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Massimiano Bucchi
Come “suona” la comunicazione della scienza?

Come “suona” La Comunicazione Della Scienza?
natura Scienza

Nel 1970 un album di canti di megattere vendette 125mila copie e aiutò a salvare le balene. Dal battito del cuore ai dinosauri che non ruggivano come al cinema, ciò che udiamo racconta più di quanto crediamo.

Quando si pensa ai modi e agli strumenti per comunicare la scienza si pensa soprattutto alla dimensione testuale e a quella visuale. Ma i suoni possono avere grande rilevanza tanto nella pratica delle scienze, quanto nella loro comunicazione.

Si pensi ad esempio all’ambito medico, in cui suoni come il battito cardiaco o il respiro sono comunemente utilizzati per la diagnosi dello stato di salute del paziente; o a come il pianto di un neonato può essere indice di fame, stanchezza, malattia. Nelle scienze forensi, il riconoscimento della voce di un individuo o di altri suoni ambientali può rappresentare un elemento significativo nella ricostruzione degli eventi. 

Nella zoologia i suoni delle diverse specie animali (mammiferi, uccelli, pesci) sono utilizzati per studiare in modo non invasivo la loro presenza, lo stato di attività e di salute. Grazie ai suoni dei pesci noi possiamo localizzare la loro presenza, come nel caso del galletto di mare, che altrimenti sarebbe difficilissimo da vedere. Possiamo anche comprendere il loro comportamento, come nel caso della corvina (un pesce della stessa famiglia dell’ombrina) i cui suoni prodotti secondo un ritmo stereotipato ci suggeriscono che è in atto una fase riproduttiva. “Il suono sta agli animali marini come la vista sta agli animali terrestri”, spiega Marta Picciulin, biologa marina del CNR-ISMAR.

Uno degli esempi più significativi del ruolo e dell’impatto della dimensione sonora in ambito non solo scientifico, ma anche politico e sociale, è quello che riguarda il cosiddetto “canto delle balene”. 

Nel 1958, l’ingegnere Frank Watlington lavorava in una stazione di ascolto segreta della Marina militare degli Stati Uniti alle Isole Bermuda, con lo scopo principale di monitorare eventuali sottomarini sovietici. Watlington utilizzava pionieristici idrofoni (microfoni subacquei) a oltre quattrocento metri di profondità. Ad un certo punto cominciò a notare strani suoni profondi che si ripetevano con sequenze regolari, soprattutto nel mese di marzo. Watlington escluse la possibilità che fossero legati alle attività dei sovietici, capì che si trattava di suoni “naturali” ma non riusciva tuttavia a individuarne l’origine. Fece ascoltare le registrazioni a parenti e conoscenti, e un giorno, casualmente, a un gruppo di pescatori locali che risposero senza esitazione, scuotendo le spalle: “Ah, ma queste sono balene”. 

Nel 1967 il biologo americano Roger Payne, che fino a quel momento si era occupato soprattutto di ecolocalizzazione in gufi e pipistrelli, ebbe occasione di ascoltare alcune di quelle registrazioni. Per lui fu una specie di rivelazione. “Era la prima volta che udivo l’abisso. Normalmente non si percepisce l’immensità dell’oceano quando si ascolta, ma quella notte io la sentii. […] È questo che fanno le balene: danno voce all’oceano, e la voce che gli donano è eterea e ultraterrena”. 

Dopo aver ascoltato le registrazioni più volte e averle convertite in spettrogrammi visualizzabili, Payne si convinse che nei suoni delle megattere vi erano delle sequenze fisse che si ripetevano. Le chiamò songs, canti, per analogia con quelle degli uccelli. A differenza di queste ultime, la cui durata si misura in secondi, i canti delle megattere potevano essere lunghi dai sette fino ai trenta minuti. Payne scoprì anche che la sequenza di temi sonori diversi prodotti dalle megattere tendeva a essere sempre la stessa, ad esempio a un pattern di tipo A seguiva invariabilmente un pattern di tipo B e poi C e così via. I suoni più potenti provenivano dagli esemplari maschi durante la stagione dell’accoppiamento.

Nel 1970 Payne scelse tre brani dalle registrazioni originali di Watlington, ve ne aggiunse due nuove ottenute insieme alla moglie Katy e dette alle stampe l’album Songs of the Humpback Whale. Fu un successo colossale e inaspettato: ben 125mila copie vendute e l’ingresso nella classifica Billboard degli album più venduti. Cantautori come Judy Collins e Pete Seeger videro in quei suoni una fonte di ispirazione; un brano dell’album fu inserito nella selezione di suoni e musiche del Golden record, il disco speciale inviato nello spazio con le sonde Voyager per offrire una sorta di campionario di suoni e immagini nel caso di un eventuale contatto con civiltà aliene.

Nel 1979, un flexi disc con alcuni estratti dell’album fu distribuito in oltre dieci milioni di copie come allegato della rivista National Geographic. Tuttora considerato la registrazione di suoni naturali più popolare della storia, l’album ebbe un ruolo decisivo nel sensibilizzare l’opinione pubblica contro la caccia alle balene, portando in breve tempo a una serie di iniziative negli Stati Uniti (il Marine Mammal Protection Act del 1972) e a livello globale (una proposta di moratoria internazionale lanciata nell’ambito delle Nazioni Unite sempre nel 1972 e poi giunta a compimento dieci anni dopo, seppure non accolta da tutti gli Stati).

