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Arianna Brancaccio
E se la natura fosse il miglior analgesico?

E Se La Natura Fosse Il Miglior Analgesico?
biologia natura

Secondo le neuroscienze l’esposizione ai paesaggi di montani e agli alberi può modificare il modo in cui il cervello risponde al dolore. Ma perché? E questo effetto non potrebbe funzionare lo stesso anche di fronte ad altri stimoli?

Nel romanzo Heidi di Johanna Spyri, poi diventato un cartone animato di successo mondiale, la protagonista, pastorella di montagna dalle gote rosse e dalla instancabile vivacità, si ammala quando viene portata nella grigia città di Francoforte per far compagnia all’amica Clara. La carnagione di Heidi cambia, l’appetito scompare, l’energia declina. Il medico la visita e il verdetto è chiaro: bisogna riportarla tra le Alpi. Solo l’aria dei monti e il contatto con la natura potranno restituirle la salute.

Potrebbe sembrare un espediente narrativo, ma quella semplice ricetta trova oggi qualche riscontro. In particolare, le odierne neuroscienze suggeriscono che l’esposizione alla natura possa modificare il modo in cui il cervello risponde al dolore.

Già uno studio pubblicato su Science nel 1984 osservava che, tra pazienti sottoposti allo stesso intervento chirurgico, quelli ricoverati in stanze con vista su alberi ricevevano meno analgesici rispetto a quelli con vista su un muro. 

Il dato era interessante, ma difficile da interpretare: si trattava di uno studio osservazionale, privo di un controllo sperimentale rigoroso. Le stanze, infatti, venivano assegnate in modo casuale, e questo lasciava aperta la possibilità che i risultati fossero condizionati dalle differenze tra i pazienti per sensibilità al dolore o condizione clinica.

Un recente studio neuroscientifico pubblicato su Nature Communications, guidato da Maximilian O. Steininger dell’Università di Vienna e condotto da un team internazionale, compie un passo avanti. L’interrogativo dei ricercatori è esplicito: l’esposizione alla natura riduce il dolore? E, ammesso che sia così, perché? La natura riduce il dolore cambiando il modo in cui lo viviamo – per esempio rendendolo meno sgradevole e quindi più facile da sopportare, cioè modificando il modo in cui il cervello interpreta quell’esperienza? Oppure agisce direttamente sui circuiti cerebrali che elaborano lo stimolo, riducendo proprio il segnale fisico del dolore?

Se la percezione del dolore diminuisce quando si osservano ambienti naturali, ciò dipende dal fatto che cambia l’attività delle aree che registrano la componente fisica dello stimolo doloroso oppure dal fatto che cambia l’attività nei circuiti coinvolti nel modo in cui il dolore viene vissuto o la valutazione di quanto sia spiacevole?

Per rispondere, gli studiosi hanno reclutato quarantanove partecipanti e li hanno fatti sdraiare all’interno di uno scanner di risonanza magnetica funzionale, un macchinario che permette di osservare quali aree del cervello siano più attive in un dato momento: quando una zona è maggiormente attiva, riceve più sangue, e questo cambiamento viene misurato.

Nello scanner, i partecipanti ricevono una serie di stimoli dolorosi molto semplici: brevi scosse elettriche sulla mano.

A questo punto, mentre ricevono le scosse, attraverso uno schermo i partecipanti osservano tre scenari diversi: ambienti naturali (per esempio paesaggi di montagna o foreste), ambienti urbani (strade, edifici) e ambienti interni (come stanze al chiuso). E le immagini sono accompagnate da suoni coerenti con ciascun contesto, come il rumore del vento o del traffico.

Per capire se e come la natura influisca sul dolore, i ricercatori raccolgono due tipi di dati. 

Il primo misura l’esperienza soggettiva dei partecipanti. Dopo la somministrazione delle scosse, viene chiesto loro di indicare quanto lo stimolo sia intenso e quanto spiacevole. L’intensità descrive la misura in cui la scossa sia percepita come forte; la spiacevolezza riguarda invece quanto sia avvertita come sgradevole e difficile da sopportare. In altre parole, uno stimolo può essere molto intenso ma non particolarmente fastidioso, oppure relativamente debole ma comunque molto sgradevole.

Il secondo tipo di dato riguarda il cervello. Grazie alla risonanza, si può analizzare quali aree si attivano di più o di meno mentre il dolore viene percepito. I ricercatori si sono concentrati sull’analisi dell’attività di due gruppi di aree cerebrali. Da una parte, le aree che codificano la componente più strettamente fisica del dolore: quelle che segnalano che è arrivata una scossa, dove è localizzata nel corpo e quanto è intensa. Dall’altra, un insieme di aree coinvolte nella modulazione dell’esperienza del dolore: alcune legate alla valutazione emotiva – quanto è spiacevole – e altre ai processi attentivi, cioè a quanto si presta attenzione a uno stimolo. 

