Articolo
Caterina Orsenigo
Gli economisti sognano di tassare i ricchi

Gli Economisti Sognano Di Tassare I Ricchi
economia politica

Redditi raddoppiati per quasi nove persone su dieci, settimana lavorativa dimezzata, nuove imposte sui grandi patrimoni. Non è un manifesto militante, ma l'ultimo rapporto del World Inequality Lab, co-diretto da Thomas Piketty. Ma tutto questo si può fare?

Negli ultimi decenni le destre del mondo hanno spinto i confini del moralmente accettabile oltre limiti che difficilmente dal secondo dopoguerra avremmo immaginato valicabili. La categoria del moralmente inaccettabile era già stata sconfitta, prima delicatamente, poi sfacciatamente: la disinvoltura del neoliberalismo, dell’imprenditoria feudale che concentra potere economico e dunque decisionale, dei discorsi d’odio contro migranti, minoranze e forme di dissenso, dei decreti sicurezza, della propaganda (e spesa pubblica) bellica e bellicistica. I sogni autoritari più sfrenati si sono avverati.

Se fossimo in un romanzo, in una fiaba, in una saga epica, ma anche solo nei nostri sogni, dovremmo immaginare ora un piano altrettanto grande e coraggioso che salvi il mondo intero.

Del resto il mondo visto da lontano, per esempio dalla Luna, come ci è (ri)capitato pochi mesi fa grazie alle foto della missione Artemis II, è piccolo e unico. Un’unica sfera, oggi investita da un’unica crisi climatica, e da un’unica crisi sociale, un’unica ondata di concentrazione delle risorse in poche mani, di estrattivismo, sfruttamento. E questo mentre navi, treni, aerei e camion corrono da una parte all’altra del piccolo globo a portare microchip, missili o cespi di banane. Per questa sfera, con questi problemi, servirebbe in effetti un piano economico globale e coordinato, coraggioso e visionario, che possa tirar fuori quella sfera blu verde e ocra dall’enorme disastro climatico e sociale in cui si trova.

Qualcuno ci ha provato: il 4 giugno è uscito il Global Justice Report. A plan for Equality & Prosperity Whithin Planetary Bounderies, un documento di un centinaio di pagine pubblicato da un centro di ricerca fondato nel 2015 per studiare le disuguaglianze economiche, sociali e ambientali nel mondo, il World Inequality Lab della Paris School of Economics. Lo guidano sei economisti, fra cui Thomas Piketty, Gabriel Zucman e Rowaida Moshrif, che nel 2026 hanno deciso di far uscire, oltre al rapporto quadriennale che fotografa lo stato dell’arte della distribuzione di redditi e ricchezze nel mondo, una sorta di piano programmatico. 

Priorità principali sono decarbonizzazione e riduzione delle disuguaglianze in merito a salute, istruzione, benessere del pianeta.

Fra i punti più importanti c’è quello relativo al reddito, che dovrebbe convergere verso i cinquemila euro per ogni abitante del globo da qui al 2100. Non si parla, per intenderci, di reddito di cittadinanza, ma del livello medio che il reddito reale di tutti dovrebbe raggiungere. Oggi, si legge nel documento, il 50% più povero della popolazione globale detiene il 2% delle ricchezze, mentre in questo scenario arriverebbe al 30%, e l’89% delle persone si vedrebbe il reddito raddoppiato (mentre meno del 2% lo vedrebbe diminuire). Sarebbero gli investimenti in sanità, istruzione, welfare a provocare questa redistribuzione delle ricchezze, assieme alla crescita del benessere del Sud Globale, dove circa il 95-98% della popolazione beneficerebbe di questa rivoluzione dei redditi, mentre nel Nord globale potrebbe stare meglio una percentuale fra l’85 e il 95% della popolazione. Ci sarebbe quindi solo un 15%, nel peggiore dei casi, che si troverebbe a stare un pochino peggio. E forse sarebbe meglio così: per vivere in un mondo democratico è fondamentale la riduzione del peso economico e politico dell’ultra ricchezza, che oggi accentra un potere mai visto in mano di pochi imprenditori e maghi della finanza, feudatari dei giorni nostri ormai in grado di muovere i fili della politica globale, di cui Trump è la perfetta incarnazione.

