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Benedetta Di Placido
L’Unione europea ha perso un’altra occasione per capire la crisi climatica

L’unione Europea Ha Perso Un’altra Occasione Per Capire La Crisi Climatica
clima politica

I parlamentari si sono riuniti in plenaria lo scorso febbraio per capire come gestire gli eventi climatici estremi che hanno colpito il Sud del continente. Come sempre, sono finiti a discutere sull’esistenza del cambiamento climatico.

Quando il Parlamento europeo compone la propria agenda, soprattutto quella delle sessioni plenarie, affibbia una serie di lunghi e articolati titoli alle varie convocazioni, restituendo un’immagine di generosa serietà a dibattiti che – a volte – si rivelano vuoti d’ogni regola dialogica. 

Durante la plenaria dello scorso febbraio è stato chiesto ai parlamentari e ai gruppi politici di mettersi una mano sulla coscienza e presentarsi al confronto sugli eventi climatici estremi Extreme weather events in particular in Portugal, southern Italy, Malta and Greece. La forma – di per sé lineare – della convocazione, si è rivelata essere assolutamente magnanima, sebbene le ragioni per cui si è ritenuto fondamentale dedicarvi del tempo siano serie, urgenti e molto reali. 

L’inverno climatico che si è appena concluso è stato molto violento per alcuni paesi europei. Da gennaio, circa nove tempeste hanno colpito il Mediterraneo occidentale, causando danni soprattutto in Sud Italia, Spagna e Portogallo, dove migliaia di persone sono ancora in attesa di tornare nelle proprie case. E tanto dovrebbe bastare per considerarsi simili e bisognosi delle stesse urgenti azioni. Purtroppo non è andata esattamente così. 

Per prassi, la risposta politica a simili problemi è in prima battuta nazionale: ogni paese gestisce l’emergenza con i propri strumenti e con più o meno capacità a seconda di risorse e sensibilità dei governi. Ma la frequenza con cui questi eventi si stanno susseguendo – e la diffusione rapida delle immagini online – ha iniziato a mettere sotto pressione questa logica, che funzionava quando le catastrofi erano eccezioni. Un quadro che potrebbe sembrare, di nuovo, sufficiente per immaginare il tono serio, preoccupato e razionale delle posizioni espresse durante il dibattito: ancora, non è andata esattamente così. 

Il presupposto della convocazione era quello di chiarire quali meccanismi di sostegno e solidarietà europea fosse opportuno attivare per assistere i paesi nella risposta ai propri cittadini e nella gestione dei danni. Un approccio evidentemente contenitivo – e quasi mai se ne vedono di anticipatori – che tratta ogni catastrofe come un caso a sé, da gestire come se fosse imprevedibile e che fatica a trasformarsi nella costruzione di sistemi che impediscano di arrivare a quei sempre più frequenti punti di rottura. 

È qui che si è manifestata l’insistenza dei parlamentari italiani, rappresentati nell’emiciclo da una minuscola percentuale rigorosamente e quasi unicamente siciliana: la maggior parte di loro ha usato il proprio breve intervento per chiedere che l’Unione europea sblocchi tutte le risorse economiche che possiede per procedere a una rapida ricostruzione. 

Tra tutti, Raffaele Stancanelli, deputato della Lega, è stato il più chiaro e limpido: pur senza nominare mai la crisi climatica, senza intervenire circa la necessità di prevenire i fenomeni oltre che occuparsene, ha chiesto senza giri di parole che tutto venga rimesso in piedi in tempo per l’estate, prevedendo programmi di ricostruzione in particolare lungo le coste. 

Le possibilità del Parlamento europeo in questo ambito sono, in realtà, molto limitate: spetta ai governi coordinare i soccorsi, valutare i danni e organizzare una risposta immediata. Quello che l’Unione europea può fare è attivare i cosiddetti strumenti di solidarietà finanziaria, che possano affiancare gli Stati nella fase successiva, quella della ricostruzione. 

Il principale di questi è il Fondo di Solidarietà dell’Unione Europea, istituito nel 2002 a seguito delle grandi alluvioni che colpirono l’Europa centrale. Con questo meccanismo qualsiasi Stato membro che abbia subìto un disastro naturale può presentare una richiesta di accesso alle risorse, a condizione che i danni superino determinate soglie calcolate in rapporto al reddito nazionale lordo del paese. Non è un meccanismo automatico, né immediato, e i criteri di accesso escludono nella pratica i paesi più piccoli: è il caso di Malta, che durante la plenaria ha sollevato la questione tramite il suo rappresentante parlamentare Alex Agius Saliba, alludendo a una forma di discriminazione. Le soglie minime, effettivamente, sono calibrate su economie ben più grandi, rendendo inaccessibile un fondo che esiste, almeno sulla carta, per tutti. 

Accanto al Fondo di Solidarietà esistono i fondi di coesione e i programmi di sviluppo regionale, strumenti che risultano frammentati e guidati da logiche e tempi diversi: nessuno è pensato specificamente per rispondere alla frequenza con cui gli eventi estremi stanno ridisegnando il calendario delle emergenze europee.

