Sono talmente tante che hanno spento diverse centrali nucleari e riempiono le reti dei pescatori più dei pesci. Diversamente dagli altri abitanti del mare, le meduse si adattano perfettamente a un mondo antropico. Ma come si vive in un oceano lattiginoso?
Somiglia a una medusa. È una gelatina divisa in quattro lobi che fluttua in mare brillando al buio. La noce di mare, o Mnemiopsis leidyi, è una specie aliena che arriva dalle coste atlantiche americane e che nel Mediterraneo è sempre più presente. Nelle ultime settimane, però, gli allarmi arrivano dal Mar Baltico dove questo animale si sta espandendo, nutrendosi delle uova e delle larve dei pesci locali, dei molluschi e di altri piccoli organismi, causando danni enormi alla biodiversità locale.
Nello stesso periodo il Guardian riporta una testimonianza di “raduni” di meduse quadrifoglio e meduse brune che avvolgono i surfisti a largo del Devon, nelle acque del canale di Bristol, lungo le coste nell’Inghilterra occidentale, mentre, secondo il The Korea Herald, gli avvistamenti nelle acque coreane della gigante medusa di Nomura si sono quintuplicati in un anno. Nel frattempo, in Calabria è boom di incontri con le caravelle portoghesi, che si sono anche spiaggiate a San Sebastián, nei Paesi Baschi, e a Trieste il mare diventa lattiginoso, con migliaia di meduse che si ammassano tra il Molo Audace e la costa creando distese fluttuanti di forme bianche e trasparenti.
Questi organismi si definiscono generalmente specie gelatinose perché i tessuti dei loro corpi sono costituiti da tessuti composti da collagene, proteine che danno elasticità e zuccheri, che sono fortemente idratati tanto che l’acqua costituisce il 95-98% del peso, e risultano particolarmente gelatinosi alla vista e al tatto. Si tratta di specie molto diverse tra loro, ma con modalità di diffusione comuni.
La noce di mare è un invertebrato marino classificato tra gli ctenofori, i “portatori di pettini” (dal greco: ktenos, “pettine” e phoron, “che porta”), piccole palette bioluminescenti che consentono un movimento lento, mentre le caravelle portoghesi sono in realtà dei sifonofori, aggregazioni di individui specializzati in ruoli diversi ma reciprocamente dipendenti, che possono causare ferite anche letali. Tra le meduse, poi, esistono molte categorie genericamente identificate dalla presenza di un ombrello gelatinoso da cui si propagano verso il basso alcuni tentacoli urticanti.
Ciò che unisce questi diversi organismi, oltre alla consistenza, è il loro spostamento che avviene con la corrente: in quanto animali planctonici (o zooplancton), non sanno contrastare la forza dell’acqua in senso orizzontale, e si lasciano trasportare da un luogo all’altro. La definizione stessa di plancton, scelta dal biologo tedesco Victor Hensen nel 1887 da planktós che in greco significa, appunto, “vagabondo” o “errante”, racchiude in sé tutti gli organismi fluttuanti in balìa della corrente. La loro concentrazione in specifiche aree geografiche, dunque, è spesso dovuta alle dinamiche dei flussi sottomarini, al movimento delle acque e ai venti che, in luoghi come il Golfo di Trieste, favoriscono il bioaccumulo.
Tuttavia, spesso non si tratta solo di concentrazione ma di una reale moltiplicazione: nei mari del mondo si assiste a un generale aumento della loro presenza (come ha mostrato uno studio pubblicato su Environment International che ha riunito i dati delle presenze dal 1960 al 2019), in particolare nei momenti di bloom, le fioriture, quando un insieme di precise condizioni ambientali e climatiche ne favorisce la riproduzione e ne aumenta la velocità di sviluppo.