Accanto all’aumento del reddito per quasi tutti, avremmo anche una diminuzione delle ore lavorate per occupato, da 2100 a 1000 all’anno, dimezzando così la settimana lavorativa media.

La produttività non diminuirebbe, grazie alla tecnologia e alla “dematerializzazione dell’economia”, ossia lo spostamento dell’attività economica da produzioni ad alto uso di materiali e risorse verso attività a bassa intensità materiale, come istruzione, sanità, cultura e altri servizi, riducendo al contempo consumi materiali, emissioni e pressione sugli ecosistemi: lavorare meno servirebbe quindi per redistribuire il lavoro ma anche a diminuire l’impatto ambientale dell’economia.

Le istituzioni finanziarie internazionali verrebbero profondamente riformate. Il peso dei paesi all’interno di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale dovrebbe essere rovesciato: oggi conta di più chi versa più capitale, mentre dovrebbero contare di più i paesi più popolosi (e alla UE converrebbe serrare i ranghi e farsi contare come un solo paese per poter avere ancora voce in capitolo). 

Per il team di Piketty, riequilibrare redditi e peso geopolitico fra Nord e Sud del Mondo è quindi centrale. In quest’ottica, secondo il Global Justice Report l’Occidente dovrebbe mantenere una crescita annua fra lo zero e lo 0,5%, mentre il Sud Globale (in particolare Africa subsahariana, Asia meridionale e sud est asiatico) del + 3,4%. Meno crescita (almeno per il Nord) vorrebbe dire meno sfruttamento di risorse e di suolo, meno danni climatici, più salute, tempo libero, servizi pubblici. 

“il 4 giugno è uscito il Global Justice Report. A plan for Equality & Prosperity Whithin Planetary Bounderies, un documento di un centinaio di pagine pubblicato da un centro di ricerca fondato nel 2015 per studiare le disuguaglianze economiche, sociali e ambientali nel mondo, il World Inequality Lab della Paris School of Economics”.

Per gestire tutto questo si prevede un Fondo globale per la giustizia, ossia una nuova istituzione internazionale che sarebbe dedicata a quella che viene chiamata “convergenza socioeconomica”, al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale, e al benessere socio-economico globale. Ogni anno e fino al 2060, questa istituzione riceverebbe il 10,3% del pil globale, una cifra che supera di 25 volte la somma attuale di tutti gli aiuti internazionali, più il budget di ONU, FMI e BM messi assieme. Tutti questi fondi andrebbero poi redistribuiti ai paesi in base a: popolazione; obiettivi climatici; obiettivi di sviluppo umano. In questo modo i paesi poveri riceverebbero più di quelli ricchi e ci sarebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud globale di circa lo 0,8% all’anno. Gli autori tengono giustamente a sottolineare che questa cifra rimane “significativamente” inferiore rispetto ai danni cumulativi di colonialismo e cambiamenti climatici. Se ci stiamo chiedendo chi finanzierà questa istituzione, c’è una risposta anche a questo. Si prevede infatti una tassa annuale sui grandi patrimoni, con aliquote progressive dall’1% per chi supera i 2,2 milioni di euro, arrivando fino al 20% oltre i 553 milioni. A questa si aggiungerebbe una tassa sui redditi più elevati gestita a livello internazionale, e non più nazionale, con aliquote marginali che arriverebbero al 90%. E se ci sembra tanto è perché abbiamo la memoria corta: è un livello molto simile a quello imposto da USA e UK nel secondo dopoguerra. Serviva, e servirebbe ancora, per impedire la concentrazione di ricchezza e potere. L’obiettivo dichiarato di questa misura sarebbe infatti quello di smantellare la attuale “plutocrazia globale”, riducendo la quota di ricchezza detenuta dai miliardari dall’attuale 6,4% allo 0,5% del 2100.

