Una nuova analisi satellitare dimostra che i ghiacci del grande Nord stanno sparendo, con conseguenze catastrofiche. Dobbiamo rassegnarci al disastro o c'è ancora qualche speranza?
Per vederli bene ci vorrebbe il timelapse. Cinquant’anni in cinque minuti. Ma il nostro cervello non ne è dotato. E allora tocca metterci un po’ di immaginazione, ma nemmeno troppa. Copernicus, l’agenzia europea di monitoraggio ambientale (che i numi la proteggano dopo le bastonate inferte dall’amministrazione Trump alla scienza del clima oltreoceano), ha rilasciato il suo bollettino annuale sul clima globale, riferito al 2025. Implacabile, quasi in tempo reale, continua a metterci di fronte all’evidenza più antipatica. Un’enorme quantità di dati planetari, del tutto gratuiti e liberamente accessibili a chiunque, provenienti da satelliti e da sistemi di misurazione terrestri, aerei e marittimi, vengono raccolti quotidianamente per l’utilità di fornitori di servizi, autorità pubbliche, organizzazioni internazionali, movimenti di cittadini.
Ghiacci: li stiamo perdendo
I dati attestano per esempio che nell’Artico l’estensione mensile del ghiaccio marino ha iniziato a raggiungere i minimi storici per il periodo dell’anno già a dicembre 2024 ed è rimasta a livelli minimi record per i primi tre mesi del 2025. Stiamo perdendo i ghiacci del grande nord. Il massimo annuale di marzo è stato il più basso nei 47 anni di rilevazioni satellitari (la base temporale di questi occhi orbitanti sta per raggiungere il mezzo secolo). In estate è andata un po’ meglio degli anni passati, ma in autunno l’estensione si è nuovamente avvicinata a livelli storicamente bassi, classificandosi al secondo posto per il periodo dell’anno a novembre e al minimo per dicembre. La causa è nota: le temperature artiche si sono alzate più rapidamente di quelle del resto del pianeta, con un riscaldamento antropico stimato in circa tre gradi dagli anni Settanta a oggi. Tre gradi in mezzo secolo. Se sembrano pochi, pensiamo alla differenza tra avere la febbre a 38 e averla a 41. Insomma, la tendenza è chiara e, all’altro polo, anche il ghiaccio marino antartico è rimasto ben al di sotto della media.
L’acqua si sposta e picchia duro. L’anno scorso si sono verificate 103 tempeste tropicali, di cui 50 hanno raggiunto la forza di cicloni tropicali e 20 sono diventati cicloni tropicali di forte intensità. Inondazioni improvvise sono state causate da precipitazioni intense e, in alcuni casi, da record (ad esempio negli Stati Uniti a febbraio e in Cina, Corea del Sud, Pakistan, Stati Uniti e India durante l’estate boreale) o dalla fusione dei ghiacciai (tra cui tre inondazioni di origine glaciale a maggio e giugno in Nepal, Afghanistan e Pakistan e due a luglio sempre in Nepal). Non ne abbiamo sentito parlare molto, giusto? Di sciagure ne abbiamo abbastanza. Altre inondazioni su larga scala sono state dovute al passaggio di fiumi atmosferici (come nel Pacifico nord-occidentale a dicembre), alle piogge monsoniche (nell’Asia meridionale e sud-orientale durante la stagione delle piogge), ad ampi sistemi di bassa pressione (ad esempio in Australia alla fine dell’estate e in autunno australi) e ai cicloni tropicali. Viviamo su un pianeta turbolento, del tutto indifferente alle nostre megalopoli invadenti, e mettere più energia in circolo è stata una pessima idea.
Sempre secondo i milioni di rilevamenti di Copernicus, gli eventi estremi del 2025 hanno avuto un impatto significativo sulla salute umana, sugli ecosistemi e sulle infrastrutture. Tra gli eventi più eccezionali si annoverano inondazioni, caldo estremo, siccità e incendi boschivi. Nel 2025, la metà delle terre emerse (esclusa l’Antartide) ha registrato un numero di giorni superiore alla media con almeno un forte stress da calore (ovvero temperatura percepita pari o superiore a 32 gradi). In alcune regioni, come parti degli Stati Uniti meridionali e dell’Asia orientale, si sono registrati fino a 45 giorni in più con almeno un forte stress da calore rispetto alla media, mentre l’Africa centrale ha visto fino a circa 110 giorni in più con stress da calore molto forte (38 gradi o superiore, per quasi un terzo dell’anno: daremo a tutti l’aria condizionata come le brioches della Marchesa?). Eppure, a più di qualcuno sui social e in tv continua a piacere caldo, anche in Europa (la regione che si sta scaldando di più al mondo, il doppio della media globale, con il Mediterraneo che ha accumulato 1,3 gradi in più dagli anni Ottanta, una bomba di energia).