Le meduse sono tra gli animali più antichi della Terra, comparsi negli oceani oltre 500 milioni di anni fa, hanno saputo sopravvivere a continue trasformazioni e oggi incontrano condizioni con cui altre specie faticano a convivere, ma a cui loro riescono ad adattarsi
Già dagli anni Cinquanta, gli sciami di meduse segnalati nelle catture di pesce erano aumentati in tutto il mondo e lungo le coste italiane gli avvistamenti si sono decuplicati negli ultimi dieci anni. L’incremento di meduse è diventato motivo di preoccupazione nei primi anni Ottanta, quando un’imponente proliferazione di Pelagia noctiluca (una medusa che va dal marrone al violetto con delle piccole macchie più scure ed è piuttosto urticante) ha interessato quasi l’intero bacino del Mediterraneo, compreso il Mare Adriatico, dove le fioriture di questa specie erano state segnalate a partire dal 1977. L’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, allora, aveva avviato un progetto di ricerca classificando questi organismi come una forma di inquinamento biologico.
Ma le difficoltà dell’epoca di tenere una traccia costante di queste proliferazioni incontrollate in molti luoghi distinti, insieme all’estemporaneità e alla difficoltà di previsione stessa dei bloom, rendeva complesso approfondire le ricerche. Il progetto si arenò in pochi anni, ma nel frattempo in diverse parti del mondo erano cominciati i campionamenti e le analisi sulla presenza e la possibile prevalenza di organismi gelatinosi.
Nel 2007 il governo scozzese aveva già pubblicato una review che attribuiva ai bloom cause antropogeniche. E nel 2009 l’esperto di impatto umano sugli oceani Anthony Richardson, professore della University of Queensland, in Australia, ha firmato un articolo per la rivista Trends in Ecology and Evolution su quella che definiva “la folle corse delle meduse”, individuando cause, conseguenze, e risposte gestionali per quello che già descriveva come un futuro più gelatinoso.
Di fronte a un oceano che cambia, infatti, le meduse e le altre specie gelatinose si stanno dimostrando molto abili nell’adattamento: tra gli animali più antichi della Terra, comparsi negli oceani oltre 500 milioni di anni fa, hanno saputo sopravvivere a continue trasformazioni e oggi incontrano condizioni con cui altre specie faticano a convivere, ma a cui loro riescono ad adattarsi, come l’aumento della temperatura dei mari, l’acidificazione degli oceani, l’eutrofizzazione delle aree costiere e l’espansione delle zone povere di ossigeno.
Le meduse, infatti, sono in grado di immagazzinare ossigeno nei loro tessuti, per sfruttarlo nelle acque ipossiche. A questo si aggiunge l’aumento delle strutture e infrastrutture artificiali costruite non lontano dalla costa o con piattaforme offshore che offrono maggiori superfici per il radicamento dei loro polipi: nello stadio giovanile, infatti, restano attaccati a substrati naturali o artificiali e non appena le condizioni diventano favorevoli rilasciano rapidamente un gran numero di larve che proliferano in tutta la colonna d’acqua.
Al contempo, la pesca industriale può causare la diminuzione dei nemici naturali che questi invertebrati hanno nell’oceano: pesci come il tonno, crostacei e molluschi, oltre alle tartarughe, che spesso vengono catturati accidentalmente nelle attività di pesca, e anche i piccoli pesci come sardine e acciughe che sono loro competitor per lo stesso cibo, lo zooplancton.
Nel frattempo, le conseguenze sulle nostre attività di questa proliferazione si vedono già. Sempre più spesso i pescatori recuperano reti colme di meduse invece che di pesci. Ma anche gli stabilimenti balneari e le strutture turistiche possono rimetterci nei periodi in cui entrare in acqua diventa pericoloso.
