Sempre più pericolose e numerose anche in luoghi dove fino a qualche anno fa non c'erano, sono responsabili di borreliosi, morbo di Lyme, allergia alla carne di mammifero e complicanze neurologiche, ma la loro invasività è più complessa di quanto sembra.
Gianna Sommavilla, una signora di 76 anni di Ziano di Fiemme, in Trentino, era stata morsa da una zecca l’8 giugno nei prati vicino casa. Nelle ore seguenti erano comparsi i primi disturbi, subito riconosciuti dai familiari, che l’avevano portata al Pronto soccorso di Cavalese. Lì i medici avevano iniziato la profilassi, ma la donna non sembrava rispondere e, anzi, continuava a peggiorare. Per questo il 20 giugno era stata trasferita all’Ospedale Santa Chiara di Trento, in terapia intensiva, dove il 10 luglio è deceduta a causa dei danni di un’encefalite virale.
Quella vicenda, così drammatica e inattesa, ha acceso un faro sulle grandi protagoniste delle ultime estati: le zecche, sempre più numerose e pericolose, anche in luoghi dove fino a qualche anno fa non sarebbero mai state segnalate.
L’allarme è fondato, perché le zecche possono trasmettere infezioni batteriche come la borreliosi (dal batterio Borrelia burgdoferi) che nella maggior parte dei casi si risolve con una terapia antibiotica, ma che a volte può dare infiammazioni molto più gravi e addirittura incurabili. Possono anche trasmettere virus (come gli orthoflavivirus e gli othonairovirus), come nel caso della vittima trentina, che sono più difficili da curare, e che più facilmente degenerano in complicanze neurologiche. E possono provocare una grave allergia, la sindrome da alfa gal o allergia alla carne di mammifero (MMA), che nel 2022 ha fatto la sua prima vittima in Australia, e nel 2024 ne ha fatto una seconda negli Stati Uniti, stando a ciò che è stato finora dimostrato (ma è probabile che ve ne siano altre, non riconosciute).
Non solo. Lo stesso batterio che può provocare la borreliosi è responsabile anche della malattia di Lyme, di gran lunga più frequente e causa di una sindrome post virale molto nota, simile a quella che colpisce alcuni dei malati di Covid (il cosiddetto Long Covid), che può compromettere seriamente la qualità della vita per anni e sulle cui cause ci sono ancora poche certezze, e ancor meno terapie.
L’impatto delle zecche negli ultimi anni è aumentato a dismisura. Solo per quanto riguarda la malattia di Lyme, si stima che negli Stati Uniti i casi siano 476.000 all’anno, in Europa 132.000; in Italia le nuove diagnosi sono circa 500 all’anno. A causa del riscaldamento del clima, dell’antropizzazione e del suo contrario, cioè dell’abbandono delle zone boschive e in generale degli squilibri dell’ecosistema, diversi tipi di zecche sono sempre più diffusi e i loro areali sono più contigui a quelli antropizzati come i prati vicino a casa della signora Sommavilla.
Le zecche, in realtà, ci accompagnano da sempre: quelle del genere Ixodes, responsabili della borreliosi, succhiavano anche il sangue di Oetzi, la mummia del Similaun, vissuto tra il 3300 e il 3100 a.C. (ne sono state trovate tracce genetiche), ma oggi la loro presenza invasiva è qualcosa di molto diverso, che racchiude in sé molti elementi delle crisi causate dall’uomo, come dimostrano due vicende esemplari, quella relativa alla scoperta della borreliosi e alla successiva messa a punto del vaccino, e quella della sindrome da alfa gal.
Nel 1982 venne identifico il batterio della borreliosi. Quello che ebbe inizio in quel momento fu una vicenda che ebbe una parabola del tutto inattesa, che ricorda ciò che si vede ai giorni nostri quando si parla di malattie infettive, di zoonosi e di vaccini.
La stragrande maggioranza delle zoonosi che arrivano dalle zecche si riassume in un nome: Lyme, da una cittadina del Connecticut dove negli anni Settanta, all’improvviso, fu segnalato un cluster (un numero eccessivo di casi rispetto alle medie attese) di artrite giovanile. Un evento molto strano, dal momento che l’artrite ha origini autoimmuni ed è una malattia reumatica che colpisce i bambini (ma a Lyme c’erano anche pazienti adulti), e soprattutto non si trasmette da persona a persona. Qualcosa non tornava in quell’epidemia che durava da anni, e il giovane reumatologo Allen Streere, del Massachussetts General Hospital di Boston, voleva vederci più chiaro.
