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Arianna Brancaccio
Stiamo studiando se c’è un legame tra lesioni cerebrali e conservatorismo

Stiamo Studiando Se C'è Un Legame Tra Lesioni Cerebrali E Conservatorismo
biologia evoluzione

Da tempo alcuni scienziati si concentrano sulle mappe semantiche mentali legate a parole di valenza politica e sulla grandezza dell'amigdala di chi ha più paura. Lontani dal lombrosismo, questi ricercatori parlano di "correlati cerebrali".

Una domanda aleggia tra i neuroscienziati: e se lo studio del funzionamento del cervello fosse in grado di spiegare le nostre preferenze politiche? Se cioè i modi in cui il nostro cervello processa l’incertezza o elabora gli input esterni determinassero l’orientamento delle persone verso una o l’altra ideologia politica?

Beninteso, non stiamo evocando un rinnovato “lombrosismo”. Non avalliamo certo l’idea che basti guardare la morfologia di una testa per capire che partito si vota. Al contrario, ci riferiamo ad articolate ricerche d’avanguardia che vanno sotto il nome di “political neuroscience”, e che stanno fornendo evidenze interessanti sui possibili correlati cerebrali del comportamento politico.

È un campo di ricerca giovane e indubbiamente scivoloso, perché ogni tentativo di indagare la relazione tra idee politiche e funzionamento del cervello deve attraversare una foresta di “variabili confondenti”: classe sociale, ambiente culturale in cui si cresce, esperienze di vita, stress, perfino le paure che si respirano in famiglia o attraverso i media. 

E poi c’è il classico quesito delle neuroscienze, il rompicapo che torna sempre: viene prima l’uovo o la gallina? Vale a dire, vengono prima la struttura (e l’attività) del cervello e poi il comportamento, o viceversa? Se si osserva che persone più conservatrici mostrano, in media, determinate caratteristiche cerebrali, questi pattern sono la causa che orienta le idee – una predisposizione che “spinge” a un certo orientamento politico – o sono l’effetto di anni di abitudini, contesti e appartenenze, cioè di una vita che, poco alla volta, modella il cervello e, quindi, anche l’ideologia di una persona? Dilemma radicato, difficile da sciogliere: perché quando si studia un cervello umano non si sta mai osservando un oggetto “isolato”, ma un organismo attraversato da una biografia – una storia individuale unica e impossibile da controllare sperimentalmente – che, giorno dopo giorno, modella l’attività e la morfologia cerebrale.

Tra gli approcci finora tentati nelle neuroscienze dell’orientamento politico c’è quello di mettere in relazione l’ideologia con misure quantitative della morfologia cerebrale, cioè con caratteristiche anatomiche stimabili e confrontabili tra individui. Per ottenerle, si usano tecniche di neuroimmagine: la risonanza magnetica strutturale (MRI) è, in sostanza, una fotografia ad alta risoluzione dell’anatomia del cervello, che permette di stimare, tra le altre cose, il volume di specifiche regioni cerebrali.

In un lavoro pubblicato su iScience e condotto su un ampio campione di individui (N = 928), gli autori hanno messo alla prova una delle ipotesi più ricorrenti in questo filone: che il conservatorismo sia associato a un volume maggiore dell’amigdala, una regione cerebrale che ricorre quando si parla di salienza emotiva e di risposta a stimoli avversivi che generano minaccia e paura. In altre parole, se la propensione a percepire il mondo come più minaccioso favorisce preferenze politiche più orientate a sicurezza e ordine (ingredienti spesso associati a posizioni conservatrici), allora l’amigdala sembra un candidato naturale da osservare, perché è spesso implicata nella valutazione di stimoli avversivi e di minaccia.

Il risultato è interessante proprio perché depotenzia la narrazione “lombrosiana”, che vorrebbe una firma anatomica netta dell’ideologia. I dati indicano che l’associazione tra conservatorismo e volume dell’amigdala c’è, ma è molto piccola. In altre parole, un’amigdala leggermente più voluminosa non dimostra un “cervello conservatore”: al massimo segnala una differenza media tenue tra conservatori e liberali, sommersa dal rumore biologico e sociale che ogni individuo porta con sé.

C’è tuttavia un limite metodologico: questi studi restano correlazionali. Non dicono se la differenza anatomica nell’amigdala sia causa, effetto o semplice compagna di viaggio dell’ideologia; dicono soltanto che l’orientamento politico e il volume dell’amigdala tendono debolmente a variare insieme.

Chi ha una lesione frontale riporta, in media, un orientamento più conservatore rispetto agli altri due gruppi, mentre il gruppo con lesione del lobo temporale anteriore non si distingue dal gruppo di controllo privo di traumi.

È qui che entra in scena un approccio diverso che, sia pure con tante cautele, somiglia un po’ di più a un test “causale”, che cioè punti a distinguere causa ed effetto. Si tratta di studi su persone con lesioni cerebrali, ossia pazienti con danni focali, per esempio dovuti a ictus o trauma. Lo scopo è di osservare se cambi qualcosa nel modo di pensare a seguito della lesione.