Nel corso della plenaria, i parlamentari hanno descritto i danni nei propri territori: la Sicilia, dove 1500 persone hanno perso la casa, il Portogallo, con intere aree rimaste senza elettricità e l’Andalusia, con oltre diecimila evacuati. La presenza di deputati provenienti quasi esclusivamente dai territori colpiti dice qualcosa di preciso su come il Parlamento europeo tratta questo tema: essere presenti è necessario per non perdere credibilità agli occhi dei cittadini, ma non abbastanza da riempire i banchi dell’aula che, nel pieno dell’emergenza, era praticamente deserta.

“Da gennaio, circa nove tempeste hanno colpito il Mediterraneo occidentale, causando danni soprattutto in Sud Italia, Spagna e Portogallo, dove migliaia di persone sono ancora in attesa di tornare nelle proprie case. E tanto dovrebbe bastare per considerarsi simili e bisognosi delle stesse urgenti azioni. Purtroppo non è andata esattamente così”. 

È evidente che l’interesse per la questione non ha alcun impianto strutturale: quando a essere interessati da un disastro ambientale saranno parlamentari assenti dall’aula di febbraio, è possibile che i colleghi siciliani riserveranno loro lo stesso trattamento. Non per una nobile vendetta politica, ma perché non esiste una spina dorsale comunitaria per la gestione del tema, percepito come troppo complesso e – per questo – schivato, a meno che non sia indispensabile farsene carico. 

Pur in una collettiva mancanza di pragmatismo, la discussione plenaria ha rivelato alcune differenze sostanziali nella considerazione che i paesi e i loro rappresentanti hanno del tema. I parlamentari di destra hanno occupato il dibattito chiedendo l’attivazione dei meccanismi di solidarietà europei, mostrandosi preoccupati esclusivamente per l’impatto economico degli eventi. I rappresentanti della sinistra e dei verdi, invece, hanno tentato uno spostamento del dibattito verso la richiesta di una legge europea sull’adattamento climatico, la riprogrammazione dei fondi di coesione per finanziare la prevenzione oltre che la ricostruzione e il riconoscimento esplicito del cambiamento climatico come causa strutturale. Nessuna delle due parti è parsa interessata alla comprensione dell’altra, e il dibattito è deragliato là dove si inceppa anche il discorso pubblico: non tanto su come affrontare gli effetti degli eventi climatici estremi, ma se il cambiamento climatico esista davvero, o quanto sia legittimo attribuirgli simili fenomeni. 

È un nodo che la scienza, lo sappiamo, ha sciolto da tempo. La cosiddetta “scienza dell’attribuzione”, resa popolare anche dal lavoro della climatologa Friederike Otto, oggi consente di stimare in che misura un’ondata di calore, un’alluvione o una siccità siano stati resi più probabili o più intensi dal riscaldamento globale. Non più una questione di opinione, ma di probabilità e modelli. Otto lo ripete spesso: la domanda non è se il cambiamento climatico sia coinvolto, ma quanto lo sia e chi ne paga le conseguenze. Come ha spiegato in un’intervista a Rolling Stone: “Le nostre società sono costruite intorno a un clima molto stabile che ha, dal punto di vista scientifico, un intervallo molto ristretto di possibili eventi meteorologici”. 

Per capire come funziona, Otto e colleghi ricorrono spesso a un’analogia: se un fumatore sviluppa un tumore ai polmoni, non diciamo che le sigarette hanno causato il tumore, ma che il fumo ha reso quella malattia molto più probabile. Allo stesso modo, il cambiamento climatico non causa direttamente un’alluvione o un’ondata di calore nel senso stretto del termine: tutti gli eventi meteorologici hanno cause multiple, inclusa la naturale variabilità del clima. Quello che il riscaldamento globale fa è aumentarne probabilità, frequenza, intensità e durata: la scienza dell’attribuzione è il metodo con cui gli scienziati calcolano di quanto possono peggiorare queste condizioni. 

Alla base del meccanismo c’è il confronto tra due mondi: quello reale, con le emissioni antropiche e le loro conseguenze, e un mondo controfattuale, simulato, in cui quelle emissioni non si sono mai verificate. Realizzando migliaia di simulazioni climatiche per entrambi gli scenari, è possibile stabilire con quale frequenza un evento come quello osservato si sarebbe verificato in ciascuno dei due contesti, misurando il reale impatto del cambiamento climatico.

Il primo studio di questo tipo fu pubblicato nel 2004 e analizzò l’ondata di calore europea del 2003, che aveva causato 70.000 morti e di cui spesso si sente ancora parlare. Da allora, il metodo di ricerca si è affinato enormemente: oggi il World Weather Attribution, il gruppo di ricerca di cui Otto è co-fondatrice, è in grado di produrre analisi in tempo reale, a fenomeni ancora in corso.