Last but not least, la creazione di una valuta internazionale di riserva che sostituisca il dollaro, per far cadere questo privilegio degli Stati Uniti. Questa valuta sarebbe gestita quindi non da un singolo stato ma da una Camera di compensazione globale, che il team di economisti modella su quella disegnata nel 1944 da Keynes a Bretton Woods ma allora bocciata dagli Statunitensi. 

Qualche giornale ha commentato l’uscita del Global Justice Report definendolo un “vasto programma”. Forse non tutti ricordano l’aneddoto a cui risale questa espressione. Siamo in Francia, Charles de Gaulle in persona sta tenendo un comizio. Finisce di parlare, possiamo immaginare degli applausi ma, prima o dopo gli applausi, un istante di silenzio. Un contestatore ne approfitta per gridare “Mort au cons”, (più o meno “morte ai cretini”). De Gaulle, imperturbabile, commenta con queste parole: “Vaste programme…”.

Anche per Giovanni Dosi, professore emerito di politica economica e fondatore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna, nel Global Justice Report c’è qualcosa, in termini di ingenua ambizione e pressappochezza, di quel “vasto programma” di chi avrebbe voluto mandare a morte, uno per uno, tutti i cretini di Francia.  

Forse auspicabile, di certo tortuoso. Una lettera dei desideri, ma bisogna sempre stare attenti a ciò che si desidera.

L’economista dell’Università Cattolica Marica Virgillito solleva diverse questioni, sia sul piano economico che su quello politico. Intanto, osserva, c’è un errore a monte: “Questo non è un piano. Gli economisti usano dei modelli per costruire degli scenari, e questo è uno scenario. I piani li dovrebbe fare la politica”. A prescindere dall’aspetto economico, la prima ingenuità che salta all’occhio riguarda il lavoro. Passare a una società immateriale è una proposta pericolosa. La società dei servizi, oggi, è esposta a livelli di disuguaglianza maggiori, ed è molto meno regolata, rispetto alla manifattura: “La regolamentazione vera esiste nella manifattura. Immaginare stati africani che costruiscano direttamente una società basata su un’economia immateriale, senza passare per la manifattura, vuol dire condannarli a disuguaglianze enormi”. Del resto dovremmo saperlo, basta ricordare che una società non è mai immateriale, dietro a un’app ci sono vite, pensiamo solo ai riders. Oltretutto questi settori oggi sono in mano ai privati e “il punto è cosa fa il pubblico, non cosa fa il privato”, sottolinea Virgillito. Lo stesso discorso vale per le ore lavorate. Possiamo dire che sarebbe bello che chi oggi lavora troppo lavorasse meno, e chi lavora troppo poco lavorasse di più, fino a raggiungere una media di mille ore all’anno ciascuno, “ma oggi la realtà è che moltissime persone hanno problemi di povertà lavorativa, nel senso che non trovano abbastanza lavoro e finiscono a fare part-time involontari. Lavorare meno può essere liberatorio per tanti ma non è una soluzione a livello globale”.

Per quanto riguarda i 5000 euro di stipendio, servirebbe un’istituzione internazionale che si occupasse di calmierare i salari. Il punto allora è che, se il mondo visto da lontano sembra un’unica sfera e le emissioni di anidride carbonica modificano il clima di tutto il pianeta, quando poi zoomiamo le cose si fanno più complicate. Da vicino la realtà è così complessa e sfaccettata che pensare in grande – così in grande – diventa impossibile. Come si fa a far convergere le ore di lavoro di tutto il globo? 