Intanto le emissioni globali di anidride carbonica e metano continuano a crescere. Per la prima volta, la media degli ultimi tre anni è superiore a 1,5 gradi di riscaldamento, cioè la prima soglia prevista dall’Accordo di Parigi del 2015. Le previsioni per il 2026 è che diventerà il quarto anno consecutivo sopra quel limite. Non si dica poi che non lo sapevamo. L’Atlantico nord-orientale, la regione del Mare del Nord che comprende la Gran Bretagna settentrionale e parti della Scandinavia, il Mediterraneo sud-occidentale e la Russia occidentale hanno registrato temperature record. La temperatura superficiale del mare, calcolata come media sugli oceani (esclusi i poli), è rimasta storicamente elevata per tutto il 2025, nonostante l’assenza delle condizioni di riscaldamento dovute a El Niño (che adesso però arriverà e lo sentiremo dopo l’estate).
Giustizia spaziale
Questa la situazione oggettiva, ma niente allarmismi: il mondo sta cambiando, e lo abbiamo cambiato noi. La comunità scientifica internazionale ha indicato le soluzioni di mitigazione e adattamento, inclusa la necessità (di cui non si parla più: in questo periodo i rimossi sono più eloquenti degli espliciti) di lasciare nel sottosuolo il più rapidamente possibile le riserve di combustibili fossili residue, a cominciare dalle più difficili da estrarre e dalle più inquinanti (che sono definite “unburnable carbon”). Ma non lo stiamo facendo, è un tabù. Anzi, in molti “autorevoli” commentatori – seguaci della realpolitik secondo cui la geopolitica deve seguire le leggi del più forte e di chi arraffa per primo – l’apertura delle acque artiche dovuta al riscaldamento climatico suscita persino brividi di entusiasmo. Nuove rotte, nuovi pozzi, venite signori, grandi opportunità all’orizzonte: godimento carbonico, eldorado polare. Le nuove frontiere del capitalismo fossile e limbico sono infatti i fondali oceanici ricchi di metalli critici, la Luna, l’Antartide e, appunto, l’Artico, nonostante le difficoltà tecniche e i costi altissimi delle estrazioni a quelle latitudini estreme. Questo è tutto ciò che resta da depredare, questi gli ultimi relitti di beni comuni. La pantomima vergognosa sulla Groenlandia, con la minaccia imperialista statunitense di accaparrarsi militarmente ciò che già controllano di fatto, sta lì a dimostrarlo.
E allora aggiungiamo qualche altro dato. Su PLOS One è stato recentemente pubblicato il primo atlante geografico completo del petrolio e del gas nell’Artico, grazie al lavoro del Centro di Eccellenza Jean Monnet sulla Transizione Giusta dai Combustibili Fossili e del gruppo di ricerca internazionale Cambiamenti climatici, territori, diversità dell’Università di Padova. I ricercatori hanno geo-visualizzato la distribuzione delle licenze e delle infrastrutture di petrolio e gas nell’Artico utilizzando dati geospaziali open-access provenienti da cinque Paesi artici: Stati Uniti (Alaska), Canada, Groenlandia (Danimarca), Norvegia e Russia. Poi hanno mostrato come queste estrazioni intersecano, zona per zona, le aree ecologicamente sensibili e le terre dei popoli nativi.
Decenni di cooperazione internazionale per conservare e proteggere gli ecosistemi fragili e vulnerabili dell’Artico sono stati polverizzati. Come notano gli autori, “l’espansione delle infrastrutture di petrolio e gas, come oleodotti, pozzi e indagini sismiche, può frammentare gli habitat, disturbare la fauna selvatica, alterare le rotte migratorie e compromettere le attività tradizionali di sussistenza, tra cui la caccia, la pesca e l’allevamento delle renne”. La loro cartografia aggiornata serve dunque per identificare le aree protette, le zone di conservazione delle ONG, la distribuzione delle principali specie artiche e le terre dei popoli nativi, ovvero le aree prioritarie in cui le risorse fossili dovrebbero rimanere per sempre nel sottosuolo, sulla base di criteri di “giustizia spaziale” o geografica.
Ed ecco i dati. Nella regione artica sottoposta a conservazione della flora e dalla fauna e delimitata dal Consiglio Artico (in Canada e Russia va oltre il Circolo Polare Artico), 512.306 km² di territorio artico sono attualmente coperti da licenze per petrolio e gas, un’area paragonabile a quella della Spagna. Ci sono 44.539 pozzi di petrolio e gas, 39.535 km di oleodotti e quasi 1,95 milioni di km di linee di esplorazione sismica (48 volte la circonferenza della Terra). Il 73,3% delle aree in concessione per petrolio e gas nell’Artico si sovrappone alle terre dei popoli nativi. Nella sua prima raffica di ordini esecutivi, alle aziende che prenderanno le concessioni di estrazione il titolare della Casa Bianca ha tolto qualsiasi vincolo di protezione ambientale e qualsiasi diritto di rivendicazione alle tribù indigene dell’Alaska. Per fortuna il processo di devastazione va a rilento per via dei costi (e del fatto che i presidenti degli Stati Uniti cambiano fortunatamente ogni quattro anni, mentre le aziende devono pianificare questi investimenti più a lungo termine).
