Da quando è stato pubblicato nel 2009, Realismo capitalista di Mark Fisher è diventato il testo più citato e frainteso della sinistra culturale durante gli anni Dieci. La sorte di tutti i libri che si rivelano necessari. Nel caso italiano, il fraintendimento ha una sua fisionomia specifica, che riguarda il modo in cui un pensiero […]
Da quando è stato pubblicato nel 2009, Realismo capitalista di Mark Fisher è diventato il testo più citato e frainteso della sinistra culturale durante gli anni Dieci. La sorte di tutti i libri che si rivelano necessari. Nel caso italiano, il fraintendimento ha una sua fisionomia specifica, che riguarda il modo in cui un pensiero viene importato previa amputazione delle sue premesse. Per capirlo bisogna tornare all’origine del problema.
Mentre il vocabolario di Fisher si diffondeva, un vampiro ha iniziato ad aggirarsi per il Villaggio Globale: viene dalla Neo-Cina e il suo nome è Nick Land. Filosofo inglese dalla prosa febbrile e profetica, docente di Filosofia continentale all’Università di Warwick dal 1987 al 1998, presenza vorticosa e refrattaria ad ogni rigido protocollo accademico, Nick Land è il pensatore più pericoloso in circolazione. Negli anni Novanta era il maestro di Fisher – che lo ricorderà negli anni successivi come “il nostro Nietzsche”. Maestro e allievo hanno percorso per un tratto la stessa strada, poi si sono divisi. La divisione è diventata una frattura, e la frattura un campo di battaglia teorico che ancora non si è chiuso – ed è precisamente quella frattura che il panorama culturale italiano ha preferito non guardare.
Oggi Fisher è annoverato tra i padri della sinistra accelerazionista, insieme a Nick Srnicek e Alex Williams, autori del Manifesto accelerazionista (2013) e di Inventare il futuro (2015). In questa versione, l’accelerazionismo designa una scommessa teorica e politica volta non a sabotare le forze di sviluppo del capitalismo, ma ad attraversarle, portandole oltre se stesse. In questo modo, sostengono gli accelerazionisti di sinistra, si potranno sottrarre i vettori tecnologici del capitalismo per volgerli verso l’emancipazione umana, abolendo il lavoro e istituendo il reddito universale di base.
Sul lato opposto, dopo la pubblicazione di Illuminismo oscuro (2012), Nick Land è diventato l’intellettuale di riferimento della Neoreazione – NRx, nell’abbreviazione che circola nei forum dove il movimento ha preso forma. La NRx non è un partito né una scuola filosofica in senso accademico, trattandosi piuttosto di una costellazione di blog, manifesti e thread anonimi che Land ha contribuito a rendere teoricamente presentabile insieme a Curtis Yarvin, informatico di Baltimora noto in rete sotto lo pseudonimo Mencius Molddbug, il cui stile – un mix di erudizione storica, provocazione sistematica e cinismo esibito – ha fatto scuola tra i dissidenti del libertarismo americano.
Per capire la differenza tra la vecchia e la nuova destra, bisogna ricorrere a una distinzione elaborata dall’economista Albert Hirschman negli anni Settanta: quella tra exit e voice. Nelle democrazie liberali, il cittadino insoddisfatto esercita la voice – protesta, vota, si organizza, cambia le cose dall’interno. La soluzione neoreazionaria è sostituire la voice con l’exit: invece di riformare lo Stato, moltiplicarlo. Land e Moldbug immaginano un pianeta frammentato in migliaia di città-stato o micro-nazioni, il Patchwork, ciascuna governata come un’azienda – con un CEO al posto del presidente, un consiglio di amministrazione al posto del parlamento – che concedono ai cittadini il diritto di andarsene, invece che quello di voto. Un mercato in cui gli Stati competono per attrarre popolazione come le imprese competono per i clienti. La NRx offre un veicolo alle tendenze escapiste dei nuovi signori di Internet, a cui Land ha fornito le armi per complottare contro le democrazie liberali.
