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Francesca Trinchini
In Palestina sradicano gli alberi per annientare un popolo. Ma un museo resiste

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A Betlemme, un museo di storia naturale lavora per proteggere la biodiversità di una terra occupata e colonizzata, dove al genocidio si è affiancata la distruzione sistematica della biosfera. Ne abbiamo parlato con il suo fondatore e direttore.

Ogni giorno, Mazin Qumsiyeh si prende del tempo per lavorare all’orto. Nelle ultime settimane, ha separato alcuni cespi di iris e piantato dei narcisi sul lato della collina che si affaccia su Betlemme. L’orto botanico fa parte del Museo Palestinese di Storia Naturale, e Qumsiyeh, professore alla Bethlehem University, ne è il fondatore e il direttore. È un uomo sulla settantina, indossa uno spesso maglione azzurro e una coppola calcata sulla testa.

Il Museo Palestinese di Storia Naturale e i suoi giardini terrazzati occupano tre acri di terreno, donati dalla Bethlehem University, la prima università palestinese fondata in Cisgiordania. Nel giardino, solcato da siepi di rosmarino, si trovano una serra, un orto comunitario, un piccolo stagno dove sostano gli uccelli migratori e un’unità di riabilitazione per animali selvatici feriti o malati. Alla nascita del museo, nel 2014, una volpe e un gufo reale sono stati i primi animali ricoverati.

“Mio zio era uno zoologo” racconta Mazin Qumsiyeh. “Mi portava sul campo, quando ero piccolo”. Sana Atallah, lo zio materno di Mazin, è stato il primo palestinese a ottenere un dottorato in biologia, negli anni Sessanta. È morto in un incidente stradale a 27 anni, quando Mazin ne aveva 13. È stato lui a continuare le ricerche dello zio in zoologia e genetica. “È da quando ho dieci anni che so cosa volevo fare nella vita. Volevo fare ricerca nella natura e comprendere la vita intorno a me. Essenzialmente, volevo costruire un museo”.

Dopo trent’anni passati negli Stati Uniti a fare ricerca in università come Duke e Yale, nel 2008 Mazin Qumsiyeh è tornato in Palestina insieme a sua moglie, Jessie Chang. Nel 2014, hanno fondato il Palestine Institute for Biodiversity and Sustainability, sull’appezzamento di terreno donato dalla Bethlehem University. Insieme a una ventina di volontari, hanno scavato il bacino per lo stagno, allestito la serra, installato pannelli solari.

Il Museo Palestinese di Storia Naturale ha aperto le porte al pubblico nel 2017. Teche e cassettoni ospitano una collezione di più di 10mila esemplari animali e un erbario con oltre 1.600 campioni vegetali, per non contare la flora e la fauna nel giardino.

Ancora oggi, “almeno il 70% del lavoro è svolto da volontari” spiega Qumsiyeh. Coltivano l’orto, fanno compostaggio, danno da mangiare agli animali in riabilitazione, accolgono i visitatori. “Io e mia moglie siamo volontari full time. Lavoriamo sette giorni a settimana, quindici ore al giorno”.

Museo E Giardino

Dal 2023, a Gaza e nei territori palestinesi occupati, Israele conduce quella che è stata definita una guerra alla biosfera: la distruzione di tutto ciò che è essenziale alla vita, umana e non umana. Durante le guerre – durante un genocidio – le questioni ambientali finiscono inevitabilmente in secondo piano. Ma i palestinesi vivono sotto il dominio coloniale e l’occupazione da più di un secolo. Quando il conflitto si misura sulla scala dei decenni, ci si può permettere di rimandare, ancora e ancora, la questione ambientale fino al giorno della liberazione? Quando arriverà quel giorno, la fine della guerra e dell’occupazione, i palestinesi rischiano di non avere più una terra a cui tornare.

Come il professor Qumsiyeh ha imparato da suo zio, non si può proteggere una terra che non si conosce. I primi a catalogare la flora e la fauna della Palestina, tra Ottocento e Novecento, furono gli studiosi europei dagli interessi “orientalisti”, cioè legati a una visione dell’Asia costruita, e spesso distorta, dalla prospettiva occidentale.