Giunto sul posto, si trovò di fronte a sintomi piuttosto atipici, oltre alla febbre e ai dolori reumatici e a un grave affaticamento (la cosiddetta fatigue). I pazienti presentavano eritemi dalle forme bizzarre che apparivano e sparivano, e poi complicanze neurologiche, gonfiore facciale, rigonfiamenti alle giunture. In città si pensava a qualche tossina ambientale nell’acqua o nel cibo, ma il misterioso contaminante non si trovava. Solo nel 1981 Willy Burgdofer, un ricercatore che stava studiando la febbre purpurica delle Montagne Rocciose (RMSD), a sua volta provocata dal morso di un’altra zecca, che tipicamente si trova sui cervidi, e che trasmette una Rickettsia rickettsii (un batterio che dà anch’esso un eritema e altri sintomi), ipotizzò che i contagi passassero appunto dai cervi selvatici, molto presenti nella zona.
In effetti era così e la colpa, come comprese lo stesso Burgdofer, era delle zecche che li infestavano. Oltretutto, le prede preferite delle zecche non erano i mammiferi di taglia grande, ma quelli piccoli come le talpe. Il batterio in questione era una spirocheta, della stessa famiglia di quelle che provocano la sifilide, ribattezzata Borrelia burgdoferi. Era il 1982, e si pensò che presto sarebbero arrivati gli antibiotici giusti, e magari un vaccino.
Quello che ebbe inizio in quel momento fu una vicenda che ebbe una parabola del tutto inattesa, che ricorda ciò che si vede ai giorni nostri quando si parla di malattie infettive, di zoonosi e di vaccini: un fenomeno mediatico, accompagnato da una sorta di condizionamento di massa, per veicolare il quale non furono necessari neppure i social.
Nel giro di pochi mesi le segnalazioni di focolai di borreliosi in paesi anche molto distanti crebbero a dismisura, sempre in luoghi dove erano presenti zecche, e soprattutto in certi periodi dell’anno. E iniziarono a farsi sentire i pazienti con le sindromi croniche.
L’interesse del pubblico inizialmente sostenne la ricerca, che fino a quel momento si era occupata poco dei rari casi di punture di zecche, e si capì così che il ciclo vitale della spirocheta era di una complessità insospettata che ricordava, per alcuni aspetti, quella della malaria: difficilmente un solo farmaco sarebbe riuscito a stroncare quella riproduzione così articolata. Oltretutto, dal punto di vista clinico, i sintomi erano difficili da riconoscere e attraversavano varie fasi, e tra queste solo la prima era riconoscibilissima. Poche ore dopo il morso, infatti, compariva un eritema detto “a bersaglio”, con due cerchi concentrici. Purtroppo non si vedeva in tutti, ma solo in tre quarti di coloro che erano stati morsi. Moltissime persone non si accorgevano affatto di esserlo state e, nelle prime ore, non davano alcun peso a quello strano sfogo che si manifestava per lo più nelle giunture, o sul tronco, o su qualunque parte del corpo potesse essere entrata in contatto con una zecca, che cambiava velocemente forma, e poi spariva.
Nella fase successiva, chiamata “disseminata”, le spirochete si diffondevano attraverso il circolo sanguigno in quasi ogni distretto corporeo, cervello compreso, e per questo potevano dare luogo a una quantità di sintomi diversi a seconda delle caratteristiche genetiche e biologiche dell’ospite, e del ceppo (o della variante) di Borrelia presente.
Se non identificata e trattata, la borreliosi dava luogo a una malattia che durava anni, come stava accadendo ad alcuni abitanti di Lyme, e che poteva avere gravi conseguenze, soprattutto di tipo neurologico e reumatico. Il rebus era sempre più ingarbugliato, e si giunse alla conclusione che la strada più semplice sarebbe stata quella del vaccino, una volta identificato un antigene adatto a stimolare la risposta dell’ospite.
Nei mesi successivi i trial clinici centinaia di persone denunciarono di aver sviluppato una malattia autoimmune e vari tipi di altri disturbi a causa della vaccinazione. La malattia era reale, ma a provocarla non era il vaccino, bensì la sindrome post virale.