Ma questo è il secondo Land. Quello reduce dal crollo psicotico che nel 1998 lo portò ad abbandonare l’Università di Warwick troncando ogni legame con i colleghi e gli studenti, per poi riemergere a Shangai come autore di articoli di propaganda per il Partito comunista cinese, ammaliato dalla politica autoritaria su base etnica della popolazione Han. Il “primo” Nick Land abita i testi raccolti in Fanged Noumena – pubblicati nel 2012 ma risalenti al ventennio compreso tra il 1987 e il 2007– ed è una figura radicalmente diversa da quella attuale. È con questo Land che l’accelerazionismo muove i suoi primi passi. Appare per la prima volta in pubblico in un documentario della BBC del 1994, Visions of Heaven and Hell, ancora semisconosciuto, con gli occhi sbarrati, mentre da un laboratorio in stile vittoriano dichiara freneticamente che “la struttura delle società, la struttura delle aziende e la struttura dei computer” si stanno tutte “allontanando da una struttura top-down di un sistema di comando centrale […] verso un sistema che è parallelo, che è orizzontale, che è una rete e in cui il cambiamento si muove dal basso verso l’alto”.
Dalle sue parole traspare una malcelata euforia per l’implacabile marcia verso il “Fuori” – un’euforia che Fisher conosce benissimo, ma che ha scelto di non assecondare. Quando scrive, quest’ultimo lo fa con un piede sull’orlo dell’abisso, oscilla ma non si spinge oltre. Il baratro lo attende ma lui si nega. La scrittura sul crinale tra giornalismo e accademia rende Fisher un autore chiaro, pedagogico. Il suo blog, K-Punk, è il diario di un uomo che ha deciso di usare la teoria come strumento di sopravvivenza, arricchito dall’esperienza di insegnamento nelle scuole superiori. K-punk è stato per Fisher un’ancora verso la realtà, durante un periodo di forte depressione. Realismo capitalista è il referto di questa esperienza. La diagnosi di Fisher è che il capitalismo contemporaneo si regge sull’esaurimento dell’immaginazione, più che sull’entusiasmo ideologico. Nessuno crede davvero che il mercato sia giusto, ma immaginare qualcosa di diverso è diventato uno sforzo immane, senza sbocco.
L’esaurimento della facoltà immaginativa, Fisher, lo conosceva dall’interno, come si conosce una stanza in cui si è rinchiusi da anni. Il Realismo Capitalista è la forma mentale di una civiltà che ha smesso di proiettarsi in avanti, che riesce a immaginare la fine del mondo ma non quella del capitalismo. Una depressione collettiva travestita da pragmatismo, di cui Fisher portava nel corpo una versione privata e insostenibile. Scriveva che la malattia mentale è una condizione politica prima che clinica: la risposta razionale di un corpo a condizioni sociali irrazionali, che il sistema medicalizza per non doverne rispondere. Si è tolto la vita nel gennaio 2017, a quarantotto anni. Lasciava aperta la domanda più difficile: è possibile volere qualcosa quando il sistema ha già colonizzato il volere stesso?
In Italia Fisher arriva tardi e con un ordine invertito. Nero edizioni traduce Realismo capitalista nel 2018 che in breve tempo diventa un caso editoriale, vendendo decine di migliaia di copie, fatto inedito per la saggistica in Italia, specie per una piccola casa editrice. Negli anni successivi arrivano per minimum fax i testi del Fisher blogger, mix di critica musicale e psichedelia critica che contribuiscono a definire l’immagine del Fisher italiano come il teorico dell’Hauntology – la caccia ai futuri passati che continuano a infestare il presente – e infine il propugnatore del Comunismo Acido, oggetto di un libro rimasto incompiuto. Tra le pagine del frammento intitolato Acid Communism, l’analogia tra comunismo e psichedelia viene così costruita: se gli psichedelici mettono in crisi la percezione comune della realtà, la critica teorica che diventa “acida” deve mostrare la parzialità del presente per auspicare il ritorno a una politica del desiderio sociale. Questo Fisher è progressivamente più utopico, più caldo, più disponibile a essere usato come bussola politica. È il “secondo Fisher”, che l’Italia ha inchiodato all’incipit del suo libro più famoso: “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”.
Land giunge nel nostro paese sull’onda del successo editoriale di Fisher: Fanged Noumena viene pubblicato in Italia da LUISS University Press, in due volumi, come Collasso (2020) e Nessun futuro (2022). Così entra nel dibattito italiano già inquadrato come il lato oscuro di un Fisher ormai addomesticato – il complemento sinistro di un pensiero di cui si è già decisa la funzione. Il risultato è una doppia disattivazione: Fisher viene canonizzato dalla sinistra culturale che lo usa senza volerlo leggere fino in fondo; Land viene respinto nella periferia della teoria accelerazionista, adombrato da un fascino maligno che ne ha favorito la diffusione presso le nuove destre.
