Dai ghiacciai dell'Alaska alle Ande, dall'Amazzonia all'Australia, le culture indigene trattano il pianeta come un organismo senziente. Il loro animismo non è una vaga visione mistica, ma una vera e propria scienza del territorio, preziosa alleata del metodo scientifico.
Se fossimo stati lì, avremmo visto una donna nativa, vestita con giacca a vento, pantaloni da montagna e scarponi, camminare sulla sabbia cedevole di una morena glaciale. Seguendola, osservandone la schiena sottile, la treccia nera, avremmo notato la sua andatura circospetta, quasi timorosa, e ci saremmo chiesti il perché di tanta cautela. Potendo leggere nei suoi pensieri avremmo capito che la ragione è il ghiacciaio, il suo dorso squamoso che serpeggia tra le montagne. Ecco. Non c’è pericolo, ma la donna rallenta, si sposta come in punta di piedi, evita certi luoghi, ne sceglie altri; poi, come se avesse raggiunto qualcuno, si china e tocca il ghiaccio con i polpastrelli. Nella sua testa non si tratta di un semplice ghiacciaio, è un essere vivente che non va disturbato.
Nell’Alaska sudorientale e in alcune aree limitrofe del Canada vivono i Tlingit e i Tagish, il Popolo delle maree. Cacciatori-raccoglitori animisti, hanno vissuto per diecimila anni nelle stesse terre, sviluppando una cosmovisione complessa e un’ecologia narrativa incentrate sulle metamorfosi dell’acqua. Di recente sono stati chiamati in causa per ripensare un concetto che ha fatto discutere, l’Antropocene, perché si comincia a pensare che questo costrutto culturale sia generativo di un immaginario a senso unico, cioè occidentale, egemonico, coloniale. Decolonizzare l’Antropocene, allora, significa farlo entrare in collisione con il punto di vista delle culture indigene, ed ecco che entrano in causa Tlingit e Tagish con il loro bagaglio di conoscenze e di tradizioni millenarie. In particolare, si è cercato di capire come i loro saperi “acquatici” possano spostare la narrativa monoculturale dominante del cambiamento climatico e generare nuovi immaginari ecologici “misti”, più adatti a guidare la gestione locale e forse globale della crisi ambientale.
Concentrandosi su oggetti che da decenni sono un marcatore dell’innalzamento delle temperature del pianeta, Eleanor Ruth Hyman, ricercatrice indipendente appartenente alla Tagish First Nation, assieme ai nativi tagish G̱ooch Tláa e Aan Gooshú, ha scritto un articolo in cui spiega che per i Tlingit i ghiacciai sono esseri senzienti, in grado di ascoltare e annusare, con tratti personali e in bilico tra passato ancestrale e mondo presente. Ora, il fatto che un ghiacciaio sia dotato di agentività e personalità non è il parto banale di un’immaginazione fantastica ma è una narrativa alternativa di qualcosa che i nativi conoscono con accuratezza fenomenologica e consapevolezza ecosistemica. Infatti, di fronte ai paesaggi glaciali e periglaciali, Tlingit e Tagish sono in grado di riconoscere nuove dinamiche in atto e di anticipare trasformazioni future che sfuggono ai ricercatori occidentali intenti a studiare il cambiamento climatico. Per questo, da almeno una decina d’anni, alcuni scienziati sostengono di voler decolonizzare le proprie epistemologie per includere nel loro metodo di ricerca la prospettiva dei nativi.
Di che si tratta esattamente? Lo spiega Ettore Camerlenghi nel Patto con la Terra (nottetempo, 2026), un libro che coniuga narrazione autobiografica e riflessione filosofica su quello che alcuni chiamano ontological turn, la svolta ontologica: a partire dagli scritti di Eduardo Viveiros de Castro, si pone al centro della questione il prospettivismo, un modo per moltiplicare i punti di vista, per propiziare lo slittamento tra essi e, in particolare, per adottare la prospettiva dei non-umani allo scopo di ripensare la Terra e il nostro rapporto con essa. Ora, questo cruciale cambio di paradigma sta investendo anche le scienze esatte che a volte, ispirandosi a, o cercando deliberatamente un confronto con i saperi ecologici nativi, ridefiniscono i propri metodi e i propri fini di ricerca elaborando delle epistemologie ibride. Camerlenghi ci avverte da subito: non è un’impresa facile, perché il rischio è quello di ripetere l’errore egemonico di chi, credendosi unico depositario del metodo scientifico quantitativo, si sente cognitivamente superiore, ma anche di chi, andando in terre lontane in cerca di nuove idee, finisce per saccheggiare le culture altrui proprio come chi ne ha prima saccheggiato le risorse naturali.
“Anche le culture indigene fondano i propri saperi su osservazioni quantitative e su validazioni tramite osservazioni di lunga durata, e mentre per noi la matematica e l’esperimento galleggiano nella bolla senza tempo del laboratorio, per il nativo la comprensione di sistemi matematici, di costanti e di varianti fenomeniche è invece affidato al tempo grande della tradizione orale e del racconto mitico”.
