. Lo stato di natura del filosofo ginevrino, scrisse, è solo un prodotto della sua immaginazione. Bisogna andare a vedere di persona, prima di filosofeggiare.

Il segreto dell’albero del pane

Nel 1784 Forster pubblicò un saggio sull’albero del pane che è a dir poco sorprendente. Si accorse che a Tahiti e Tonga la pianta non aveva semi e si riproduceva per talea, evidentemente a seguito della domesticazione da parte delle popolazioni locali. Ma aveva letto che in Indonesia e nelle Filippine, invece, l’albero del pane selvatico ha i semi e presenta frutti molto meno carnosi. Capì quindi che la pianta fu portata dal sud-est asiatico fino alle isole del Pacifico meridionale dagli antenati navigatori dei popoli polinesiani. Poi si mise a comparare fra loro le lingue dei popoli nativi e anche in quel caso notò che erano tutti dialetti all’interno dello stesso idioma, tranne quelle parlate a Vanuatu e Nuova Caledonia. Tutte sembravano imparentate con il malese, ma sempre meno più si andava verso oriente. Fece lo stesso con i sistemi religiosi e con i tratti anatomici. Concluse che i polinesiani avevano un’origine comune recente, mentre le isole più vicine all’Australia e alla Nuova Guinea erano state popolate più anticamente, sempre a partire da un ceppo comune vissuto nel sud-est asiatico. In sostanza, Forster riuscì a intuire e a formulare la teoria corretta sulle migrazioni umane nel Pacifico due secoli prima che gli antropologi la rielaborassero, esattamente negli stessi termini, grazie alle comparazioni genetiche e culturali.

Anche in fatto di relazioni tra i sessi, era per una parità totale. Ogni ingiusta discriminazione tra donne e uomini era da combattere. In almeno due occasioni, accettò che la moglie, Therese Heine, avesse apertamente una relazione anche con un altro uomo, che viveva insieme a loro. Insomma, era più progressista lui, nella seconda metà del Settecento, di molti uomini e donne di oggi. Fa impressione pensare che adesso un Forster finirebbe dritto in galera in decine di Paesi. Al suo tempo invece girava liberamente per l’Europa e per i mari del sud. Era una mosca bianca o forse il progresso degli ideali umanitari è un’illusione e dobbiamo aspettarci di rivedere le atrocità dei secoli passati e di ascoltare ancora le oscenità razziste sulle bocche di neonazisti e neofascisti che stravincono alle elezioni spaventando la gente e mentendo spudoratamente?

La civiltà non è un dente di arresto. Si può sempre tornare indietro. Negli ultimi anni di vita, la mente di Forster fu sconvolta dalle due rivoluzioni, americana e francese, che trovarono in lui terreno fertile. Era entusiasta: uguaglianza e libertà passavano finalmente dal sogno alla realtà. Intraprese un nuovo viaggio – insieme al pupillo Alexander von Humboldt – in Inghilterra, Paesi Bassi e Francia, attraversando un’Europa in fermento. Quando i francesi attaccarono e occuparono Magonza nel 1792, Forster accolse a braccia aperte gli invasori e contribuì alla nascita della Repubblica libera della città. La moglie lo abbandonò, gli amici cominciarono ad accusarlo di tradimento. L’anno dopo andò direttamente a Parigi, ma la rivoluzione si stava già tramutando in terrore. Lui la difese a oltranza: quel sangue era il prezzo da pagare per la liberazione dell’Europa dalle tirannie. Mentre la ghigliottina lavorava a pieno regime (e prima o poi avrebbe raggiunto anche un pensatore troppo indipendente come lui), si spense di morte naturale il 10 gennaio 1794, a soli 39 anni. Il traditore filofrancese fu rimosso dalla cultura tedesca e a lungo dimenticato. Eppure, Le affinità elettive di Goethe sono ispirate alle sue intricate relazioni sentimentali, così come La ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge non sarebbe esistita senza i suoi racconti di mare. Il giovane senza patria George Forster aveva scoperto l’umanità, ma era troppo presto.

Telmo Pievani

Telmo Pievani è filosofo della scienza, evoluzionista, saggista e direttore editoriale di Lucy sui mondi. Collabora con il «Corriere della Sera» e altre testate. Il suo ultimo libro è Tutti i mondi possibili. Un’avventura nella grande biblioteca dell’evoluzione (Raffaello Cortina Editore, 2024).

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