Il reverendo Henry Baker Tristram – un esploratore vittoriano che fu tra i primi sostenitori delle teorie di Darwin – durante i suoi viaggi in Palestina gettò le basi per l’ornitologia moderna nella regione; allo stesso tempo, nei suoi scritti descriveva i “selvaggi” che popolavano quelle terre come degradati, sporchi, squallidi, e individuava nel “fanatismo musulmano” e nell’“indolenza orientale” le cause della miseria in cui versava la Palestina sotto la dominazione ottomana. Nella visione imperialista, la produzione di conoscenza non poteva che essere appannaggio degli occidentali.

Nei suoi primi dieci anni, il Palestine Institute for Biodiversity and Sustainability ha pubblicato circa 130 paper scientifici. Oltre a raccogliere dati sulla biodiversità in Cisgiordania, i ricercatori dell’istituto monitorano il traffico illegale di specie protette, la distruzione degli habitat e l’impatto sulla salute dell’inquinamento industriale. La ricerca scientifica è l’ossatura che sostiene tutto il progetto. Una delle missioni dell’istituto è fornire dati ed evidenze scientifiche che possano sostenere azioni politiche per la protezione della biodiversità.

Ma in una realtà così frammentata, socialmente e politicamente, come la Cisgiordania occupata, è difficile immaginare dei piani di lungo respiro per la protezione dell’ambiente, la sostenibilità, l’adattamento al cambiamento climatico. Il museo cerca di colmare le lacune lasciate dallo Stato, aiutando gli agricoltori ad adottare metodi più sostenibili (come i sistemi idroponici, utili quando i coloni israeliani confiscano i terreni e impediscono l’accesso all’acqua), supportando cooperative guidate da donne, organizzando attività per le scuole.

L’ostacolo più grande, dice Qumsiyeh, è la colonizzazione: il tentativo di sradicare il popolo palestinese dalla propria terra e di rimodellarne il paesaggio. “È successo in Nord America, è successo in Australia, è successo qui. È quello che succede quando vincono i colonizzatori europei: la distruzione della natura e delle persone”. Con la proclamazione di Israele come Stato ebraico, nel 1948, le milizie sioniste distrussero più di 500 città e villaggi palestinesi, massacrando ed espellendone gli abitanti: quella che i palestinesi chiamarono Nakba, “la catastrofe”.

Per impedire il ritorno dei profughi al proprio paese, sui villaggi rasi al suolo vennero piantate immense foreste di pini – pini europei. Oggi, quelle foreste sono i parchi nazionali di Israele. “Sotto le altalene e i tavoli da picnic, giacciono sepolte le case e i campi dei palestinesi che le truppe israeliane cacciarono nel 1948” scrive lo storico Ilan Pappé. Chi tenta di ricordare le vite sepolte dalle foreste si scontra con chi afferma che, sotto i pini, non c’era che terra arida.

Giardino 1

L’idea di “far fiorire il deserto” è uno dei miti fondativi del sionismo. È il significato etimologico della parola colonialismo: coltivare, insediarsi. A questo atto di radicamento non può che corrispondere lo sradicamento di ciò che c’era prima. Le colture locali (ulivi, mandorle, fichi) e la flora autoctona (querce, carrubi, biancospini) sono state sistematicamente sostituite dai boschi di conifere. Una volta piantati, i pini attecchiscono e crescono rapidamente, come se fossero sempre stati lì.

La giurista Irus Braverman scrive che le distese di pini attenuavano lo spaesamento degli ebrei arrivati dall’Europa: “Vivendo a Gerusalemme, potevano immaginare di essere ritornati a Lipsia”. È quello che lo scrittore e antropologo Amitav Ghosh chiama terraformazione: la pratica di trasformare i territori colonizzati in un paesaggio ideale, immaginario.

“Il nostro impegno per proteggere la diversità – sia la diversità umana, che la diversità biologica – è l’opposto di quello che vogliono i colonizzatori” spiega Mazin Qumsiyeh. “Prima del 1948, la Palestina era multietnica, multiculturale, multireligiosa, multilingue. Hanno trasformato una società plurale in una monolitica: uno Stato ebraico con una sola religione, una sola lingua, una sola etnia.