E ancora: il 7,57% delle concessioni incide su aree protette. Molte zone di estrazione coincidono con gli habitat di specie chiave dell’Artico, tra cui orsi polari, caribù e strolaghe beccogiallo. Un numero significativo di altri pozzi, oleodotti e infrastrutture industriali si trova in prossimità di aree protette e di territori indigeni già marginalizzati e sotto pressione. La più alta concentrazione di attività estrattive si riscontra nella penisola di Yamal in Russia (al netto della scarsa trasparenza e dell’insufficiente disponibilità di dati provenienti da questo paese), nelle province occidentali dell’apparentemente virtuoso Canada e nel North Slope dell’Alaska: tutte aree caratterizzate da ecosistemi fortemente sensibili e dalla presenza di comunità indigene in stato critico. Insomma, già ora l’impronta spaziale dello sviluppo degli idrocarburi nell’Artico è pesantissima e gli scienziati mettono in evidenza – anche grazie al linguaggio intuitivo e potente delle mappe geografiche – la sovrapposizione, cioè il conflitto, tra economia estrattiva, da una parte, e risorse naturali e diritti dei popoli nativi, dall’altra. Guardando quelle carte, l’incompatibilità è evidente.
Una zona artica di non proliferazione fossile
Al diavolo renne ed eschimesi, dobbiamo tenere basso il prezzo del petrolio per far girare le nostre economie – penseranno in molti. Ma i conti non tornano. Gli ecosistemi artici, come tutti gli altri, assolvono a funzioni cruciali di regolazione globale e ci offrono servizi ecosistemici preziosi, che adesso peraltro non paghiamo. Se li sommergiamo di bitumi, guadagneremo (poco) adesso e pagheremo (molto) a medio e lungo periodo con la moneta amara dell’insicurezza, del degrado ecologico, delle correnti oceaniche alterate e dei prezzi alle stelle di energie non rinnovabili sempre più scarse e monopolizzate, non sostituite con sufficiente velocità da energie rinnovabili. Il ghiaccio è bianco e riflette al massimo i raggi del Sole: quando scomparirà, ancora più calore verrà assorbito dalle superfici scure, alimentando e accelerando ulteriormente il riscaldamento globale. L’alterazione del vortice polare stratosferico causerà perturbazioni meteorologiche violente alle nostre latitudini. Inoltre, come ampiamente riconosciuto dalle Nazioni Unite, le conoscenze tradizionali delle comunità indigene dell’Artico sono essenziali per salvaguardare la biodiversità della regione e i loro diritti all’esistenza, alla libertà e a una vita in salute sono inalienabili tanto quanto i nostri. Non possono essere esclusi dalle decisioni che riguardano il futuro delle loro terre.
In risposta alla consultazione pubblica indetta dalla Commissione Europea per l’aggiornamento della strategia artica europea (che già prevede cooperazione pacifica, difesa dell’ambiente e sviluppo inclusivo) alla luce dell’imbarbarimento del quadro geopolitico internazionale, gli scienziati di Padova raccomandano di istituire una Zona Artica di Non-Proliferazione dei Combustibili Fossili, come proposto anche per l’Amazzonia, in nome della giustizia climatica e spaziale. Si tratta dell’applicazione di un processo denominato “yasunizzazione”, dal nome del Parco Nazionale Yasuni in Ecuador, dove nel 2007 si tentò (invano) di porre fine alle estrazioni petrolifere in cambio di una compensazione economica internazionale. L’idea è che nei territori si possa assumere unilateralmente e dal basso una decisione politica, etica, sociale ed economica per l’interruzione delle estrazioni in aree sempre più ampie.
Al di là degli esiti di queste proposte, oggi lontanissime da qualsiasi applicazione reale a causa dello stallo delle negoziazioni internazionali, forse la domanda di fondo è se siamo ancora disponibili ad accettare che il futuro dell’umanità dipenda dalla gestione pacifica e consensuale dei beni comuni, o se invece ci siamo già rassegnati alla morte di qualsiasi prospettiva di solidarietà planetaria. Resta il fatto che se gli idrocarburi continueranno a essere estratti dall’Artico e nessuna moratoria o divieto sarà rispettato, ciascun paese sarà libero di non comprarli e di boicottarli. Diversamente, sarà complice del processo. L’uscita dai combustibili fossili sembra essere ineluttabile, ma ciascuna potenza sta cercando di declinarne a proprio vantaggio i tempi e i modi, secondo gli interessi contingenti, e questo è incompatibile con l’imperativo di lasciare ai nostri figli e nipoti un pianeta che non sia ingestibile sul piano climatico nella seconda metà del secolo XXI. Resta la speranza che i movimenti dal basso, per quanto tramortiti dagli eventi, riescano a infilare qualche granello di sabbia nell’ingranaggio micidiale che sta trasformando il pianeta in una colossale Unità di Produzione.