Quando fu chiamato a dare la propria testimonianza come esperto a Washington, Payne fece ascoltare alcune registrazioni. La possibilità di sentire direttamente il canto delle megattere fu ben più influente di tanti appelli e documenti, così come (facendo le debite proporzioni) l’immagine Earthrise della Terra scattata nell’ambito delle missioni Apollo (1968) era stata di gran lunga più influente di tanti documenti per sviluppare una consapevolezza dell’importanza dell’ambiente e della fragilità del nostro pianeta.

“Nella divulgazione scientifica, aspetti quali il suono della voce, effetti sonori e musica hanno un ruolo spesso sottovalutato”.

Anche gli ambienti naturali possono avere un’identità sonora caratteristica. Nel suo libro Pianeta acustico lo studioso britannico Trevor Cox descrive alcuni luoghi particolarmente significativi dal punto di vista sonoro, come le dune di Kelso nel deserto del Mojave, in California, dove il canto rombante delle dune di sabbia (attribuito allo slittamento degli strati di sabbia prodotto dal vento) può arrivare fino a 110 decibel (niente da invidiare a un buon gruppo rock); oppure la cascata Dettifoss in Islanda, la più rumorosa d’Europa,  il cui suono opprimente è paragonato da Cox a quelli usati da alcuni servizi segreti per indurre nell’interrogato una forma di deprivazione sensoriale. All’opposto vi sono luoghi caratterizzati da silenzio estremo come le torbiere vicino alla foresta di Kielder, dove latitano perfino i suoni animali: un angolo di pace di cui a lungo l’associazione per la protezione delle aree rurali inglesi non voleva rivelare neppure le coordinate nel timore che la su pace acustica fosse turbata da visitatori curiosi. 

Molti suoni naturali hanno gradi diversi di potenziale informativo per esperti e non esperti: se tutti infatti riconosciamo i suoni che annunciano un temporale o il rombo del mare in tempesta, gli esperti di meteorologia possono utilizzare l’analisi di dati acustici per previsioni più accurate sulla ventilazione e sulle precipitazioni. 

Le varie forme di data sonification (sonificazione dei dati) rappresentano dati numerici in forma sonora anziché grafica. Una tecnica che ha una lunga tradizione (si pensi a come un contatore Geiger “traduce” in segnali acustici la rilevazione di radiazioni ionizzanti, segnalando una potenziale situazione di pericolo) ma che oggi può essere applicata a grandi quantità di dati in un’ampia varietà di ambiti di ricerca. Anche le sonificazioni possono essere utilizzate tanto come strumento di analisi scientifica quanto come mezzo di coinvolgimento del pubblico non specialistico. Archivi come Sonification Design offrono un’ampia selezione di sonificazioni su vari tipi di archivi: dal cambiamento climatico al traffico urbano, dai decessi nel Regno Unito durante la pandemia di Covid-19 all’impatto del turismo di massa sulle isole Baleari.

Nella divulgazione scientifica, aspetti quali il suono della voce, effetti sonori e musica hanno un ruolo spesso sottovalutato. Si pensi a come il timbro della voce abbia rappresentato un elemento performativo riconoscibile da parte del pubblico per celebri divulgatori come Carl Sagan, Richard Attenborough, Piero Angela (quello di Sagan fu fissato nell’immaginario anche dalla celebre parodia che ne fece il comico e conduttore televisivo Johnny Carson). 

Video o documentari su temi scientifici e naturalistici fanno ampio uso di effetti sonori per evocare specifici ambienti o addirittura per ricostruire paesaggi sonori perduti come quelli dell’epoca dei dinosauri o l’acustica originaria di luoghi come Stonehenge. Anche la fiction televisiva o cinematografica ispirata a temi e protagonisti della scienza è spesso caratterizzata da una sofisticata selezione degli elementi sonori: si pensi ad esempio a film come Interstellar o Oppenheimer. La scelta di questi elementi non è sempre accurata dal punto di vista scientifico, ma risponde a esigenze tipiche della dimensione narrativa e spettacolare. Studi di paleontologi come Julia Clarke della University of Texas suggeriscono che dinosauri come il Tyrannosaurus Rex non emettevano vocalizzazioni a bocca aperta, né tantomeno i minacciosi ruggiti che sentiamo in film come Jurassic Park, ma solo vocalizzazioni a bocca chiusa (per sonorizzare i dinosauri del film furono utilizzate registrazioni di barriti di elefanti, ruggiti di leoni e il ringhio del cane di uno dei tecnici del suono).

Oltre agli effetti sonori, gli stessi documentari e opere di fiction possono ovviamente utilizzare composizioni musicali originali che richiamano temi e concetti del mondo scientifico. 

Infine, vi sono numerosi esempi di brani musicali ispirati alla scienza e ai suoi protagonisti, dalla musica classica al pop. Alcuni di questi esempi sono interessanti, e meritano senz’altro un articolo dedicato. Anche se magari non hanno avuto l’impatto, né il riscontro di pubblico, di quell’album di canti delle balene che smosse le coscienze degli ascoltatori cinquant’anni fa.

Massimiano Bucchi

Massimiano Bucchi , sociologo e scrittore, insegna Scienza, Tecnologia e Società all’Università degli Studi di Trento, dove dirige anche il Master internazionale SCICOMM Communication of Science and Innovation.

È stato visiting professor in Asia, Europa, Nord America e Oceania. Il suo libro più recente è Idee che cambiano il mondo (Boringhieri, 2025).

Dal 2016 al 2019 è stato editor in chief della rivista accademica Public Understanding of Science (SAGE).

Collabora con il Corriere della Sera, Il Foglio. Ha ideato e curato per sei anni la rubrica sull’innovazione “Da dove viene” per la trasmissione televisiva Superquark (Rai1) condotta da Piero Angela.

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