D’altra parte, se le meduse aumentano, anche le tartarughe e i pesci luna possono trovare più nutrimento, così che, secondo una proiezione fatta nel 2013 da Ferdinando Boero, professore emerito di Zoologia dell’Università del Salento ed ex presidente della Fondazione Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn, un mare con più meduse può diventare un mare con più specie medusivore. Uno studio di un team di scienziati guidati da Boero, pubblicato nel rapporto della Iucn Explaining Ocean Warming: causes, scale, effects and consequences del 2016, già annunciava una sostanziale espansione di distribuzione, con l’aumento delle temperature che spinge le specie marine tropicali, tra cui quelle gelatinose, verso le fasce temperate, da cui si spostano altri organismi che si muovono verso i poli.
Inoltre, secondo lo studio, l’aumento delle temperature potrebbe estendere i periodi riproduttivi delle meduse tipiche delle medie latitudini e migliorare la sopravvivenza invernale delle specie tropicali che si espandono nelle acque temperate. Il lavoro, poi, prendeva in analisi diverse specie di meduse tra cui la Pelagia noctiluca e il polmone di mare (una grossa medusa bianca con bordi sfrangiati blu-viola) riportando un aumento di avvistamenti lungo le coste italiane che dal 2009 al 2015 è passato per la prima da 96 a 788 e per la seconda da 66 a 1179. Ma non tutte le meduse sono così facilmente visibili, tanto che alcune specie sono ancora da scoprire: quelle comprese nella classe degli idrozoi sono molto piccole, e sono ancora in fase di studio.
Scrive Boero in Le piume di Darwin, uscito a luglio 2026 per Laterza: «L’elenco degli idrozoi del Mediterraneo, redatto negli anni Cinquanta, ammontava a circa 200 specie; nel 2004 ho pubblicato, con alcuni colleghi, una monografia sugli idrozoi del Mediterraneo e la lista era raddoppiata. Con il proseguire degli studi sulla biodiversità, il numero delle specie continua ad aumentare: invece di diminuire pare che la biodiversità aumenti». Per sapere esattamente quante specie, e in quali quantità, ci sono nei mari, dunque, servono più dati con analisi costanti che consentano di mappare le presenze e le dinamiche di espansione.
Nel frattempo, le conseguenze sulle nostre attività di questa proliferazione si vedono già. Sempre più spesso i pescatori recuperano reti colme di meduse invece che di pesci. Ma anche gli stabilimenti balneari e le strutture turistiche possono rimetterci nei periodi in cui entrare in acqua diventa pericoloso. Gli sciami, poi, possono ostruire le prese d’acqua di raffreddamento delle centrali nucleari e degli impianti di desalinizzazione, costringendoli a sospendere temporaneamente le attività. È ciò che è capitato il 10 agosto 2025, quando uno sciame gelatinoso ha raggiunto i filtri delle stazioni di pompaggio della centrale nucleare di Gravelines della società francese EDF e ha attivato lo spegnimento automatico di tre reattori, fino al totale blocco quando se n’è spento anche un quarto. La centrale, infatti, preleva l’acqua da un canale collegato al Mare del Nord, la pompa fino all’impianto e la direziona verso i reattori, dove il liquido incamera il calore generato dalle reazioni e consente ai dispositivi di raffreddarsi.
In passato lo stesso fenomeno è stato responsabile della chiusura di centrali nucleari e a carbone in Svezia, Giappone e Stati Uniti, e nel 1999 le Filippine hanno vissuto un grave blackout che inizialmente fu collegato al bug Y2K, un errore informatico legato alla memorizzazione delle date, o a un colpo di Stato, ma in realtà fu causato proprio da un aumento di meduse.
Gestire le popolazioni di questi invertebrati resta una sfida, anche perché le dinamiche relative allo stadio di polipo sono ancora poco conosciute. La sua ecologia, i tassi di mortalità e i fattori che ne determinano il successo nell’attaccamento sono infatti ancora in gran parte da chiarire. Per questo motivo il maggior numero degli interventi di gestione è di natura reattiva piuttosto che preventiva. La soluzione, però, passa dall’affrontare le cause profonde della proliferazione delle meduse: la pesca eccessiva e l’inquinamento. Come prescrive il Marine National Park Headquarters gestito dal Ministero dell’Interno della Cina, ripristinare le popolazioni di pesci e tartarughe, ridurre il deflusso di nutrienti e migliorare la progettazione degli habitat e delle infrastrutture costiere può contribuire gradualmente a riportare gli ecosistemi marini verso una maggiore stabilità.