Distinguere tra questi due gruppi di aree cerebrali permette di rispondere a una domanda: se la percezione del dolore diminuisce quando si osservano ambienti naturali, ciò dipende dal fatto che cambia l’attività delle aree che registrano la componente fisica dello stimolo doloroso? Oppure dal fatto che cambia l’attività nei circuiti coinvolti nel modo in cui il dolore viene vissuto – per esempio perché varia l’attenzione che gli viene dedicata – o la valutazione di quanto sia spiacevole?

Per rispondere, i ricercatori confrontano le tre condizioni – ambienti naturali, urbani e interni – osservando come cambia la risposta alla scossa dolorosa: sia in ciò che i partecipanti riferiscono di provare, sia nell’attività delle aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione del dolore. 

Dai resoconti soggettivi emerge un dato netto: a parità di stimolo, il dolore è giudicato meno intenso e meno spiacevole quando i partecipanti osservano scene naturali.
Questo effetto trova riscontro anche a livello cerebrale: nello scenario naturale, si riduce soprattutto l’attività delle aree che codificano la componente fisica e sensoriale del dolore, come il talamo, la corteccia somatosensoriale secondaria e l’insula posteriore. 

L’esposizione alla natura si associa a una riduzione diretta dell’attività delle aree cerebrali implicate nella percezione fisica del dolore, quelle che segnalano che qualcosa sta facendo male e con quale intensità.

Le differenze sono meno consistenti nei circuiti attentivi (per esempio nel lobo parietale superiore) e assenti nelle regioni coinvolte nella valutazione emotiva e cognitiva dello stimolo, come la corteccia prefrontale o cingolata anteriore.

Questi risultati suggeriscono che l’esposizione alla natura si associa a una riduzione diretta dell’attività delle aree cerebrali implicate nella percezione fisica del dolore, quelle che segnalano che qualcosa sta facendo male e con quale intensità.

Come si spiega questo effetto? 

L’interpretazione degli autori è che cambino i livelli di attenzione dedicati alla scossa dolorosa: gli stimoli naturali potrebbero spostare l’attenzione lontano dal dolore più di quanto facciano gli ambienti urbani o al chiuso.

Secondo questa logica, la natura distrae dal dolore e, in questo modo, il segnale doloroso viene attenuato già nelle fasi iniziali della sua elaborazione, e quindi proprio nelle aree cerebrali che contribuiscono a rappresentare le caratteristiche fisiche dello stimolo doloroso. In linea con questa interpretazione, gli stessi partecipanti riportano che le scene naturali li aiutano a distrarsi maggiormente dal dolore e a tollerarlo meglio.

Il risultato è interessante. Resta però aperta una domanda, alquanto scomoda. 

Se l’effetto analgesico dipende da uno spostamento dell’attenzione, siamo certi che tale spostamento debba avvenire per forza attraverso richiami alla natura? Non potrebbe trattarsi di un effetto ottenibile anche con altri stimoli, altrettanto capaci di catturare la mente, magari meno “nobili” ma più pervasivi, come ad esempio il continuo scrollare su uno smartphone a caccia di immagini bizzarre e accattivanti?

Lo studio non risponde a questo interrogativo. Mostra che la natura funziona, ma non stabilisce se funzioni perché è natura, oppure se effetti simili possano essere ottenuti anche con altri stimoli, molto diversi per qualità ed esperienza ma altrettanto efficaci nel distogliere la mente dal dolore.

Resta dunque poco chiaro se l’unica cura per Heidi sarebbe stata quella di tornare sui monti o se, giunta a Francoforte, le sarebbe bastato un cellulare e l’account di un social per distoglierla dalle sofferenze.

Arianna Brancaccio

Arianna Brancaccio è neuroscienziata e ricercatrice presso il Centre for Mind/Brain Sciences dell’Università di Trento. Si occupa di stimolazione cerebrale e di analisi avanzata dei segnali neurali per comprendere perché il cervello di ciascuno risponde in modo diverso agli stessi stimoli. Il suo lavoro mira a sviluppare approcci di neurostimolazione che comprendano e sfruttino la diversità anatomofisiologica tra gli individui, con un’attenzione particolare alle applicazioni cliniche di queste tecnologie. È autrice di numerosi articoli scientifici pubblicati su riviste internazionali peer-reviewed e ha collaborato con importanti centri di ricerca in Italia, Germania, Finlandia e Stati Uniti.

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