Il budget per lo spazio militare raddoppia, quello scientifico viene quasi dimezzato. Migliaia di tecnici licenziati, il programma marziano cancellato, l'Europa tradita su missioni congiunte. Dietro gli applausi per Artemis, un patrimonio di competenze che si sfalda.
Il grande successo, tecnico e mediatico, dell’attesissima missione Artemis 2, che all’inizio di aprile ha portato quattro astronauti a circumnavigare la Luna per la prima volta da mezzo secolo, è stata per la NASA una boccata di ossigeno in un periodo molto difficile.
La gloriosa agenzia spaziale statunitense è infatti da tempo sotto attacco un po’ da tutti: dal settore militare, che assorbe una fetta sempre più grande di fondi pubblici per lo spazio; dalle giovani aziende dal Newspace, che si dicono pronte a rimpiazzarla in molti settori; dalla Casa Bianca, che da quando si è insediata l’amministrazione Trump le sta rendendo la vita difficile; e anche dalla Cina, che con i suoi rapidi progressi ne sta insidiando la supremazia tecnologica.
Lo scorso anno è stato forse il più difficile per la NASA nella sua quasi settantennale esistenza. Tutto è cominciato con il nuovo presidente Trump che, ancora prima dell’inizio del suo mandato, ha nominato Elon Musk, il miliardario padre-padrone dell’azienda spaziale SpaceX, a capo del DOGE, ufficio governativo incaricato di ridurre il costo dell’amministrazione pubblica. La NASA, agenzia pubblica di grande successo ma anche con la fama di carrozzone non proprio efficiente, ha cominciato a tremare. Nel suo ruolo Musk ne riuniva due degli incubi peggiori: la pressione per ridurre i costi e l’interferenza diretta da parte della sua azienda privata già fin troppo potente.
Poco dopo però Trump ha candidato Jared Isaacman, giovane imprenditore miliardario, come futuro capo della NASA. Questa nomina veniva accolta come un segnale positivo: Isaacman è un appassionato di spazio, che aveva già finanziato di tasca sua e comandato due missioni spaziali. Insomma qualcuno genuinamente interessato al progresso spaziale. Ma le paure iniziali avrebbero presto trovato conferma. In aprile la Casa Bianca ha proposto una riduzione del 25% nel budget per la NASA nel 2026, con un taglio di quasi il 50% della parte scientifica. E a fine maggio, con il Senato a un passo dalla conferma di Isaacman a capo dell’agenzia, Trump ne ha ritirato a sorpresa e senza spiegazioni la candidatura.
Così la NASA, senza una guida e sotto forte pressione politica e finanziaria, ha dovuto mettersi a ritardare decisioni, cancellare missioni, ma soprattutto a ridurre il personale, licenziando migliaia di ingegneri e tecnici. A questo punto la lobby dell’industria aerospaziale tradizionale, che con la NASA ha sempre fatto ottimi affari, ha cominciato a fare forte pressione sul Congresso e sulla Casa Bianca, anche facendo leva sulla loro paura di perdere la competizione con la Cina, in particolare nei programmi di grande impatto mediatico e di immagine, come il ritorno di astronauti sulla Luna. Così già a luglio Trump ha inserito nel suo famoso One Big Beautiful Bill Act (OBBBA) una decina di miliardi di dollari per la NASA, distribuiti in vari anni, riservati in gran parte al finanziamento del programma lunare.
Poi, verso fine anno, il presidente USA ha cambiato di nuovo idea e ha ricandidato Isaacman alla direzione della NASA. Questa volta il Congresso si è mosso rapidamente, confermando in fretta la nomina nel dicembre 2025, e immediatamente dopo riportando il budget 2026 della NASA quasi al livello del 2025, con in più i circa 3 miliardi per il 2026 già inclusi nel OBBBA di Trump.
Insomma, la tempesta sembrava passata, e Isaacman si è messo subito al lavoro per sgombrare le macerie del periodo caotico appena passato e ricostruire il programma spaziale ormai allo sbando. Così, dopo aver visitato tutti i centri della NASA e parlato un po’ con tutti – dipendenti, politici e manager industriali – alla fine di marzo ha presentato il piano per la rinascita dall’agenzia.
“La NASA è da tempo sotto attacco un po’ da tutti: dal settore militare, dalle giovani aziende dal Newspace, dalla Casa Bianca e dalla Cina”.