Le meduse sono considerate una prelibatezza culinaria ad alto valore nutritivo e basso contenuto calorico, con diversi benefici per la salute, tra cui il miglioramento della digestione e trattamento dell’ipertensione e del dolore osseo.
Al contempo, come citato da Ferdinando Boero nella Review of jellyfish blooms in Mediterranean and Black Sea pubblicata dalla FAO nel 2013, alcune grandi meduse come per esempio il polmone di mare vengono spesso accompagnati da giovanili di varie specie ittiche, che possono beneficiare così di protezione e di opportunità di alimentazione.
Lo stesso vale per noi, considerato che la pesca del plancton, con le meduse tra le prime posizioni, fa parte di pratiche culturali e regimi alimentari di diversi Paesi come Cina e Giappone, dove sono ingrediente importante di molti piatti tradizionali. Come riporta uno studio pubblicato da bioScience a settembre 2025, L’inestimabile valore del plancton dell’umanità, infatti sono considerate una prelibatezza culinaria ad alto valore nutritivo e basso contenuto calorico, con diversi benefici per la salute, tra cui il miglioramento della digestione e trattamento dell’ipertensione e del dolore osseo.
Non solo. Le meduse potrebbero rappresentare un elemento di valore anche in ambito sanitario: secondo uno studio uscito su Theoretical e natural Science a giugno 2026 la combinazione di composti derivati dalle meduse, tra cui veleno e collagene, se uniti alla terapia convenzionale, può migliorare i risultati dei trattamenti antitumorali.
A questo si aggiunge l’importanza della bioluminescenza e della fluorescenza, di cui l’umanità ha già ampiamente beneficiato in passato, creando biolampade fatte con la gelatina spalmata su un supporto (o quantomeno così raccontava di fare Plinio il Vecchio, nell’Antica Roma, strofinando quella che oggi pensiamo essere Pelagia noctiluca su un bastone). Le proteine fluorescenti delle meduse, infatti, possono aiutare a localizzare e tracciare la distribuzione di alcuni tumori nella ricerca oncologica. A scoprire la Green Fluorescent Protein (GFP), la macromolecola che nella medusa Aequorea victoria, o cristal jelly, emette luce fluorescente verde e che ancora oggi è usata tra i biomarcatori, furono i chimici Osamu Shimomura, Martin Chalfie e Roger Tsien, che per questa ricerca vinsero il premio Nobel nel 2008.
Ancora, il collagene estratto dal polmone di mare e da altre specie può essere usato come principio anti-età in cosmetica e nutraceutica, oppure i tessuti gelatinosi possono essere usati come fertilizzanti naturali, tanto che sono già stati impiegati come alternativa ecologica ai concimi tradizionali nelle risaie o nell’acquacoltura. Infine, la Stazione Spaziale Internazionale ne studia gli spostamenti fluttuanti, usando le meduse come modello per analizzare gli effetti che la gravità ha sui loro tessuti e sulla loro locomozione, e contribuendo in questo modo al progredire delle conoscenze nel campo della biologia spaziale.
Molti sono i modi in cui questi animali possono essere integrati nella nostra economia e possono portare benefici alle nostre attività. Questo non vuol dire che debbano risultare innanzitutto come risorsa, né che vadano eliminati unicamente in quanto problema per i nostri bagni estivi. Resta, però, che possono danneggiare le altre specie con cui condividono l’habitat, specialmente quando si tratta di organismi esotici invasivi che non hanno nemici naturali nei luoghi di nuova colonizzazione, come nel caso delle noci di mare. Ma rispetto a quanto è già avvenuto in altre occasioni e in altre epoche, questa volta alla radice di un grande cambiamento ci siamo noi.