Articolo
Tommaso Gori
Nessuna bomba è tanto intelligente da risparmiare i civili

Nessuna Bomba È Tanto Intelligente Da Risparmiare I Civili
guerra tecnologia

Gli Stati Uniti sono tra i pochi Paesi obbligati per legge a pubblicare i dati sulle vittime delle proprie operazioni militari. Ma nell'ultimo rapporto le oltre 120 persone uccise in mare non compaiono, perché per Washington erano narcoterroristi.

Le guerre proliferano a una velocità impressionante, coinvolgendo ormai ogni continente del globo e normalizzando una tetra forma di violenza militare. Lo scorso anno i conflitti attivi nel mondo sono stati 65, il numero più alto mai registrato dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questo dato, pubblicato durante l’estate dal Peace Research Institute di Oslo, si traduce in un numero molto elevato di vittime civili: quasi 40.000 nel solo 2025. 

Eppure, oggigiorno si celebra l’avvento delle “guerre intelligenti”, conflitti condotti con armi chirurgiche capaci di colpire il bersaglio e risparmiare chi gli sta intorno. Le fiere delle armi internazionali si riempiono la bocca di termini come smart weapons e precision strike, promuovendo sistemi che promettono di minimizzare le vittime civili ­– una promessa che i numeri, puntualmente, smentiscono. Un missile può centrare esattamente le coordinate che gli vengono assegnate, ma se quelle coordinate sono in prossimità di una scuola, l’intelligenza artificiale (IA) si limita a rendere più accettabili i “danni collaterali”. Naza, “danni collaterali” in ebraico, è il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor (2026) che smaschera il modo in cui la guerra contemporanea si fonda sull’integrazione “supercognitiva” tra capacità umane e potenza algoritmica. Un alto ufficiale delle IDF ha dichiarato che, per la prima volta, i sistemi di IA dell’esercito gli consentono di generare nuovi obiettivi più velocemente di quanto possano essere colpiti. Questo sistema è noto come la «fabbrica di obiettivi» ed è teorizzato in un saggio del generale di brigata Yossi Sariel, ex comandante dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano. Durante le guerre del 2014 e del 2021, spiegava, venivano creati solo 50 obiettivi in un intero anno; oggi la macchina può produrne 100 in un solo giorno. Naza ci avvisa che una guerra algoritmica può rendere moralmente accettabile ciò che resta un’operazione di distruzione di massa, guidata da soldati responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Come siamo finiti dentro questo macabro scenario in cui la produzione di armi sofisticate vale più della tutela dei civili? A settembre 2026 sono passati venticinque anni da quando 19 dirottatori di al-Qaeda presero il controllo di quattro aerei di linea e li fecero schiantare contro il World Trade Center, uccidendo quasi tremila persone. Seguì una serie di guerre guidate dagli Stati Uniti che ha ridefinito la politica estera di Washington per un’intera generazione: dal 2001, ogni anno, le forze statunitensi hanno bombardato un Paese in qualche parte del mondo, devastando la vita di milioni di persone. Secondo le stime del progetto Cost of War della Brown University, le guerre guidate dagli Stati Uniti dal 2001 hanno ucciso circa 4,5-4,7 milioni di persone, tra cui circa 940.000 morti dirette e 3,6-3,8 milioni di morti indirette, dovute a malattie, malnutrizione e complicazioni sanitarie. Più di 38 milioni di persone in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Somalia, Filippine, Libia e Siria hanno perso la loro casa e sono state sfollate dalle guerre successive all’11 settembre.

L’enorme costo umano delle campagne militari statunitensi ha spinto una rete di organizzazioni indipendenti, impegnate nel monitoraggio della violenza sui civili, a fare pressione sul governo americano, portando all’introduzione della Section 1057 del National Defense Authorization Act. Dal 2017, infatti, il Dipartimento della Difesa è uno dei pochi enti militari nel mondo a dover pubblicare un rapporto annuale sulle vittime civili legate alle proprie operazioni. Il rapporto elenca le vittime per data, luogo, tipo di operazione (aerea o terrestre) e numero di civili uccisi. Durante gli anni i rapporti degli Stati Uniti sono stati criticati per i ritardi, gli errori e la frequente sottostima del numero delle vittime. Nonostante ciò, la Section 1057 rimane uno dei pochi strumenti istituzionali a disposizione per monitorare il costo umano delle operazioni militari americane. 

Quest’estate è stato pubblicato il rapporto della Section 1057 sulle vittime civili del 2025. I dati riflettono un accumulo di casi relativi agli attacchi condotti dall’amministrazione Trump contro il governo Houthi dello Yemen nella primavera del 2025. Gli attacchi statunitensi avrebbero causato la morte di 153 civili durante la campagna di incursioni aeree e navali denominata Operation Rough Rider. I monitoraggi indipendenti hanno definito queste cifre “al ribasso”. Secondo lo Yemen Data Project, il bilancio reale è di almeno 238 civili uccisi e 467 feriti. Si tratta dell’ultimo di una serie di rapporti del Pentagono che ha messo in evidenza le carenze degli Stati Uniti nel prevenire, mitigare o monitorare adeguatamente i danni ai civili. Secondo Emily Tripp, direttrice di Airwars, gruppo con sede nel Regno Unito che monitora i raid aerei, il rapporto del 2025 dimostra come la mancanza di trasparenza sia diventata una prassi delle democrazie occidentali.