Il piano di Isaacman risponde prima di tutto alla priorità politica assoluta degli USA: vincere la competizione con la Cina verso la Luna. Su questo tutti sono d’accordo, dal Congresso all’industria all’opinione pubblica, persino Trump. Con i cinesi che prevedono di inviare astronauti sulla Luna entro il 2030, Isaacman ha cercato di irrobustire il programma lunare americano, Artemis. Tra le modifiche più eclatanti ci sono l’introduzione di una missione intermedia tra la recente Artemis 2 e quella che dovrebbe eseguire il primo allunaggio, che ora sarà Artemis 4 nel 2028 e la cancellazione della stazione orbitale lunare Gateway, da tempo oggetto di critiche per la sua discussa utilità.
Queste modifiche vanno nella direzione giusta, tuttavia la gara con la Cina resta incerta. Infatti è ancora da risolvere il problema del modulo di allunaggio, il cui sviluppo, assegnato a SpaceX, è in grave ritardo per via dei problemi del nuovo super-razzo Starship sul quale è basato. Starship ha eseguito ben undici lanci di prova, l’ultimo dei quali a ottobre scorso, ma non è ancora entrato in orbita, e il prossimo lancio continua a essere rimandato di mese in mese.
È difficile credere che SpaceX possa riuscire a recuperare il terreno perduto in soli due anni. In realtà la NASA avrebbe un’opzione di riserva: il modulo lunare che sta sviluppando Blue Origin, l’azienda di Jeff Bezos. Ma anche questa non ha ancora dimostrato in volo molte delle tecnologie necessarie al successo finale. Insomma, nonostante i continui proclami mediatici, le aziende private sono ancora il problema principale del programma lunare. Isaacman queste cose le sa bene, e sa che il 2028 rimane una data poco realistica per il primo allunaggio, ma ha dovuto mantenerla entro la fine del mandato di Trump per evitare di scatenarne le ire.
Per concentrare tutti gli sforzi sulla corsa alla Luna Isaacman non solo vi ha allocato tutto il budget possibile, ma di fatto ha abbandonato l’altra gara di prestigio con la Cina: riportare sulla Terra i primi campioni di suolo marziano. I cinesi infatti pianificano di lanciare la loro storica missione di sample return da Marte già nel 2028. Invece la NASA, cancellata di fatto la loro missione Mars Sample Return per mancanza di fondi, si ritrova praticamente senza un programma marziano. E anche qui i privati latitano, a cominciare da Elon Musk che fino all’anno scorso annunciava piani strabilianti a breve termine per il pianeta rosso, e che invece recentemente ha rimandato di almeno un decennio.
A dire la verità Isaacman una proposta di missione marziana ce l’ha. Si chiama SR-1 Freedom, una missione nuova di zecca che utilizzerà un piccolo reattore nucleare per alimentare il modulo di propulsione elettrica PPS, già sviluppato per la stazione Gateway. Non è un’idea nuova, ma è un interessante coniglio estratto dal cilindro in un momento di grande difficoltà: con questa missione Isaacman da una parte spera di calmare i critici della cancellazione di Gateway, dall’altra, lanciandola nel 2028 – data molto ambiziosa per non dire irrealistica – spera di sviare l’opinione pubblica dall’ormai quasi certa sconfitta nei confronti della Cina sul fronte dei campioni di suolo marziano.
“È chiaro che, almeno finché ci sarà Trump presidente, la scienza alla NASA rimarrà in secondo piano”.
Anche il piano per il futuro della presenza umana in orbita terrestre bassa, oggi garantito dalla stazione spaziale internazionale ISS, è cambiato. Da anni la NASA pianifica la sostituzione in toto della ISS con stazioni spaziali private, più piccole e auspicabilmente meno costose. Varie aziende, come Axiom, Voyager e Vast, sono da tempo in competizione per sviluppare, con forti contributi NASA, le loro stazioni orbitali. Ora Isaacman, constatati i ritardi del settore privato, ha annunciato che la NASA svilupperà un modulo aggiuntivo per la ISS, da far utilizzare come esperimento iniziale dalle aziende private, le quali solo in un secondo tempo svilupperebbero le loro stazioni spaziali indipendenti. Come dire al mondo dello spazio privato: non siete pronti, non avete ancora creato prospettive di mercato; insomma, avete ancora bisogno che la NASA vi conduca per mano per un po’.