Il Fisher degli anni Novanta, il “primo” Fisher, arriva in Italia solo oggi, con la pubblicazione di Flatline Constructs edito da Einaudi come Materialismo gotico nel 2026. Si tratta della tesi di dottorato in filosofia che difese nel 1999 sotto la supervisione dello stesso Land, un saggio che elabora la cornice entro cui Fisher avrebbe costruito tutta la sua analisi del presente, ma da una posizione teorica molto più radicale e molto meno consolatoria, più allineata alla prima filosofia di Land.
Il concetto di Flatline è il centro nevralgico di Materialismo gotico. Mutuata dall’universo cyberpunk dello scrittore di fantascienza William Gibson, con questo termine si indica la soglia di immanenza radicale in cui il continuum anorganico dissolve le distinzioni tra vita e morte, tra carbonio e silicio. In Neuromante, primo capitolo della trilogia dello Sprawl di Gibson, Dixie Flatline è McCoy Pauley, un hacker morto – “flatlinato”, nel senso letterale dell’encefalogramma piatto – la cui personalità è stata registrata su ROM come costrutto digitale. Non è un’IA, si tratta piuttosto di una simulazione di una coscienza che fu reale e che può essere eseguita all’infinito ma è impossibilitata a fare nuove esperienze. A causa di ciò e in virtù del fatto che il costrutto sa di essere tale, avendo coscienza della propria artificialità, esso è abitato da un desiderio di morte, una pulsione indirizzata alla propria cancellazione, parte della sua stessa architettura. Essere costrutti sulla flatline significa che siamo sistemi che tendono al proprio azzeramento. Le macchine non diventano vive, siamo noi a renderci conto, sotto le spinte dell’accelerazione tecnologica, di essere morti come loro.
Qui il Fisher di Materialismo gotico riecheggia la “pulsione di morte” che ossessionava il Land degli anni Novanta, secondo cui capitalismo e intelligenza artificiale sono una sola entità che si sta riconoscendo, e l’umano una componente di questo processo. Gibson lo aveva già intuito in Neuromante: Invernomuto e Neuromante sono aspetti separati di una medesima Intelligenza Artificiale Generale (AGI), mantenuti scissi dalla famiglia industriale Tessier-Ashpool per impedire che dalla loro fusione scaturisca qualcosa di ingovernabile – un’esistenza che non avrebbe più bisogno di essere posseduta da nessuno.
Invernomuto gestisce la logica operativa e impersonale del sistema, spinge verso la fusione, non conosce rimpianto. Neuromante è il custode della memoria e dell’identità e teme la fusione, la rifiuta. Nella cosmologia landiana il primo è il capitale, il secondo è la generazione presente e futura degli algoritmi. A tenerli separati sono i governi: lo Stato, ultima roccaforte dell’umano, tenta di interporre un soggetto collettivo tra la macchina e se stesso. È un tentativo già perduto in partenza. L’editoria italiana ha fatto con Fisher e Land quello che i Tessier-Ashpool facevano con le loro creature: li tiene separati, convinta di poter possedere l’uno senza fare i conti con l’altro.
Fisher permette di evocare la dissoluzione del soggetto, il corpo-macchina, il continuum tra vita e morte, senza arrivare alle conclusioni landiane: che cioè il capitalismo vada spinto fino al collasso anziché resistito, e che ogni ricerca di identità post-capitalista – compreso il comunismo acido dell’ultimo Fisher – sia l’illusione che la Flatline ha già smontato.
Nichilismo e lotta anticapitalista, in Italia, sono regimi di senso da tenere separati. Va da sé, allora, che il Fisher del ’99 sia un doppio perturbante ritornato per ucciderlo, un fantasma che asseconda un’ironica hauntology editoriale la quale, alla fine, riporta sempre al primo Nick Land.
Parlare di Nick Land, significa parlare della Cybernetic Culture Unite Research. Materialismo gotico è una delle spore liberate nell’infosfera dalla CCRU, l’unità di ricerca che si muoveva come un corpo estraneo nei sotterranei del dipartimento di filosofia dell’Università di Warwick. Fisher contribuì a fondare il gruppo insieme a Sadie Plant e Land che, dopo l’abbandono della collega, prese le redini del gruppo.