Camerlenghi intreccia alle sue dense riflessioni il racconto vivido dei suoi viaggi di studio nelle Ande, in Amazzonia e in Australia, e quello che emerge dalle pagine è qualcosa che somiglia a quella che Goethe chiamava una “delicata empiria”, una personale fusione con il soggetto di studio che, in questo contesto, consiste nell’elaborare un’epistemologia in cui è appunto il vissuto sul campo del ricercatore che propizia la con-fusione tra visioni diverse: quella razionalista occidentale e quella cosmologica indigena, verso un modello di realtà olistico, integrato, relazionale, ecosistemico e, se possibile, anche più giusto. Questo deve passare però attraverso la comprensione profonda del fatto che il metodo scientifico, per noi squisitamente matematico-sperimentale, non è appannaggio del solo Occidente. Anche le culture indigene fondano i propri saperi su osservazioni quantitative e su validazioni tramite osservazioni di lunga durata, e mentre per noi la matematica e l’esperimento galleggiano nella bolla senza tempo del laboratorio, per il nativo la comprensione di sistemi matematici, di costanti e di varianti fenomeniche è invece affidato al tempo grande della tradizione orale e del racconto mitico.
Quello che fa storcere il naso al ricercatore occidentale è che questi saperi sono appunto mescolati a narrative fantastiche, esposizioni mitiche, architetture cosmologiche complesse. Un fragoroso surplus che a loro dire rende quasi impossibile l’estrazione di paradigmi operativi per il contesto tecnologico odierno. Ma anche questa diffidenza, in fin dei conti, è figlia dell’esclusivismo culturale se non addirittura di un retaggio razzista. Le cosmovisioni indigene sono dei tool cognitivi di comprensione del mondo che usano proprio il pensiero mitico, l’immaginario fantastico, il sovrannaturale per creare narrazioni ecologiche che anche se non sono “vere” dal nostro punto di vista, tuttavia funzionano bene in termini di adattamento e sopravvivenza. Ed è appunto capendo la loro efficacia empirica che si può trovare un ponte operativo tra scienze esatte e saperi indigeni perché, al di là di competenze locali e strategie situate, il nativo pratica da secoli o millenni una scienza del territorio sistemica e predittiva.
Torniamo allora al ghiacciaio e proviamo a passare dalla scienza all’etica. Nel luglio 2024 alcune donne tlingit sono salite sul Juneau Icefield alla confluenza dei ghiacciai Vaughn Lewis e Gilkey, tra Alaska e Columbia Britannica. La spedizione faceva parte di un progetto di gemellaggio tra il Juneau Icefield Research Program (JIRP), una missione scientifica permanente rivolta a studenti universitari di glaciologia, e la Children Of The Taku Society (COTTS), un’associazione no-profit per la rivitalizzazione della lingua tlingit. Per tre giorni le donne del COTTS hanno cercato di immergersi in un doppio paesaggio in dissoluzione, quello ancestrale fatto delle parole dimenticate della loro cultura, e quello ancora più antico dei ghiacciai in rapido scioglimento a causa del surriscaldamento globale. Un doppio Antropocene, un unico agente coloniale.
Reduce dall’esperienza glaciale, una donna tlingit, Ḵudeishéex̱, ha detto che «stare sul ghiacciaio è stato davvero curativo. Il legame con tutti gli altri, il legame con i miei antenati, stare su quella terra e parlare nella mia lingua, era proprio ciò di cui il mio spirito aveva bisogno». Con un salto geografico enorme, ma restando sullo stesso terreno, Camerlenghi racconta invece il significato del ritorno delle Pleiadi nel cielo andino: «La loro riapparizione veniva celebrata come l’avvio di una nuova era, il ritorno della forza vitale e della guarigione. Non a caso l’Apu Qolqepunku, il ghiacciaio presso cui si svolge il pellegrinaggio, è venerato come un Apu “dottore”, un curandero a cui ci si rivolge per chiedere salute. Ai piedi dell’Ausangate, più di cinquantamila persone si riuniscono ogni anno per tre giorni di canti, danze e celebrazioni, in una tradizione che risale almeno all’impero inca e che, dopo la conquista spagnola, si è tinta di sincretismo, sovrapponendo cosmovisioni andine e religione cristiana».
Ghiacciai che curano. Ma chi cura i ghiacciai?
Come si sente, infatti, un ghiacciaio privato del suo corpo? Forse come si sente un nativo privato della sua lingua, della sua cosmologia, della sua relazione narrativa con il passato. La donna che ha posato i polpastrelli sul ghiaccio è lo specchio di un pensiero reversibile, il momento in cui il contatto tra due entità così differenti diventa scambio di fluidi, di prospettive, di un sentire reciproco. Certo, non si tratta oggi di fare animismo di riporto, tantomeno di proiettare sentimenti umani nelle forme del paesaggio. Si tratta invece di ridefinire il concetto stesso di vita, che non può limitarsi alle classificazioni dei chimici e dei biologi. Si tratta forse di pensare che muoversi sul grande corpo terrestre è come camminare su un antenato addormentato. Strano racconto, sì, ma ci offre una cosmovisione alternativa, che oggi potrebbe rigenerare o dichiarare concluso il nostro Tardo Occidente.