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Elisa Palazzi
El Niño è il miglior osservatorio climatico possibile

El Niño È Il Miglior Osservatorio Climatico Possibile
clima Scienza

L'oscillazione climatica che ogni 5 anni in media colpisce l'area orientale del Pacifico equatoriale funziona come un enorme sasso lanciato in uno stagno: agisce di riflesso su tutto il mondo. Ma un pianeta già surriscaldato amplifica la sua azione e lo rende una preziosa occasione per comprendere il cambiamento attuale.

Nei giorni di fine maggio in cui scrivevo questo articolo, il Mediterraneo e l’Europa centro-occidentale si trovavano sotto una vera e propria “cupola di calore”: un’area di alta pressione persistente di origine subtropicale – l’anticiclone africano – che intrappola l’aria calda negli strati bassi dell’atmosfera e ostacola il ricambio delle masse d’aria. Questo ha determinato temperature ben superiori alla media stagionale, accompagnate da notti insolitamente calde. I numeri parlano chiaro: tutto il Nord Italia ha registrato valori di 8-9°C in più rispetto a quelli tipici di fine maggio, e i primati storici per le temperature primaverili sono stati superati anche in molti altri paesi europei, tra cui Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi.

Diversi giorni consecutivi con temperature elevate aumentano i rischi per la salute, specialmente nei grandi centri urbani. In Italia, il ministero della Salute ha attivato i bollettini sulle ondate di calore per i ventisette capoluoghi monitorati. Il 28 maggio sono scattati i primi bollini rossi del 2026 in quattro città – Bologna, Firenze, Roma e Torino. Il giorno prima, quindici città italiane erano in allerta arancione. Un quadro simile, sempre più frequente negli ultimi anni, si inserisce in un contesto climatico più ampio caratterizzato da ondate di calore più intense, durature e precoci rispetto al passato, in risposta al riscaldamento globale di origine antropica. 

Da qualche settimana si fa anche un gran parlare di caldo estremo in relazione a un altro fenomeno che gioca un ruolo centrale nella dinamica del clima regionale e globale, capace di influenzare periodicamente temperature e regimi delle precipitazioni in diverse parti del mondo: El Niño. Si tratta di un meccanismo naturale del sistema oceano-atmosfera che compare ogni due-sette anni – con una media di circa cinque – al largo delle coste di Perù ed Ecuador attorno al periodo natalizio, da cui il nome El Niño (il Bambino, che si riferisce a Gesù Bambino). Per molto tempo il termine El Niño è stato usato dai pescatori di Ecuador e Perù per descrivere l’arrivo di una corrente calda, povera di nutrienti, che riduce la pescosità di quelle acque. Questi episodi, che culminano normalmente a fine dicembre, erano interpretati come il segno che ci si dovesse fermare con la pesca per celebrare il Natale, l’arrivo del Bambinello.

In condizioni normali, le acque superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale sono più calde nella parte occidentale, tra Indonesia e Australia, dove i venti Alisei che soffiano da est spingono e “accumulano” verso ovest una vasta massa di acqua calda (cui si dà il nome di warm pool, piscina calda). Questa spinta verso ovest favorisce contemporaneamente la risalita di acque profonde e fredde verso est lungo le coste del Perù, in una zona chiamata cold tongue, lingua fredda, alimentando così una delle aree di pesca più produttive del mondo, dato che le acque profonde sono ricche di nutrienti.

El Niño è un evento in cui la cold tongue si riscalda in modo anomalo, registrando un incremento di temperatura di almeno 0,5°C rispetto alla media stagionale per una durata non inferiore ai cinque mesi. Il riscaldamento è dovuto a un indebolimento dei venti Alisei e a un conseguente spostamento verso est delle acque più calde solitamente accatastate a ovest; allo stesso tempo si riduce la risalita in superficie delle acque profonde e fredde. Ne consegue un maggior rilascio di calore dall’oceano all’atmosfera, che porta a una temperatura media globale più alta. Tra gli eventi El Niño degli ultimi decenni degni di nota si ricordano quello del 1982-83, 1997-98 (il più intenso del ventesimo secolo), 2015-16 e 2023-24 che ha contribuito alle temperature globali record osservate nel 2024, l’anno più caldo mai misurato.

Queste perturbazioni però non restano confinate ai tropici ma si propagano attraverso l’atmosfera sotto forma di onde planetarie che raggiungono latitudini molto lontane: un aumento delle precipitazioni in alcune zone dell’America del Sud meridionale, degli Stati Uniti meridionali, di parti del Corno d’Africa e dell’Asia centrale, e allo stesso tempo condizioni più secche in America Centrale, nell’America del Sud settentrionale, nei Caraibi, in Australia, Indonesia e in alcune aree dell’Asia meridionale.