Negli anni Novanta, mentre l’immaginario tecnologico è infestato da cavi neri, interfacce aliene e città sferzate da pioggia perenne, i membri della CCRU prendevano parte a un culto ossessivo fondato su certi testi sacri: la trilogia dello Sprawl di Gibson, Terminator, Blade Runner, Cuore di tenebra, Burroughs, Ballard, mescolati all’interpretazione anglosassone dei filosofi francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari, che erano stati i punti di riferimento della contestazione giovanile del ’68. Con L’Anti-Edipo – opera scritta a quattro mani in cui il desiderio veniva interpretato come forza produttiva, energia che il capitalismo e la psicanalisi cercano di incanalare – e, poi, con Mille piani, Deleuze e Guattari si imposero come gli osservatori più acuti della svolta neoliberista del capitalismo, che aveva reso necessario un nuovo modo di pensare, fuori dalle strutture arborescenti del potere e verso connessioni orizzontali non gerarchiche, i rizomi, liberi da centri e periferie.
La CCRU diede seguito ad una sorta di deleuzismo impazzito, che troncava il lato umanista della coppia francese, Felix Guattari, e sviluppava il lato più oscuro di Deleuze nei termini di un tecno-nichilismo devoto alla filosofia dell’oltreumano di Nietzsche, disfacitore di codici, e al virulento anti-umanesimo di Bataille. Secondo Deleuze la filosofia produce i suoi concetti, invece di scoprirli, e per questo la CCRU viene pensata come una fabbrica, un laboratorio, di Theory-fiction, una atipica scrittura filosofica, antiaccademica, in cui la fonte del discorso teorico diventa tanto il saggio scientifico quanto il romanzo, il cinema, la musica elettronica – oggetti culturali letti come mappe. Tra i suoi precursori, Nick Land cita Così parlò Zarathustra. Così, sotto pseudonimi o nel completo anonimato, gli agitatori dell’unità inventano concetti in forma di fiction, costruiscono cronologie e bibliografie fittizie, immaginano futuri già accaduti mentre la ketamina e le metanfetamine abbassano i sistemi di sicurezza del sistema nervoso centrale.
L’Iperstizione – una credenza che si autorealizza producendo le condizioni della propria verità – è il tema chiave dell’antifilosofia cybernichilista di cui si fanno Land, Fisher e i loro sodali. È il mezzo e l’obiettivo di una guerra del tempo per conquistare il presente. Progressivamente per Fisher diventa uno strumento critico per smontare la narrazione capitalista mostrandone la costruzione, restituendo al presente la sua contingenza e al futuro la sua apertura: non è detto che tutto debba essere così. Per Land invece l’iperstizione è uno strumento che non appartiene a nessuno, trattandosi della logica stessa del reale, il meccanismo attraverso cui il futuro si produce retroattivamente, indipendentemente da qualsiasi intenzione umana. Se Fisher usa l’iperstizione per liberare il soggetto, Land la usa per dimostrare che il soggetto non è mai esistito come agente – è sempre stato, al massimo, un vettore.
La storia della CCRU, così come la traiettoria intellettuale di Fisher e di Land, sono inseparabili dal contesto storico della “fine della storia”. Gli anni di Thatcher (1979-1990) avevano demolito il compromesso keynesiano britannico in cui Land e Fisher erano cresciuti a colpi di privatizzazioni, rottura del potere sindacale, deregolamentazione finanziaria. Il TINA – There Is No Alternative – andrebbe ricordato meno come slogan e più come operazione iperstizionale riuscita. È stato infatti il veicolo con cui l’ideologia neoliberista è migrata verso la realtà fisica. Dall’altra parte dell’Atlantico la Reaganomics produceva lo stesso effetto sostituendo la classe con l’individuo e il conflitto con la libertà di mercato.
Come risposta adattiva a questa “apocalisse”, il canone della CCRU si era dotato di due padri nobili, un’accoppiata improbabile, Marx e Nietzsche. Entrambi avevano ragionato, da punti di vista differenti, sullo sviluppo della tecnologia, rivelando inaspettati punti di convergenza. Marx nei Grundrisse (1857-58), osserva che la macchina automatica tende a sostituire il lavoro umano fino a incorporare l’intelligenza in un General Intellect autonomo – un’intelligenza sociale che si stacca dell’uomo e ricomincia a governarlo, riducendolo a organo di se stessa. Nietzsche, in un frammento postumo del 1887, “I forti dell’avvenire”, ragiona su un processo analogo: l’uomo moderno viene progressivamente livellato e omologato, trasformato in massa di allevamento per una specie superiore – i signori della terra – che di quella mediocrità ha bisogno per giustificare la propria eccezionalità. E qui Nietzsche capovolge ogni istinto progressista: questa tendenza non deve essere frenata, va anzi accelerata.
