La tutela dei consumatori che rispetta la Costituzione passa dall’onestà e dalla trasparenza su cibo, tecnologia, prodotti per la casa. Eppure l’importanza degli inserzionisti per la stampa e l’insufficienza di certe etichette compromettono questo servizio pubblico. Antonio Lubrano ci ricorda cosa è l’etica.
A casa vedevamo Mi manda Lubrano. All’inizio trovavamo un po’ noiosa quella trasmissione in prima serata interamente dedicata a elettrodomestici, cosmetici, cibi scaduti, vino e olio contraffatti, usato farlocco, etichette incomplete, comparazioni di prezzi, televendite fraudolente. Ma nostro padre non sentiva ragioni e la TV restava sintonizzata su Rai3. Considerava Antonio Lubrano una persona seria, il che in famiglia era abbastanza eccezionale perché per lui le persone serie erano meno del 2% della popolazione. Con il passare delle settimane e dei mesi, la consuetudine con quel rito serale di difesa civica dei consumatori stava in realtà iniettando nelle nostre giovani menti un salutare vaccino contro imbroglioni, truffatori, spreconi, approfittatori o semplicemente venditori un po’ furbetti.
Ricordo quell’uomo calvo, pacato, gli occhiali con il cordino, sempre elegante, la parlata e la gesticolazione napoletane, che faceva domande precise. Lo seguivi volentieri, ti teneva attaccato. Ricordo i fumetti divertenti della sigla e le grafiche spiritose. Ricordo gli esperimenti in diretta per smascherare le truffe. Ricordo i cittadini – vittime di raggiri o ritardi – invitati in studio a rivendicare i loro diritti o in collegamento dai salotti di casa. L’avvocato Ugo Ruffolo spiegava con chiarezza i tecnicismi giuridici.
Ricordo soprattutto i rappresentanti di aziende anche importanti che sedevano su quello sgabello e sudando freddo si arrabattavano per rispondere in qualche modo. Cercavano scuse, si arrampicavano sui vetri, talvolta negavano l’evidenza. Ma Lubrano li incalzava con garbo e determinazione, li metteva di fronte ai controlli che la redazione aveva fatto, mostrava loro i grafici con i dati, inoppugnabili nella loro oggettività. Quando Lubrano diceva “a questo punto, una domanda sorge spontanea”, iniziavano a tremare. Non c’era modo di svignarsela e qualcuno alla fine addirittura si scusava, promettendo più controlli e trasparenza. Quello era servizio pubblico, non c’è dubbio, e ha fatto ascolti di tutto rispetto dal 1990 al 1996.
La domanda sorge spontanea
A questo punto una domanda sorge spontanea: sarebbe possibile oggi una trasmissione come Mi manda Lubrano? Una trasmissione, per esempio, che in prima serata racconti al grande pubblico le ricerche scientifiche che attestano da almeno un decennio la cancerogenicità degli alcolici e del consumo abituale di carne rossa e insaccati? Una trasmissione che spieghi il danno ambientale che provocano le componenti dei nostri telefonini e quanto sia assurda la corsa all’acquisto del nuovo modello? Una trasmissione che possa smontare, una per una, tutte le bufale contro le auto elettriche? Una trasmissione che faccia vedere il consumo di suolo e gli inquinamenti della logistica o gli effetti sociali e ambientali di un banale ordine di fast fashion che clicchiamo compulsivamente online quando non sappiamo cosa fare? Una trasmissione che mostri quante poche tasse pagano i giganti dell’high-tech tanto decantati? Una trasmissione che sveli i cartelli monopolistici e i mille corporativismi italiani?
No, per quanto coerente con il buon funzionamento di una sana economia, una trasmissione del genere oggi non sarebbe possibile. Nessuna azienda manderebbe allo sbaraglio i suoi rappresentanti, mettendosi in cattiva luce. Piuttosto si rifugerebbe dietro un comunicato, minacciando azioni legali. Angelo Guglielmi, che volle Mi manda Lubrano su idea di Anna Tortora, non c’è più, e il mondo è cambiato. Oggi è tutto più spietato, ma fingiamo di non accorgercene. Le regole implicite sono cambiate. C’è il tribunale irrazionale permanente dei social che sovrasta tutto.
In un’intervista rilasciata a Elvira Serra per il Corriere della Sera in occasione del suo novantesimo compleanno, nel febbraio 2022, Antonio Lubrano ha dichiarato di essersi pentito di aver lasciato il programma (che poi diventerà Mi manda Rai3, tutta un’altra cosa) e di non esser più riuscito a guardarlo. In un libro ha definito l’Italia il paese più truffaldino del mondo. Dati i temi, avrebbe potuto scadere facilmente nel populismo, ma il suo rigore professionale glielo ha sempre impedito. Leggendolo ci si rende conto di una banalità che oggi non è più tale: Lubrano è uno di quelli che conosce e prende molto sul serio il codice deontologico della sua categoria. Poco oltre nell’intervista, esclama: “Un giornalista non può fare pubblicità!”.
Ecco, appunto, parliamo di pubblicità.
Gli italiani oggi sono del tutto assuefatti e tolleranti rispetto al fatto che ogni santo giorno, con una frequenza ossessiva e implacabile, un’azienda che vende divani faccia pubblicità sostenendo che i suoi prodotti, per 365 giorni all’anno, sono disponibili a prezzi drasticamente scontati. Ma solo fino a domenica prossima. E poi fino alla domenica successiva, sempre, tutto l’anno. Come è possibile che un saldo, un doppio saldo, uno sconto, una svendita del genere siano permanenti? Qual è il prezzo reale di quei prodotti? Non dovrebbero esserci regole di trasparenza che permettano al consumatore di capire il vero valore economico di ciò che si sta acquistando in un dato momento? E i testimonial famosi di quelle pubblicità – che in altre trasmissioni si riempiono la bocca di diritti, giustizia e moralità – non si fanno due domande prima di accettare?