Per valutare (o prevedere) l’intensità di El Niño si analizzano le temperature superficiali dell’oceano in una regione specifica del Pacifico equatoriale: se sono superiori a 0,5°C rispetto alla climatologia indicano un evento di El Niño standard, oltre 1,5°C un evento forte, oltre 2°C un super El Niño (anche se quest’ultimo non è un termine ufficiale). Un anno con un forte El Niño risulta non solo particolarmente caldo su scala planetaria, ma anche ricco di conseguenze meteorologiche estreme. El Niño, infatti, si comporta come un enorme sasso lanciato nello stagno, in grado di influenzare i regimi di pioggia e temperatura di regioni lontanissime da quella in cui il sasso ha colpito l’acqua. Ciò accade perché quando le acque tropicali del Pacifico orientale si riscaldano cambia la distribuzione delle aree di alta e bassa pressione e si altera la circolazione atmosferica tropicale.

Queste perturbazioni però non restano confinate ai tropici ma si propagano attraverso l’atmosfera sotto forma di onde planetarie che raggiungono latitudini molto lontane. A questa sorta di “ponti” atmosferici si dà il nome di teleconnessioni. Ogni episodio di El Niño è unico ma, generalmente, è associato a teleconnessioni simili: un aumento delle precipitazioni in alcune zone dell’America del Sud meridionale, degli Stati Uniti meridionali, di parti del Corno d’Africa e dell’Asia centrale, e allo stesso tempo condizioni più secche in America Centrale, nell’America del Sud settentrionale, nei Caraibi, in Australia, Indonesia e in alcune aree dell’Asia meridionale.

L’episodio che ha reso celebre El Niño agli occhi del mondo è stato probabilmente quello del 1997-98, considerato uno dei più intensi mai osservati. Le anomalie di temperatura superficiale del Pacifico orientale superarono i 2°C rispetto alla media, innescando eventi estremi su scala globale: inondazioni e frane in Perù ed Ecuador dovuti alle forti piogge, gravi siccità e incendi in Indonesia e Australia, oltre a un balzo generalizzato delle temperature medie mondiali. Le conseguenze economiche e sociali furono enormi. Da allora, ogni nuovo episodio intenso di El Niño viene confrontato con quello del 1997-98.

Negli ultimi anni, il cambiamento climatico ha creato una base sempre più calda ed eventi naturali come El Niño, che ci sono sempre stati, oggi si sommano a un pianeta già molto surriscaldato, rendendo i record più probabili e gli impatti più gravi. Quest’anno, dopo un inizio caratterizzato da condizioni di La Niña (la fase “fresca” opposta a El Niño) che hanno leggermente attenuato le temperature medie globali, è iniziato lo sviluppo di un El Niño che potrebbe diventare molto forte, simile a quello del 1997-98. 

Le previsioni stagionali di questo fenomeno, non affatto semplici, sono eseguite periodicamente presso i centri operativi di tutto il mondo usando modelli di calcolo che “propagano” nel futuro le condizioni iniziali ricavate “assimilando” le osservazioni dello stato presente nei modelli fisici stessi. Per questo, esistono reti osservative per il monitoraggio completo di El Niño, sia in atmosfera sia in oceano nella zona del Pacifico tra Australia e Perù. La prima di queste reti risale all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso nell’ambito del programma TAO (Tropical Atmosphere Ocean): è costituita da circa settanta boe che misurano, nella regione compresa tra 8°N e 8°S e tra 95°W e 137°E, variabili meteorologiche e oceanografiche essenziali come la temperatura dell’aria e del mare fino a cinquecento metri di profondità, l’umidità relativa e la velocità del vento superficiale, trasferendole in tempo reale ai centri di raccolta dati.

La rete di boe è stata in seguito integrata da stime di temperatura superficiale dell’oceano, altezza della superficie del mare, e velocità del vento ottenute da satellite, che hanno permesso di ottenere un quadro osservativo più completo, utile alla comprensione e alla previsione del fenomeno. La previsione è particolarmente difficile quando ci si imbatte nella cosiddetta Spring Predictability Barrier (barriera primaverile alla previsione) perché i cambiamenti nel sistema climatico nell’Oceano Pacifico tropicale tra marzo e maggio sono naturalmente meno prevedibili rispetto ad altri periodi dell’anno. L’affidabilità diminuisce anche nei periodi di transizione fra le condizioni normali e quelle anomale che annunciano l’arrivo di El Niño. Quando il fenomeno, invece, si sta già sviluppando, le previsioni eseguite con alcuni mesi di anticipo sono più affidabili. 