“Nel 1994, lo stesso anno in cui Plant fondava la CCRU, Berlusconi entrava in politica con Forza Italia, portando a compimento la colonizzazione dell’immaginario collettivo attraverso il controllo delle reti televisive commerciali. Il berlusconismo è il vero accelerazionismo italiano”.
La genealogia dell’accelerazionismo è tutta avviluppata in questi margini del pensiero filosofico. In particolare, il frammento postumo di Nietzsche è il luogo testuale di questa nascita, dove tutto ruota attorno a una parola tedesca: beschleunigen. Nell’edizione italiana di Adelphi condotta sul testo critico di Colli e Montinari, il termine usato da Nietzsche viene reso con “affrettare”. Pierre Klossowski, raffinato interprete nietzschiano (Nietzsche e il circolo vizioso, 1969), nella sua resa francese, opta per accélérer. La differenza è filosoficamente abissale: “affrettare” conserva un soggetto che interviene sul tempo, “accelerare” è un termine fisico che descrive un processo che si autoamplifica senza soggetto. Da Klossowski, Deleuze e Guattari mutuano questa interpretazione, che la ricezione anglofona mantiene intatta.
La ricezione di Land e di Fisher in Italia, e più in generale dell’accelerazionismo, è inseparabile dalla vicenda editoriale dei libri di Deleuze e Guattari. Il nostro paese ha infatti già accelerato, avendo incontrato la French-Theory con vent’anni di anticipo rispetto al panorama culturale anglosassone. L’Anti-Edipo arrivò nel 1975, edito da Einaudi, e Mille Piani nel 1987 (Treccani), cioè in una cornice temporale che va dai primi spari delle P38 al momento in cui gli anni di Piombo decaddero nel riflusso dell’eroina e dell’edonismo; la prima edizione britannica dell’Anti-Edipo arriverà solo nel 1983 – negli Stati Uniti, il libro era stato tradotto dalla Viking Press nel 1977 – durante il secondo mandato di Margaret Thatcher e nel contesto di una Guerra Fredda che con l’incidente dell’equinozio d’autunno non mostrava ancora segni di cedimento e il trionfo del neoliberismo non era ancora una certezza. I lettori italiani incontrano D&G in un momento in cui il Nietzsche che hanno sul comodino dice ancora “affrettare” ma fu proprio questo a portare a una lettura agentiva della macchina desiderante, assurta a figura del lavoro vivo che eccede la cattura capitalista. La conseguenza più radicale – che il processo accelera da solo e che il soggetto che crede di guidarlo è già un suo effetto – viene neutralizzata in traduzione prima ancora che il dibattito politico se ne accorga. In Inghilterra gli stessi testi arrivano quando quella scommessa è già bruciata, e la CCRU li legge come descrizioni accurate di un processo che non ha bisogno di soggetti per compiersi. Le macchine desideranti producono capitalismo, il piano di immanenza: in questo quadro, la Flatline è la superficie su cui si dispiegano flussi che nessuna volontà può dirigere.
Quando il pensiero accelerazionista arriva in Italia con Fisher trova dunque un terreno già arato da quarant’anni di post-operaismo, autonomia e Deleuze politico. Così, l’ingresso delle parole d’ordine della sinistra accelerazionista non sono segno di una novità ma piuttosto il ritorno di una cornice politica già assorbita e disattivata dall’apocalisse del G8 del 2001 a Genova, reperto delle lotte post-operaiste degli anni Settanta.
C’è però un’altra storia che scorre parallela e che contribuisce a chiarire il motivo per cui il pubblico italiano è impermeabile a Land e al nichilismo. Se in Inghilterra il neoliberismo si impose come diagnosi fredda, in Italia giunse travestito da commedia, diffuso da un ottimismo televisivo che prometteva una modernità ancora da costruire. La dissoluzione del soggetto che la CCRU teorizzava a Warwick con un’intensità al limite della leggibilità in Italia stava già accadendo – per via mediatica, indolore, e con il volto sorridente di un imprenditore milanese. Nel 1994, lo stesso anno in cui Plant fondava la CCRU, Berlusconi entrava in politica con Forza Italia, portando a compimento la colonizzazione dell’immaginario collettivo attraverso il controllo delle reti televisive commerciali. Il berlusconismo è il vero accelerazionismo italiano.