Dopo qualche anno, verso la fine degli anni Novanta, la soluzione sembrava vicinissima: l’allora SmithKline Beecham, azienda farmaceutica leader nel campo della vaccinologia, mise a punto il LYMErix, un vaccino basato su una proteina della Borrelia chiamata OspA che, se data insieme a un adiuvante, induceva una risposta immunitaria potente e specifica. Si trattava di un vaccino classico, a proteina ricombinante: niente di strano insomma e, anzi, era la forma più moderna di vaccino, introdotta da poco (e ben prima di quelli a mRNA). I trial clinici, condotti su oltre diecimila persone, avevano dimostrato che era efficace al 76% negli adulti e al 100% nei bambini, e che gli effetti collaterali non destavano alcuna preoccupazione.
Il 21 dicembre 1998 la FDA approvò LYMErix, e anche l’Europa lo fece poco dopo, perché la formulazione comprendeva tre varianti della proteina prodotte dalle specie presenti nel vecchio continente, in parte diverse da quelle nordamericane. La Borrelia sembrava destinata all’eradicazione. Ma le cose andarono diversamente.
Nei mesi successivi centinaia di persone denunciarono di aver sviluppato una malattia autoimmune e vari tipi di altri disturbi a causa della vaccinazione. La malattia era reale, ma a provocarla non era il vaccino, bensì la sindrome post virale. In quella visione distorta, la responsabile sarebbe stata proprio la proteina OspA che, in quanto analoga a una fantomatica proteina umana, ovviamente mai individuata, avrebbe confuso il sistema immunitario, che avrebbe quindi iniziato a reagire contro le cellule dell’organismo. Su questa teoria priva della benché minima prova scientifica, negli Stati Uniti furono intentate migliaia di cause contro quella che, nel frattempo, era diventata GlaxoSmithKline.
I pazienti accusarono anche Allen Steere di essere parte del complotto, come se aver descritto la OspA fosse una colpa, e non un merito. Steere affermò sempre che non c’era alcuna prova dell’esistenza di qualche rapporto tra il vaccino e la sindrome post virale, ma continuò a essere chiamato in causa e minacciato di morte, al punto che gli venne assegnata una scorta armata.
Intanto, però, nel 1999 era partita una class action che costrinse i Centres for Diseases Control e la Food and Drug Administration ad approfondire, passando al setaccio oltre 900 pubblicazioni uscite negli ultimi anni. Non ne venne fuori nulla, nessun legame dimostrabile tra LYMErix e malattie autoimmuni o di altro genere.
Per il vaccino, però, era tardi: nessuno lo voleva, e l’azienda alla fine lo ritirò nel 2002, a soli tre anni dal lancio.
La vicenda è stata ripercorsa in un articolo pubblicato su Nature nel 2006 nel quale uno degli sviluppatori del vaccino, Markus Simon, del Max Plank Institute di Friburgo, in Germania (Paese da sempre flagellato dalla Lyme), ha ricordato che non c’è mai stato alcun motivo scientifico per condannare quel vaccino. Un altro articolo, del 2007, pubblicato dagli esperti di Harvard su Epidemiology & Infection, e significativamente intitolato il Vaccino contro la Lyme: un ammonimento, ha ribadito l’insensatezza di tutta la parabola del LYMErix.
Oggi sono in studio alcuni vaccini, il più avanti dei quali si chiama VLA15 ed è in sviluppo da parte di Pfizer e Valneva. Secondo quanto reso noto nella scorsa primavera, i dati delle fasi 3 delle sperimentazioni cliniche hanno dimostrato un’efficacia del 70% e l’autorizzazione è attesa a breve. Il suo target? La proteina OspA, che torna in scena. Con un ritardo immotivato di oltre tre decenni.
L’alfa gal è molto rappresentato nella carne e in decine di alimenti di derivazione animale tra i quali le gelatine e il latte, come pure in numerosi cosmetici e farmaci, e chi è allergico è quindi esposto costantemente a reazioni potenzialmente gravi.
L’altra vicenda che sta iniziando a sua volta a preoccupare è quella dell’allergia alla carne di mammifero o MMA, che nel novembre del 2024 ha fatto registrare quella che si credeva essere la prima vittima, un uomo di 47 anni la cui storia è stata raccontata dall’allergologo Thomas Platts-Mills, dell’università della Virginia di Charlottesville, sul Journal of Allergy and Clinical Immunology .