Alimentate da acque oceaniche insolitamente calde nel Pacifico tropicale, le condizioni di El Niño in fase di sviluppo tra fine Maggio e inizio Giugno influenzeranno i pattern di temperatura e precipitazione nei prossimi mesi, con temperature superiori alla media quasi ovunque tra giugno e agosto e aumentando il rischio di eventi meteorologici estremi.

Dall’inizio di aprile 2026, diversi gruppi di ricerca hanno pubblicato previsioni sull’arrivo e sull’intensità di El Niño almeno fino a settembre. Alcuni modelli fornivano, nella zona in cui si monitora l’intensità, una stima di +2,2°C entro settembre e un riscaldamento ancora maggiore dopo, poiché le condizioni di El Niño tendono a raggiungere il picco tra novembre e gennaio. Il gruppo di lavoro Carbon Brief ha messo insieme le analisi di diversi gruppi scientifici, tra cui NASA, NOAA, Copernicus e altri, arrivando a concludere che, per il contributo di El Niño, il 2026 potrebbe diventare il secondo anno più caldo mai registrato (dopo il 2024) e rientrare certamente tra i quattro più caldi, e si stima una probabilità del 19% che diventi il più caldo in assoluto. Anche il 2027 potrebbe conquistare il gradino più alto del podio perché esiste un ritardo di circa tre mesi tra il picco delle condizioni di El Niño nel Pacifico tropicale e la massima risposta della temperatura globale. 

L’ultimo aggiornamento della NOAA è stato pubblicato il 14 maggio, e ha stimato una probabilità dell’82% che El Niño si sviluppi tra maggio e luglio 2026 e del 96% che persista durante l’inverno boreale. Anche una nota dell’OMM (l’Organizzazione Meteorologica Mondiale) del 2 giugno conferma che, alimentate da acque oceaniche insolitamente calde nel Pacifico tropicale, le condizioni di El Niño in fase di sviluppo tra fine Maggio e inizio Giugno influenzeranno i pattern di temperatura e precipitazione nei prossimi mesi, con temperature superiori alla media quasi ovunque tra giugno e agosto e aumentando il rischio di eventi meteorologici estremi. Mentre scrivo, rimane ancora un po’ di incertezza, nei modelli, riguardo all’intensità massima che El Niño potrà raggiungere; nel prossimo bollettino NOAA dell’11 giugno potranno esserci dati più precisi. 

Vale la pena insistere sul fatto che gli eventi El Niño (così come quelli di La Niña) non “creano” da soli il cambiamento climatico, ma modulano la variabilità interannuale del sistema terrestre, rendendo alcuni anni più caldi o più freddi rispetto alla media. Ma se la media si alza – siamo +1,3 °C rispetto all’era preindustriale – queste oscillazioni naturali tendono a produrre estremi caldi più marcati. Ciò rende ogni nuovo episodio di El Niño non soltanto un fenomeno da osservare, ma anche una preziosa occasione per comprendere come sta cambiando il sistema climatico terrestre. Il confronto con il celebre 1997-98 aiuta a misurare la distanza percorsa da allora a oggi. Se allora El Niño si presentò come un evento eccezionale in un clima ancora non così perturbato dalle attività antropiche, oggi un fenomeno simile si inserisce in un contesto già alterato, con conseguenze decisamente più rilevanti.

Come ha recentemente dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, in un videomessaggio, l’unica risposta efficace è “un’azione climatica all’altezza della crisi”: porre fine alla dipendenza dalle fonti energetiche fossili, accelerare la transizione alle rinnovabili, proteggere le popolazioni vulnerabili e garantire sistemi di allerta precoce per tutti.

Elisa Palazzi

Elisa Palazzi è professoressa associata all’Università di Torino dove insegna Fisica del Clima. Studia il clima e i suoi cambiamenti nelle regioni di montagna, sentinelle del cambiamento climatico. È autrice, insieme a Federico Taddia, del libro Perchè la Terra ha la febbre?, Editoriale Scienza (2019) e del podcast “Bello Mondo” da cui è nato il libro Bello Mondo. Clima, attivismo e futuri possibili: un libro per capire quello che gli altri non vogliono capire (Mondadori, 2023). Con Sara Moraca ha scritto Siamo tutti Greta. Le voci inascoltate del cambiamento climatico (Ed. Dedalo 2022). Dal 2022, con l’associazione CentroScienza di Torino, cura il festival “Un grado e mezzo”.

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