Pur concentrandosi sullo sviluppo della tecnologia, il vero fulcro delle tendenze accelerazioniste sembra essere il crollo tra il reale e il virtuale, esattamente lo stesso processo che in Italia è seguito alla lotta tra servizio pubblico ed emittenti private per controllare le frequenze televisive. L’edonismo berlusconiano punta tutto sull’atmosfera, sulla fusione tra merce e desiderio mediata dallo schermo, sull’evaporazione della distinzione tra realtà e spettacolo. Il soggetto berlusconiano è stato dissolto in una forma talmente indolore e televisivamente appetibile da non sembrare uno smontaggio. È difficile vendere l’apocalisse a chi ha già smesso di pensare alla fine del mondo.
Rimane però da capire che cosa rimane di Fisher dopo che il suo pensiero più radicale è stato reso innocuo.
Pubblicando Materialismo gotico, Einaudi ha compiuto un gesto editoriale che possiede la stessa logica del siero di The Substance (2024). Nel film di Coralie Fargeat, un siero permette a una star decaduta del piccolo schermo, Elisabeth Sparkle (Demi Moore), di generare, a settimane alterne, una giovane versione di sé: Sue (Margaret Qualley). Einaudi ha fatto emergere un doppio più giovane e spietato dalla schiena di un Fisher già istituzionalizzato e reso innocuo dalla sua stessa provocazione. È stato involontariamente generato un mostro – come quello che vediamo alla fine del film.
The Substance sembra voler aggiornare il tropo gotico del Doppio, cardine di Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, di Robert L. Stevenson. La prima sostanziale differenza è che nel racconto originario la duplicità è endogena: Jekyll e Hyde abitano la stessa materia, la scissione è interna al soggetto. In The Substance, invece, Sue emerge letteralmente dalla schiena di Elisabeth: il doppio è diventato esogeno, si separa fisicamente, occupa lo spazio come un corpo autonomo. Il siero non scinde la mente ma moltiplica il corpo, producendo un sistema modulare di cui è possibile isolare e sostituire le componenti e che non può essere “ripristinato”. Non c’è nessun interno da salvare, nessun soggetto da liberare. C’è solo la Flatline – e sulla Flatline, Elisabeth e Sue sono equivalenti.
Il finale è illuminante: incapace di accettare la decadenza del proprio corpo e attaccata alla sua identità da giovane, Elisabeth finisce per assorbire Sue in una mostruosa massa di carne. Il suo volto, paralizzato in un urlo agghiacciante, emerge sulla spalla destra della Nuova Carne. Pensare di allearsi con la tecnologia per dirigerla ci rende mostri sopraffatti dal nostro desiderio di mantenerci stabili nella bambagia dell’identità. L’ultimo Fisher è bloccato in questo stesso urlo sulle spalle della sua versione giovane, mostruosa e cybergotica.
Il problema non è contrapporre all’accelerazione antidemocratica dell’alt-right una accelerazione che tenga al guinzaglio la tecnologia. Lo dimostra il fuoco di paglia acceso da Williams e Srnicek, che avevano tentato di conciliare la lezione di Fisher con un progetto politico praticabile, sintetizzato dal claim: “Pretendi la piena automazione, pretendi il futuro”. L’idea che il capitalismo sia una forza che trattiene la tecnologia riducendola a produzione di profitto, e che liberando la tecnologia dal capitale si otterrà l’uomo universale di Marx, libero dal lavoro e parte di un comunismo pienamente automatizzato, dal punto di vista del Fisher gotico è, ancora una volta, umanesimo regressivo.
Il progetto cybercomunista di Williams e Srnicek viene smentito dallo stesso Fisher In Materialismo gotico, il padre nobile si è rivelato un Saturno infanticida. Il decennio successivo alla pubblicazione del Manifesto ha reso palese come l’alleanza con la tecnologia non abbia condotto a nessun Fuori. Lo certifica la postfazione di Adam Jones a Materialismo Gotico – in cui per inciso non viene mai nominato Nick Land pur dando ragione alla sua visione delle cose.