Non sorprende che la revisione condotta dal Pentagono sugli attacchi del 2025 non abbia rilevato alcun civile ucciso nella campagna militare contro le imbarcazioni venezuelane. L’operazione avrebbe in realtà ucciso oltre 120 civili in operazioni definite dagli esperti esecuzioni extragiudiziali o veri e propri omicidi. L’amministrazione Trump ha sostenuto, senza fornire prove, che le vittime di tali attacchi – il cui numero supera ormai le 220 persone – fossero “narcoterroristi”. Questa tesi è stata però smontata da un’inchiesta di The Intercept, dove si legge che nel corso di un briefing tenutosi lo scorso autunno, un alto ufficiale dello Stato Maggiore del Pentagono ha dichiarato che alcune delle persone uccise nell’attacco iniziale del 2 settembre 2025 erano civili vittime di tratta di esseri umani.  

Il rapporto del 2025, inoltre, non prende in esame la guerra in corso – e finora infruttuosa – contro l’Iran, avviata da Stati Uniti e Israele a febbraio, poiché include esclusivamente gli attacchi militari avvenuti nel 2025. Monitoraggi indipendenti dichiarano che il numero di danni ai civili in Iran supererà di gran lunga quello (mal)registrato in Yemen. “Com’è possibile che una delle forze armate più avanzate al mondo abbia commesso un errore di tale portata e che, meno di un anno dopo, lo abbia ripetuto in Iran, questa volta uccidendo più di cento bambini?”, commenta Emily Tripp. Il riferimento è all’attacco del 28 febbraio 2026, quando almeno 157 persone – la stragrande maggioranza delle quali bambini – sono state uccise dopo che almeno due missili statunitensi hanno colpito la scuola elementare Shajara Tayyiba. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato a 3375 il numero delle vittime in Iran, dato riferito al periodo precedente al fallimento della tregua. 

Stando al rapporto Protezione dei Civili nei Conflitti Armati delle Nazioni Unite, le vittime delle “guerre intelligenti” sono in aumento in tutto il mondo: nel 2024 le morti di civili nei conflitti sono aumentate del 40% a livello globale. Nel 2025, lo stesso rapporto ci dice che si registra “circa una morte civile ogni 14 minuti”, quasi 40.000 civili morti. Il bilancio reale è probabilmente molto più alto, poiché tante vittime non possono essere verificate o documentate. Ad esempio, non si sa quanti morti giacciano sotto le macerie di Gaza o Mariupol’. Nel 2025, le forze armate statali hanno causato l’85% degli incidenti che hanno danneggiato i civili con armi esplosive – incluse forze appartenenti a governi che si erano formalmente impegnati a limitare proprio questa pratica. Infatti, la causa principale della morte di civili non sono gruppi criminali o terroristici, ma sono i governi, indipendentemente dagli accordi internazionali firmati, che stanno attaccando sempre più persone, medici, giornalisti e operatori umanitari. Da qui la crescente diffusione, anche nel linguaggio giornalistico, del termine “terrorismo di Stato”: una categoria che descrive azioni sproporzionate in cui un governo non solo omette le precauzioni necessarie a evitare la morte di civili, ma arriva a impiegare tecnologie sofisticate – droni, sorveglianza di massa, armi a lungo raggio – per instillare paura in intere popolazioni urbane, trasformando il terrore stesso in strategia militare. A ciò si aggiunge un paradosso tipico delle guerre hi-tech: l’iperprotezione dei soldati, garantita da armi di precisione e droni, finisce per esporre maggiormente i civili. Le truppe nemiche, infatti, sono più difficili da colpire, e il rischio ricade su chi vive intorno a loro. 

Forse la vera intelligenza, in queste guerre, non sta nella precisione delle armi ma nella capacità antidemocratica dei governi di rendere invisibili le proprie vittime: attraverso ritardi, sottostime, riclassificazioni linguistiche che trasformano un bambino ucciso in un “danno collaterale” o un civile in un “narcoterrorista”, senza alcune prove. La Section 1057 resta oggi uno dei pochi argini a questa opacità – fragile, imperfetto, spesso disatteso, ma pur sempre un argine. La domanda che questi rapporti lasciano aperta non è più se le guerre di precisione risparmino i civili, ma quanto a lungo i governi potranno continuare a raccontarci che lo fanno.

Tommaso Gori

Tommaso Gori è giornalista e ricercatore presso il centro sperimentale Forensic Architecture, Goldsmiths University of London. Collabora con diverse riviste.

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