Il loro attacco alla diversità umana è anche un attacco alla biodiversità”. I pini, con le loro chiome, oscurano la luce del sole per gli arbusti più bassi e spargono un tappeto di aghi che impedisce la crescita della vegetazione del sottobosco. La resina, inoltre, li rende più vulnerabili agli incendi. Nell’agosto del 2021, un incendio nelle foreste intorno a Gerusalemme ha fatto riemergere dei resti di villaggi palestinesi rasi al suolo settant’anni prima.

Riannodare il filo reciso tra i palestinesi e la loro terra è un lavoro che continua di generazione in generazione. Nel 2022, il Palestine Institute for Biodiversity and Sustainability ha lanciato un museo mobile: un’esposizione itinerante, su ruote, per raggiungere le comunità più marginalizzate. Il museo mobile ha viaggiato per circa 50 scuole della Cisgiordania.

“Portiamo sempre esemplari di animali selvatici che è difficile vedere in quelle zone: magari una iena, o dei gufi, o una libellula. È sempre molto commovente quando i bambini iniziano a rendersi conto che abbiamo tante cose da mostrare, che esistono davvero in Palestina, e fanno domande come: ‘Dov’è?’, ‘Cosa fa?’, ‘Dove posso vederlo?’. Aprono la mente e possono vedere cosa c’è realmente intorno a loro, ben oltre la guerra”. A parlare è Zena Musleh. Dopo aver studiato genetica molecolare alla Al-Quds University, a Gerusalemme, Zena è entrata a far parte dello staff del museo, nel 2025.

Zena racconta che i checkpoint – la rete capillare di posti di blocco sorvegliati dall’esercito israeliano – sono un grosso problema per il museo mobile. “Ci fermano in continuazione. Vogliono vedere che animali abbiamo, ci scattano foto, ci prendono i documenti. A volte, chiudono il checkpoint senza motivo, e resti lì bloccato per ore ad aspettare che lo riaprano, e pensi che vorresti solo tornare a casa”. Che minaccia può rappresentare, per un soldato israeliano armato fino ai denti, un furgoncino pieno di animali impagliati e insetti sotto vetro?

Si tratta di “limitare il potere e l’educazione dei palestinesi” spiega Zena. Durante la prima Intifada, negli anni Ottanta, il governo israeliano aveva ordinato la chiusura delle scuole e delle università palestinesi: nacque così una rete di educazione informale e clandestina. “I palestinesi si ribellavano riunendosi in piccoli gruppi in ogni quartiere per ‘farsi scuola’ a vicenda. Ancora oggi l’educazione in presenza è una parte molto importante del nostro lavoro”.

Nel 2026, il Museo Palestinese di Storia Naturale si espanderà: sono in corso i lavori di ristrutturazione per aprire uno spazio espositivo da 1.300 metri quadri. Zena Musleh sta lavorando al nuovo allestimento. “La prima esibizione sarà dedicata alla geologia e alla paleontologia. Poi ci sarà la sezione etnografica e quella sulla biodiversità, per rappresentare i diversi ecosistemi presenti in Palestina. Infine, avremo una Palestine Hall che si concentra sull’aspetto sociale, politico e culturale”. L’idea non è quella di esibire una serie di oggetti preziosi chiusi in teche di vetro, ma di costruire un percorso che possa spingere verso un cambiamento tangibile.

“L’esistenza di questo museo” ha scritto Mazin Qumsiyeh “riflette la fiducia della Palestina nel futuro”. Tutte le iniziative del museo sono rivolte all’avvenire: la ricerca, la conservazione della biodiversità, i programmi educativi. Lo stesso giardino, riflette Qumsiyeh, lo è. “I semi piantati non danno subito frutto”.

credits immagini: Palestine Institute for Biodiversity and Sustainability (PIBS) / Palestine Museum of Natural History (PMNH)

Francesca Trinchini

Francesca Trinchini è una giornalista scientifica con base a L’Aquila.

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