Ci manca Lubrano. Con la stessa frequenza ansiogena, un’altra pubblicità ci presenta ogni giorno scene angoscianti di ladri, scassinatori e rapinatori pronti a violare le nostre case, se non fosse per l’intervento immancabile e infallibile di una centrale operativa che sventa ogni minaccia e riporta la serenità in famiglia. La paura è sempre un ottimo affare, si sa, in politica come nel mercato. Nel frattempo le statistiche raccontano che in Italia furti e rapine sono in calo da anni. Che dire poi di quei supermercati che per esaltare l’“intelligenza” dei loro prodotti mettono alla berlina ogni giorno Albert Einstein e Galileo Galilei, con giochi di parole infantili e macchiette imbarazzanti? Qualcuno pensa veramente che ai due interessati avrebbe fatto piacere?
Quanto ci manca Lubrano. E quei polli, che costano così poco quando compri le loro pallide fettine, ma scopri dalla pubblicità che ciascuno di essi vivrebbe becchettando allegramente in un paradisiaco chilometro quadrato di prateria a sua disposizione? Sarà mai possibile fisicamente e geograficamente, considerando la quantità di pollame che consumiamo ogni giorno? Per fortuna ci sono inchieste coraggiose come quelle di Giulia Innocenzi che ci spiegano come funzionano davvero e cosa sono certi allevamenti intensivi di polli, rispetto al benessere animale e all’impatto ambientale.
Le etichette che non avremo
Forse oggi Antonio Lubrano scriverebbe un progetto televisivo sul greenwashing, ma chi glielo manderebbe in onda considerando il ruolo tirannico degli inserzionisti? Eppure è proprio questo ciò che dovrebbe fare un servizio pubblico, laddove pubblico significa che lo Stato interviene a tutela di tutti e in difesa dei beni comuni. Nel febbraio 2022 è stato modificato non soltanto l’articolo 9 della Costituzione, aggiungendo il comma 3 (“La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”), ma pure l’articolo 41, aggiungendo che in Italia l’iniziativa economica privata è libera, ovviamente, “ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute e all’ambiente”. Inoltre al comma 3 leggiamo che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini non solo sociali, ma anche ambientali”.
Indirizzata e coordinata a fini ambientali. Bene, a questo punto la domanda sorge spontanea. Un’azienda alimentare che fa pubblicità, per esempio, puntando tutto e solo sul packaging (rendendolo più eco-sostenibile), ma non dice nulla sui costi sociali e ambientali del prodotto contenuto in quel packaging, sta rispettando l’articolo 41 della nostra Costituzione? Non dovrebbe essere sottoposta al metodo-Lubrano, cioè agli opportuni controlli previsti dalla legge? Più in generale, l’articolo 41 non dovrebbe tradursi in un obbligo di etichettatura trasparente per tutti i prodotti in vendita? Il consumatore che paga pochissimo un chilo di carne o un insaccato dovrebbe rimanere libero di comprarlo, ma sapendo (grazie all’etichetta) quanto consumo di acqua e di antibiotici, quante emissioni di gas serra, quanta deforestazione ha causato la realizzazione di quel chilo di carne. Insomma, è una questione di trasparenza, come diceva sempre Lubrano, e poi ognuno compra quello che gli pare.
Solo lo Stato può imporre un’etichettatura di questo tipo. Costerebbe pochissimo e avrebbe effetti positivi straordinari. Ma già possiamo immaginare il coro indignato degli editorialisti nostrani contro lo Stato-etico impiccione e in trincea per la santa “libertà” del mercato. Non avremo queste etichette in Italia anche perché molti dei prodotti Made in Italy così amati dai sovranisti non ne uscirebbero benissimo. L’argomento è tabù. Difficile però non vedere, per chi è stato vaccinato da Lubrano, la contraddizione insita in prodotti di eccellenza italiani, venduti in tutto il mondo, per ottenere i quali sono usate migliaia di tonnellate di pesticidi. Secondo la comunità scientifica, promettere di piantumare un po’ di alberi come compensazione per il proprio impatto ambientale non rispetta l’articolo 41. Bisogna controllare le certificazioni effettive e le percentuali complessive di costo ambientale, individuando gli specchietti per le allodole in mezzo ai grandi investimenti che contano.
Una soluzione però Antonio Lubrano e l’articolo 41 ce la insegnano e può essere molto efficace: informarsi e cambiare autonomamente le nostre abitudini di consumo e di alimentazione, comprando per esempio da produttori di fiducia, riducendo gli sprechi (altro argomento inconfessabilmente poco amato, perché contrario al mantra della crescita quantitativa), sfavorendo i prodotti più nocivi per ambiente e salute, o decidendo per esempio di non ordinare cibo e non comprare più su grandi piattaforme online. Anche questa è libertà: di consumo e di opinione. Non lo ricorda quasi nessuno, ma il boicottaggio in Italia – se pacifico, individuale, non diffamatorio e non discriminatorio – è legale. Poiché ovviamente non esiste alcun obbligo di acquisto (anche se da certi discorsi sugli “interessi nazionali” così sembrerebbe), allora fa parte dei diritti dei cittadini individuare sugli scaffali ciò che danneggia maggiormente l’ambiente e la salute (articolo 41), decidere di non comprarlo, preferire un altro prodotto e suggerire agli altri di fare lo stesso.
Sì, ci manca Lubrano. Ci mancano le sue domande spontanee.