L’uomo è morto per la sindrome da alfa gal, descritta per la prima volta nel 2007 dall’allergologa australiana Sheryl Van Nunen; alfa gal è l’abbreviazione di galattosio-alfa-1,3-galattosio, uno zucchero che si trova soprattutto nella carne della maggior parte dei mammiferi e in decine di altre fonti, ma non nei primati.
Le zecche delle specie Lone Star, Amblyomma americanum negli Stati Uniti, Ixodes holocyclus in Australia, Ixodes ricinus in Europa e Ixodes nipponiensis in Asia, nutrendosi del sangue di vari mammiferi, oltre a virus e batteri assumono anche l’alfa-gal, che trasferiscono all’uomo tramite il morso. Una volta iniettato, lo zucchero è riconosciuto come estraneo e se introdotto una seconda volta, con un’altra morsicatura, scatena una potente produzione di anticorpi di tipo IgE, tipici della reazione allergica che, come tutte le allergie, può avere diversi gradi di gravità e può diventare fatale. L’alfa gal, d’altronde, è molto rappresentato nella carne e in decine di alimenti di derivazione animale tra i quali le gelatine e il latte, come pure in numerosi cosmetici e farmaci, e chi è allergico è quindi esposto costantemente a reazioni potenzialmente gravi.
Secondo la ricostruzione effettuata, la prima manifestazione dell’allergia risale all’estate del 2024 quando l’uomo, un pilota, mentre era in campeggio con moglie e figli aveva mangiato una bistecca. Erano le 22, e poche ore dopo, verso le due, si era sentito male, mostrando sintomi gastrointestinali quali vomito, mal di pancia e nausea. Poi si era un po’ ripreso, anche se aveva confidato al figlio di aver temuto per la propria vita. Due settimane dopo, a cena, verso le 19, aveva mangiato un hamburger di manzo. Alle 19:37 il figlio lo aveva trovato riverso in bagno, privo di conoscenza, e neppure i tentativi di rianimazione, portati avanti per due ore dai soccorritori, erano serviti a qualcosa: alle 22:22 l’uomo era deceduto.
Erano bastate quindi meno di quattro ore per passare dalla salute al decesso, e per questo era stata effettuata un’autopsia che, però, non aveva chiarito nulla. Quella morte era un mistero, ma la moglie, non soddisfatta del referto che recitava “morte improvvisa inspiegabile”, si era rivolta all’équipe di Platts-Mills che, dopo aver analizzato alcuni campioni, aveva scoperto che l’uomo aveva avuto una reazione violentissima all’alfa gal. Interrogata sulla possibilità che il marito fosse mai stato punto da una zecca, la donna aveva risposto che era successo l’anno prima, ma non di recente. Tuttavia, insistendo, l’allergologo aveva scoperto che poche settimane prima il marito presentava intorno alle caviglie delle punture da chigger (acari). In realtà spesso si tratta dei segni delle larve di zecche Lone Star, non riconosciute come tali.
Poche settimane dopo è arrivato il resoconto di quella che potrebbe essere stata la vera prima vittima, nel 2022: un quindicenne australiano di nome Jeremy Webb, la cui storia è sovrapponibile a quella del pilota, anche nella parte in cui un parente – la madre – insiste per avere una vera causa della morte del figlio.
Negli ultimi anni i casi di sindrome da alfa gal sono aumentati in tutto il mondo in modo speculare alla diffusione delle zecche e all’accresciuta consapevolezza tra i medici, e anche se al momento in Italia sono pochi l’attenzione è alta, perché le previsioni sono di un aumento dei casi. Le zecche entrano infatti sempre più spesso in contatto con gli esseri umani. E poiché la maggior parte degli esseri umani mangia molta carne – alimento la cui produzione intensiva è una delle cause dell’aumento delle zecche – il pericolo è concreto.
Come le zanzare, in crescita in tutto il mondo e sempre più all’origine di malattie per quali spesso non ci sono cure o vaccini, anche le zecche ci ricordano ogni giorno che continuare a perseguire un modello di sviluppo come quello attuale, al di là degli aspetti etici, non è una strategia lungimirante né tantomeno vincente. Se non altro perché il conto, alla fine, lo paghiamo noi.