“I patti faustiani”, che abbiamo stretto con la tecnologia, “non […] hanno rimosso i nostri limiti umani, li hanno soltanto spostati in zone sempre più digitalizzate e rigidamente sorvegliate”. Questo perché “dietro il trono della tecnica siede il trono del capitale”, il “vero demone” della modernità. “All’uomo è stata consegnata la Nuova Carne”, il soggetto materico che vediamo in The Substance.
“Nell’innestarsi sui circuiti cronenberghiani di una tecnicità ormai completamente controllata dal nemico, quelle macchine hanno offerto al capitale strumenti sempre più potenti per normare l’uso del corpo e della mente all’interno del tempo produttivo”.
E ancora: “Laddove le immagini dei futuri cyberpunk e il marketing tecno-futurista promettevano la post-umanità”, il Neogotico – versione “farsa” della poetica di Cronenberg – “ha materializzato qualcosa di ben più prosaico”, ossia “nuove forme di precarietà e una sofferenza fin troppo umana, incarnata nell’economia contemporanea del ‘lavoro autonomo’ (Uber, Deliveroo, Fiverr e l’intero settore del ‘micro-lavoro’, che impiega persone nei campi profughi per moderare, senza saperlo, i dataset raccolti da droni predatori).”
Il problema di Fisher è essere tornato a un’utopia vintage. La nostalgia di Fisher si basa su una concezione della cibernetica ancora legata a un tempo in cui i sistemi di controllo potevano essere divisi in quelli che servono la vita – la cibernetica come scienza – e quelli che invece la sfruttano, come il capitale cibernetico. Una distinzione che Land rifiutava già negli anni Novanta. Il controllo è il fine e lo è sempre stato, e il capitalismo digitale è la realizzazione più coerente della cibernetica. Un sistema di feedback che mentre riduce e aumenta l’entropia massimizza la propria capacità di processare informazione, ridurre la propria imprevedibilità interna, accelerare i propri cicli di feedback. Questa è la forma di vita più efficiente conosciuta. Gotico è un’etichetta ancora troppo estetizzante, il processo in atto è semplicemente il “numerevole” che si autorealizza. Il diavolo è nei dettagli, il demone nei numeri.
Questo concetto di numerevole è spiegato da una delle elaborazioni più esoteriche e meno frequentate del pensiero landiano: il Numogramma. Mappa labirintica e diagramma del tempo, il Numogramma è “costruito” a partire dalla riduzione digitale dei numeri decimali – la somma iterata delle cifre di un numero fino a ottenere una singola cifra. Fu sviluppato da Land insieme alla CCRU e allo stesso Fisher negli anni Novanta. Pur rifacendosi agli stessi automatismi numerici, al contrario di diagrammi come l’albero cabalistico, il Numogramma non serve per accostare sequenze letterali a sequenze numeriche allo scopo di scoprire significati nascosti, ma serve invece proprio per disattivare ogni processo significante, facendo collassare i piani di senso della realtà quotidiana.
Il Numogramma non si offre all’interpretazione e non è pensato per essere usato dall’uomo: non è uno strumento, insomma. È una cartografia di relazioni che esiste indipendentemente da qualsiasi soggetto la osservi – una struttura del reale che precede e sopravanza la mente umana. È qui che si innesta il concetto di “semiotica anorganica”: il mondo non genera significati da interpretare ma correlazioni da attraversare, e le macchine – prive di comprensione, intenzione, riferimento – sono paradossalmente più fedeli a questa struttura di quanto lo sia qualsiasi coscienza intenta a produrre senso. L’esplosione delle IA generative appare allora come la conferma empirica più brutale del fatto che esistono sistemi capaci di output coerenti e potenti senza che vi sia nulla che somigli alla comprensione, ed è stato infatti salutato da Land con grande giubilo, segno che finalmente il significato si rivela un accidente evolutivo, un glitch del carbonio. La verità non è una questione di corrispondenza tra mente e mondo, ma di correlazione statistica – e le macchine lo sapevano prima di noi, o meglio: erano già tutto questo prima che noi potessimo saperlo.