I risultati, accumulati in oltre vent’anni di ricerca, disegnano un quadro oggi inequivocabile per alcune categorie di eventi. Senza margini di ambiguità, sappiamo che ogni ondata di calore nel mondo è resa più intensa e più probabile dai cambiamenti climatici di origine antropica, che le precipitazioni estreme sono diventate più comuni e intense nella maggior parte del mondo – e con esse le alluvioni – e che nel Mediterraneo siccità e incendi mostrano tendenze che gli studi di attribuzione collegano con elevata certezza al riscaldamento globale. Non sono previsioni: sono misurazioni di quello che sta già accadendo, e di chi ne subisce le conseguenze in misura maggiore.

La domanda su chi paga non è retorica. Otto lo ha scritto chiaramente nel suo libro Ingiustizia climatica (Einaudi, 2025): “Ogni singolo studio di attribuzione a cui ho partecipato ha dimostrato che sono sempre coloro che già soffrono in qualche forma nelle nostre società a pagare il prezzo più alto per gli impatti del cambiamento climatico causato dall’uomo”. Non perché siano più esposti agli eventi meteorologici, ma perché la vulnerabilità, intesa come capacità di resistere, rispondere e riprendersi, è distribuita in modo profondamente diseguale. E questa disuguaglianza non è un dato naturale: è il risultato di scelte politiche, di investimenti mancati, di infrastrutture mai costruite o abbandonate.

Il caso che Otto cita più spesso per illustrare questo meccanismo riguarda la tempesta Daniel, che nel settembre 2023 ha colpito il Mediterraneo orientale. In Grecia, lo stesso evento ha causato diciassette morti. In Libia, dove non esisteva un sistema di allerta precoce e le infrastrutture erano compromesse da anni di conflitto e abbandono, i morti sono stati circa quattromila. Stessa tempesta, stesso sistema meteorologico, conseguenze incomparabili. Ciò che trasforma un evento meteorologico in disastro ha spesso poco a che fare con l’evento in sé, bensì con la vulnerabilità e l’esposizione delle persone che lo subiscono. La buona notizia è che la vulnerabilità, a differenza del clima, si può modificare.

In questo spazio dovrebbe intervenire la politica europea. Nella plenaria di febbraio la conversazione sui danni si è svolta quasi interamente sul registro economico: infrastrutture da ricostruire, settori produttivi da sostenere, coste da ripristinare in tempo per l’estate. Una logica che non solo ignora la domanda su chi subisce gli impatti più gravi, ma che rischia di perpetuare esattamente le condizioni di vulnerabilità che rendono certi eventi insostenibili. Ricostruire come prima, in un clima che non è più quello di prima, significa solo avvicinarsi al prossimo punto di rottura. 

Il problema non è, quindi, che l’Europa manchi di strumenti: il Fondo di solidarietà esiste, i fondi di coesione esistono, la Commissione ha annunciato un quadro integrato per la resilienza climatica. Il problema è la logica con cui questi strumenti vengono concepiti e attivati: sempre in risposta a qualcosa che è già accaduto, mai in anticipazione di quello che sta per accadere. È una logica emergenziale applicata a un fenomeno che emergenziale non è più, almeno non nel senso di eccezionale o imprevedibile. Gli eventi estremi nel Mediterraneo non sono sorprese, ma l’esito prevedibile di tendenze che la scienza documenta da decenni e che la politica continua a trattare come se arrivassero senza preavviso.

L’immobilismo non deriva da una mancanza di informazioni: i dati ci sono, la scienza è chiara, le previsioni sono state fatte. Ha a che fare con qualcosa di più difficile da affrontare: il costo reale, economico, sociale e psicologico, di prendere sul serio quello che quei dati implicano. Ragionare sulla crisi climatica come su una condizione permanente significa accettare che le nostre città, le nostre coste, i nostri sistemi produttivi e le nostre abitudini quotidiane vadano ripensati: non in un futuro astratto, ma adesso, con risorse limitate e resistenze concrete. È una conversazione che nessun ciclo elettorale è disposto a ospitare, perché convoglierebbe – probabilmente – tutte le energie verso la ridisegnazione delle nostre vite e degli impegni politici che Parlamento e Commissione potrebbero permettersi di prendere.

Più facile, ogni volta, aspettare il prossimo disastro e rispondere: le catastrofi sono visibili, misurabili e fotografabili, mentre la prevenzione sarebbe fastidiosa, scomoda e destabilizzante.

Finché la politica europea continuerà a rispondere all’evento senza affrontare la vulnerabilità, i fondi di solidarietà resteranno cerotti su ferite che si riaprono ogni stagione. Quello che serve è più difficile da costruire e più facile da rimandare: un’idea di prevenzione che non aspetti il disastro per cominciare e che preveda di coinvolgere le forze di tutti i parlamentari, anche quelli a cui non si è aperta la terra sotto i piedi.

Benedetta Di Placido

Benedetta Di Placido è giornalista e vicedirettrice di Generazione Magazine. Si occupa soprattutto di esteri, migrazioni e città. Ha una newsletter settimanale che si chiama Quarantasette, sul futuro degli Stati Uniti.

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