In un lavoro su Philosophical Transactions of the Royal Society B, gli autori tentano proprio la strada degli studi sulle lesioni per capire se un danno in specifiche aree cerebrali si associ a differenze di orientamento politico. A tale scopo, mettono a confronto tre gruppi: persone con lesioni ai lobi frontali, persone con lesioni del lobo temporale anteriore (ATL), e persone senza traumi che agiscano da “controllo”. 

Il quadro che emerge è il seguente: chi ha una lesione frontale riporta, in media, un orientamento più conservatore rispetto agli altri due gruppi, mentre il gruppo con lesione del lobo temporale anteriore (ATL) non si distingue dal gruppo di controllo privo di traumi. Il risultato regge anche tenendo conto delle differenze tra gruppi per età, genere e istruzione e non sembra neanche riconducibile a un diverso “tono emotivo”: l’effetto infatti permane anche dopo aver controllato per eventuali differenze nei livelli di depressione e ansia.

A quel punto gli autori fanno un passo ulteriore. Dopo aver osservato che, in media, le lesioni frontali sono associate a un orientamento più conservatore rispetto agli altri gruppi, decidono di restringere la lente su una regione specifica della corteccia frontale: la cosiddetta corteccia prefrontale dorsolaterale (dlPFC). La ragione della scelta è funzionale: la dlPFC è uno dei nodi più studiati quando si parla di controllo cognitivo, cioè la capacità di pianificare, frenare risposte automatiche, cambiare strategia quando serve.

Se l’associazione tra lesione frontale e conservatorismo passa, almeno in parte, da una riduzione di queste capacità di controllo e flessibilità, allora dovrebbe contare quanto è interessata dalla lesione proprio la dlPFC. Per questo gli autori si chiedono: all’aumentare della porzione di dlPFC danneggiata, cambia in modo sistematico anche l’orientamento politico? L’esito della ricerca va nella direzione coerente con questa ipotesi: più ampia è la lesione in dlPFC, più cresce il punteggio di conservatorismo nei pazienti esaminati.

Risultati senza dubbio interessanti. Ma possiamo concludere che la struttura di un cervello determini l’orientamento politico di un individuo? Niente affatto. La misura degli impatti del mondo esterno sulle aree del cervello resta un tema cruciale. In un certo senso, sia pure in forma estrema, persino la “lesione” può esser considerata variabile “esterna” per antonomasia. 

Inoltre, la ricerca su soggetti con danni cerebrali presenta un limite nel campione selezionato. Si tratta di pazienti, non di un campione casuale di popolazione. Dunque non si tratta di esperimenti “randomizzati” in senso stretto. Infatti, non si possono certo “distribuire” le lesioni come se si fosse in laboratorio, decidendo chi debba avere un danno in una certa regione e chi no. Pertanto, non è possibile garantire che, prima dell’evento, i gruppi sperimentali fossero equiparabili in tutto il resto (storia personale, salute, stress, contesto sociale). E, per questo, non si può parlare di causalità “pura”.

Quando due individui mostrano pattern neurali più simili evocati dalle parole politiche, tendono anche ad avere un’attività cerebrale più sincronizzata durante la visione dei video a valenza politica. 

Del resto, a riprova del fatto che la “political neuroscience” sia lontana anni luce da qualsiasi tentativo di banalizzazione “lombrosiana”, basta esaminare gli studi neuroscientifici che analizzano il rapporto tra l’orientamento politico degli individui e l’elaborazione semantica delle parole, un fattore totalmente immerso nel sistema sociale. 

Uno studio recente, pubblicato su Science Advances, affronta la questione da questa specifica angolazione. Infatti, anziché interrogarsi su come cambia l’orientamento politico quando una regione del cervello si danneggia, si domanda in che modo due persone possano trovarsi davanti allo stesso materiale politico e interpretarlo in modo diverso. 

Nello studio, i ricercatori sottopongono un campione di partecipanti a un esperimento di risonanza magnetica funzionale (fMRI), che registra indirettamente variazioni del segnale legate all’attività cerebrale. Ai partecipanti viene prima mostrata una serie di singole parole, per esempio “immigrazione”, “aborto”, e così via. Viene quindi chiesto loro di indicare se le considerano a valenza politica oppure no. In un secondo momento, agli stessi partecipanti vengono mostrati video politici, tra cui una clip sull’aborto e un estratto di dibattito che include un discorso sull’immigrazione. 

Dopo la scansione della loro attività cerebrale, i partecipanti svolgono anche un compito comportamentale in cui dispongono le stesse parole dell’esperimento in uno spazio fisico, mettendo più vicine quelle che, per loro, siano semanticamente affini. In questo modo, i ricercatori ottengono una misura di come ciascun partecipante organizza il significato delle parole, mostrando che persone ideologicamente più vicine tendono ad avere mappe semantiche simili.