Infine va notato purtroppo che il programma scientifico, come si temeva, ha un ruolo marginale nel piano Isaacman. Certo, la quasi completa reintroduzione del budget originario del 2026 limiterà i danni, ma alla NASA già si parla di cancellare l’estensione di missioni già in volo, ed è chiaro che, almeno finché ci sarà Trump presidente, la scienza alla NASA rimarrà in secondo piano.
Ma il problema principale rimane la grave instabilità della politica statunitense. Il budget spaziale deve essere approvato dal Congresso di anno in anno, e questo processo rende ogni piano a lungo termine molto vulnerabile alle giravolte della politica. E infatti all’inizio di aprile, pochi giorni dopo l’annuncio del piano di Isaacman, la Casa Bianca ha pubblicato la proposta di budget federale per il 2027, nel quale la fetta per la NASA torna a ridursi drasticamente: circa 23% in meno in totale, con una riduzione di circa il 47% per la parte scientifica (mentre, per inciso, quello per lo spazio militare viene aumentato di oltre il 100%!). Un desolante deja vu, che sembra riaprire lo scenario dello scorso anno. La cosa più sconcertante però sono i commenti televisivi a caldo di Isaacman, che ha difeso candidamente i nuovi tagli proposti dalla Casa Bianca, affermando che la NASA ha comunque abbastanza soldi per raggiungere i suoi obiettivi primari. Un’ulteriore dimostrazione della sua sudditanza totale al presidente.
E anche se alla fine la NASA qualcosa di buono riuscirà a realizzare, resteranno comunque una serie di vittime. Prima di tutto le migliaia di ingegneri e tecnici licenziati nel 2025, un patrimonio perduto di competenze ed esperienza che sarà difficile ricostruire. Poi il programma scientifico, che rischia di sgonfiarsi nell’oblio, assieme al programma marziano, nonostante il roboante annuncio della missione SR-1 Freedom. E infine la cooperazione internazionale, a cominciare da quella con l’Europa. L’ESA aveva già dovuto ingoiare l’anno scorso la cancellazione unilaterale da parte della NASA della missione Mars Sample Return, che l’ha costretta a reinventare un ruolo per il suo contributo già in fase avanzata di realizzazione, l’Earth Return Orbiter.
Adesso con la cancellazione della Gateway cade un’altra tegola pesantissima sulla testa dell’Europa, che alla stazione lunare orbitale forniva vari elementi, per i quali aveva già investito centinaia di milioni di Euro. Queste cancellazioni non sono una novità: la lista di missioni congiunte che in passato hanno subito lo stesso destino è lunga. Ma se quelli sono stati episodi gravi ma isolati, oggi per la NASA le missioni in cooperazione con l’Europa sembrano diventate le vittime designate. L’ESA ha ancora un ruolo importante su Artemis: il modulo di servizio europeo della capsula Orion, che ha portato e porterà gli astronauti americani verso la Luna. Ma questo sembra non contare affatto nelle decisioni strategiche della NASA. È ormai tempo che l’ESA si chieda seriamente se e come continuare la cooperazione spaziale attraverso l’Atlantico.
Cosa succederà nei prossimi anni è difficile dirlo. La militarizzazione dello spazio continuerà a ridurre il peso della NASA a favore della Space Force del Dipartimento della Guerra. Ma nel campo civile nessuno per ora osa mettere in dubbio la sua esistenza: il potere delle aziende spaziali commerciali è cresciuto, ma il settore privato rimane ancora fortemente dipendente da quello istituzionale, sia per i sostanziosi finanziamenti sia per la guida tecnica.
Il povero Isaacman si sta barcamenando come può, tra il caos della politica, la competizione con la Cina e i problemi delle nuove aziende private, ma il suo evidente terrore di dispiacere alla Casa Bianca lo rende troppo debole. Così difficilmente sarà in grado di costruire un solido piano a lungo termine per la prestigiosa agenzia che dirige. Per ora direi che solo due cose sono sicure: che gli USA continueranno a fare il possibile per vincere la gara con la Cina verso la Luna, e che il programma scientifico e di esplorazione resteranno pesantemente penalizzati.
Poi un giorno la realtà, come sempre, chiederà il conto. Vedremo chi e come sarà preparato a pagarlo.