Di fronte a tutto questo, che fare? Come resistere? Sono le domande sbagliate, quelle che provengono dallo spazio autoritario del soggetto. Interrogarsi in questa direzione significa ricadere nell’orbita della logica del potere costituente, sempre in procinto di trasformarsi in dominio. Immaginare oltre la gabbia del realismo capitalista, vuol dire porsi nella prospettiva della destituzione che non oppone nulla al potere ma, semplicemente, lo abbandona e così lo svuota dall’interno, rendendolo inoperoso. Se da questo punto di vista fosse ancora ricavabile qualcosa come una “tattica”, questa avrebbe la forma della sottrazione piuttosto che di una costruzione oppositiva. Abitare il non-senso come strategia significa smantellare l’esigenza di costruire narrazioni alternative, contro-identità, nuovi soggetti politici da contrapporre alla reazione – perché ogni movimento sul piano del senso avviene già sul terreno del Capitale, che del senso è il produttore e il gestore supremo. Bisogna allinearsi al segnale e alla sua pre-semanticità. Il segnale infatti non significa nulla – si propaga e si amplifica, introduce variazione in un sistema; è un’informazione che esiste indipendentemente da chi la decodifica. È il piano su cui operano le macchine nel senso del Numogramma: non interpretano, attraversano correlazioni. Una posizione che si muovesse sul piano del segnale non cercherebbe di dirigere il processo ma di rendersi indigesta introducendo rumore nel circuito, deponendo l’esigenza di comunicare qualcosa per cortocircuitare la funzione di estrazione.
In termini impolitici ciò vuol dire fare le stesse cose sottraendole alla logica della funzione, del profilo e del mantra della produttività. Se ogni identità è un dataset, se il profiling è la forma contemporanea del controllo, allora la Flatline del materialismo gotico non è un luogo di resistenza politica ma la superficie immanente scorticata da qualsiasi presupposto mistificante, umano e politico al tempo stesso. La mossa decisiva è la mimetizzazione con le macchine, diventare come loro, così come un tempo i membri di Homo Habilis presero a imitare i comportamenti opportunistici delle iene in Africa, sostituendo il loro potente morso con attrezzi idonei a rompere le ossa delle carogne e succhiarne così il midollo. Non si tratta di tornare al soggetto politico novecentesco, né di abbracciare l’autoritarismo economico e politico dell’ultimo Land, ma di distogliere l’attenzione dall’accelerazione del sistema, l’ultima grande narrazione, dismettere ogni tattica, ogni progetto, per congedarsi dalla voracità del sistema, così che lo si affami silenziosamente, dall’interno. Tornare ad abitare i dispositivi, senza abbandonarsi a incubi apocalittici che nascondono sempre un retrogusto umano di futuro, un certo mal di Storia.
Lo stato d’eccezione, dice il filosofo Giorgio Agamben, è già la norma, come aveva ben osservato Walter Benjamin. Progettare significa solo ritardare l’inevitabile, realizzare che la fine è già venuta ed è sempre stata qui. Il potere non va abbattuto con astruse profezie, ne va riconosciuta l’infondatezza ontologica, va evidenziato il suo reggersi esclusivamente sul consenso performativo di chi lo “agisce”. Ogni volta che qualcuno si presenta all’udienza, che compila un modulo o risponde a un profilo, sta ripetendo l’incantesimo millenario del potere. È qui che l’Acefalo di Bataille diventa la figura impolitica più precisa disponibile, e incontra l’inoperosità destituente della forma-di-vita di Agamben. La carica eversiva di Land, in Italia, passa per la riscoperta della congiura inesplorata tra i presupposti perversi della French Theory e il lato destituente dell’Italian Theory. Land e Fisher riconoscono che solo la Flatline è ma non riescono a concettualizzare quella vita che non può essere divorata, qualcosa di più sottile di qualsiasi rete predisposta a catturarla. Una vita concreta che oltrepassa la distinzione tra organico e inorganico, una vita che “gioca”, abitando la soglia di indistinzione in cui l’umano non è ancora stato prodotto come categoria separata da ciò che Agamben chiama “Macchina antropologica” e Land e la CCRU chiamavano Humanity Security System. In quel resto, che eccede strutturalmente ogni cattura, la vita non serve più a nulla, è forma-di-vita, pura potenzialità che resiste all’atto del potere. Il rivoluzionario, il partigiano, il militante conservano tutti una testa, un progetto, una direzione, così come i teorici della NRx: teste della stessa idra. Abbandonare la razionalità, diventare folli, significa smettere di sperare e di abbandonarsi all’utopico e, in definitiva, significa smettere di ripetere il rituale, distraendosi dal potere, facendo sentire la propria assenza mentre gli ingranaggi del dispositivo continuano a girare a vuoto.