A quel punto gli studiosi effettuano un secondo passaggio. Si chiedono se la somiglianza “a monte” nel modo in cui due persone rappresentano concetti politici – misurata nei pattern di attività cerebrale evocati dalle singole parole durante la fMRI – si riveda “a valle” quando quelle stesse persone guardano i video. La domanda è: se due individui hanno rappresentazioni neurali più simili di parole legate a un certo tema politico, i loro cervelli reagiranno in maniera più simile quando esposti a video che trattano lo stesso tema? Per verificarlo, misurano la “sincronia” tra spettatori: misurano quanto, durante la visione dei video politici, l’attività di alcune aree del cervello di due individui aumenti e diminuisca con simile andamento.

Il risultato va nella direzione attesa: quando due individui mostrano pattern neurali più simili evocati dalle parole politiche, tendono anche ad avere un’attività cerebrale più sincronizzata durante la visione dei video a valenza politica. 

Quali le conclusioni che si possono trarre da queste ricerche? A quanto pare, la differenza più interessante tra orientamenti politici non sembra dipendere tanto dalla “pura” anatomia del cervello di un individuo, quanto piuttosto da come l’individuo interpreta il materiale politico. E allora il punto non sta tanto nel cercare una firma anatomica dell’orientamento politico, quanto nel seguire la pista che emerge dagli studi sulle parole: almeno una parte della differenza ideologica passa per il significato che costruiamo attorno a certi concetti. Le parole politiche, cioè, non sono mattoni identici per tutti, né semplici etichette neutre: sono contenitori. E ciò che ci finisce dentro dipende dall’esperienza e dall’ambiente in cui si cresce, dai media, dai contesti di lavoro, da ciò che si vive o che si teme di vivere. 

Una certa mappa di significati finisce per guidare la categorizzazione dei concetti: cosa viene percepito come problema, cosa come minaccia, cosa come diritto, cosa come privilegio. In base al modo in cui elaborano le stesse parole e gli stessi fatti, insomma, persone diverse possono finire su fronti politici diversi, spesso opposti. 

“Introiettare” la semantica significa dunque incorporare, spesso inconsciamente, una certa mappa di significati che finisce per guidare la categorizzazione dei concetti: cosa viene percepito come problema, cosa come minaccia, cosa come diritto, cosa come privilegio. In base al modo in cui elaborano le stesse parole e gli stessi fatti, insomma, persone diverse possono finire su fronti politici diversi, spesso opposti. 

Si pone allora un interrogativo. È possibile sottrarre le parole politiche al registro emotivo e identitario per ricondurle a un registro più verificabile, ancorato a fatti e conseguenze? Esistono le condizioni per smontare gli automatismi e favorire una rielaborazione delle parole a partire dai dati materiali che esse richiamano? 

Prendiamo ad esempio il termine immigrazione. Nel dibattito pubblico può diventare in un attimo un racconto che divide “noi” da “loro”. Ma se quel termine lo si riempie del suo contenuto concreto, fatto di condizioni materiali, allora forse può cambiare la domanda e magari anche la reazione automatica che innesca. Ovvero, cosa succede a salari, tutele e servizi quando una parte della forza lavoro è più ricattabile di un’altra? Se chi arriva finisce in un circuito di irregolarità e sfruttamento, non è solo un problema “di ordine”: è un meccanismo economico che abbassa gli standard e mette in competizione chi sta già sotto pressione. Se invece chi arriva entra in condizioni regolari, con regole applicate e controlli seri, l’ipotesi della concorrenza al ribasso perde di forza. Non si crea quella zona grigia che rende conveniente pagare meno i più deboli ed usarli, al contempo, come capri espiatori delle conseguenze economiche generali della precarizzazione.  

In questa chiave, immigrazione verrebbe ridefinita nel suo significato: non come un’etichetta identitaria, ma come una parola che parla di regole del lavoro, diritti, controlli contro lo sfruttamento e del fatto che tutti paghiamo il prezzo della competizione al ribasso.

La conclusione, forse, è questa: una politica che voglia davvero “risvegliare” le coscienze dovrebbe basarsi su un impegno a rimettere le parole con i piedi per terra, ossia ben piantati nella realtà materiale. Con meno semantica della paura e più semantica delle conseguenze.

Arianna Brancaccio

Arianna Brancaccio è neuroscienziata e ricercatrice presso il Centre for Mind/Brain Sciences dell’Università di Trento. Si occupa di stimolazione cerebrale e di analisi avanzata dei segnali neurali per comprendere perché il cervello di ciascuno risponde in modo diverso agli stessi stimoli. Il suo lavoro mira a sviluppare approcci di neurostimolazione che comprendano e sfruttino la diversità anatomofisiologica tra gli individui, con un’attenzione particolare alle applicazioni cliniche di queste tecnologie. È autrice di numerosi articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali peer-reviewed e ha collaborato con importanti centri di ricerca in Italia, Germania, Finlandia e Stati Uniti.

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