L’altro punto sollevato da Virgillito dovrebbe farci riflettere non solo sul Global Justice Report ma sull’impostazione stessa dei discorsi relativi alla transizione ecologica: la maggior parte delle emissioni è provocata dai sistemi di produzione di energia e dai sistemi di produzione industriale, oltre che dal sistema mostruoso di logistica globale. Solo dopo arrivano i trasporti. Una società che lavora meno e quindi si muove meno inquina meno, certo, ma fa davvero bene alla nostra battaglia e al nostro pianeta portare avanti una narrazione di austerità? “Se per inquinare meno ci chiudiamo tutti in casa, come è successo con il Covid, sicuramente otteniamo dei risultati, ma che vita è? È a monte, sul modello produttivo, che bisognerebbe agire. Ci vorrebbe invece un piano socialista di cambiamento di modi di produzione.

E ancora: tutto questo chi lo farebbe? Servirebbero delle istituzioni in grado di funzionare molto meglio di quelle attuali. Chi ne garantirebbe la legittimità? Gli autori parlano di una coalizione di paesi “volenterosi”, espressione molto amata di questi tempi, che comprenderebbe i paesi più ricchi in Europa, Asia Orientale e Sud Globale. Se paesi inquinanti come Stati Uniti e Cina non dovessero aderire, dovrebbero pagare dazi per compensare i danni climatici. Ma chi garantisce che i governi del Sud Globale e dell’Asia Orientale (per non parlare in questo momento dell’aria che tira nella maggior parte dei paesi europei) sposino questa visione redistributiva ed ecologica? E poi: che ruolo avrebbe la popolazione in questo scenario? Le istituzioni in questione avrebbero un potere enorme: chi le voterebbe? Come si farebbe a controllare la redistribuzione successiva all’interno dei singoli stati? E qual è, si chiede Giovanni Dosi, l’attore che riesce a ridistribuire il reddito a livello mondiale, se già non riusciamo a farlo a livello nazionale? Da dove si inizia? Difficile in effetti immaginare i partiti progressisti dei singoli stati che si presentino alle elezioni con le proposte del Global Justice Report, se già si fa così fatica a pensare (a capire!) il Parlamento europeo come qualcosa di vicino e importante. Per tutte queste ragioni, per Giovanni Dosi, quello del World Inequality Lab è un “colpo sparato male: si può dire cosa si fa a casa propria, come redistribuiamo i redditi qui. Possiamo cercare di ridurre l’orario di lavoro qui. E già sarebbe un risultato enorme. Poi si va avanti”.

Restano due domande. Quella con cui avevamo cominciato: abbiamo un piano? La risposta è no, al massimo abbiamo uno scenario, ma se anche fosse un piano sarebbe un piano irrealistico, dati gli strumenti che abbiamo, e quelli che oggi potremmo costruire.

E poi la seconda domanda: è stato tutto inutile?

Mi verrebbe da dire di no. Perché abbiamo bisogno di alzare enormemente l’asticella del pensabile e del desiderabile. Le destre hanno rotto tabù enormi di moralità, all’ala progressista resta il compito ben più difficile di rompere gli argini della fattibilità. Quella di Piketty e del suo entourage può essere una lettera dei desideri, ma scoprire che anche gli economisti sognano è una buona notizia. Se apriamo la pagina di un giornale, mentre Trump cerca di smantellare persino la Corte Penale Internazionale, l’internazionalismo oggi sembra impensabile. Tornare a pensarlo forse, per ora, non è utile, ma è bello. Un sogno bello. Poi ci svegliamo e ci rimbocchiamo le maniche. Quel che ci serve da svegli sono piani – piani diversi, in paesi diversi – ambiziosissimi, che prendano un po’ dal sogno ma che costruiscano con gli strumenti della realtà.

Caterina Orsenigo

Caterina Orsenigo è scrittrice e giornalista. È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio Con tutti i mezzi necessari. Organizza passeggiate letterarie con l’associazione Piedipagina e fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca.

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