Due mega ondate nel corso della storia, ma poche tracce delle sue origini: fino tempo fa della dinamica che ha portato il batterio Yersinia pestis in Europa e agli umani sapevamo poco. Quello che abbiamo scoperto è che certe modalità pandemiche non cambiano mai e potrebbero insegnarci qualcosa sul futuro.
C’è un filo rosso che unisce un’eruzione vulcanica, alcuni antichi alberi dei Pirenei, il grano dell’Ucraina, le navi genovesi, veneziane e pisane, un osso di pecora degli Urali, lo smalto dei denti di Sapiens del Neolitico inglese e vari altri reperti. La peste, malattia veicolata dal batterio Yersinia pestis che sconvolse a più riprese interi continenti. A tenere insieme tracce diversissime tra loro e distanti nel tempo è la multidisciplinarietà, che negli ultimi mesi ha permesso finalmente di capire quando e in che modo il batterio sia comparso nel Vecchio Continente, e di retrodatare le prime testimonianze della sua presenza in Asia e in Europa di migliaia di anni.
È stato infatti unendo studi di paleo e archeogenetica, archeobotanica, archivistica, microbiologia, geopolitica, vulcanologia, storia, epidemiologia e di altre discipline ancora che è stato possibile ricostruire una versione plausibile del destino di un patogeno che è stato uno dei grandi motori della storia, e dopo il quale nulla è più stato come prima. Non solo. Gli ultimi risultati hanno confermato che certe dinamiche pandemiche sono sempre le stesse: basterebbe tenerne conto per prevenire le crisi molto meglio di quanto non accada – incredibilmente – ancora oggi.
Una delle ricostruzioni più sorprendenti riguarda la seconda ondata epidemica della peste nera (la prima fu quella agostiniana, del 536-541 d.C., sulla quale torneremo tra poco), che giunse in Europa tra il 1347 e il 1353, provocando il decesso del 30-60% della popolazione. Come hanno ricordato su Nature i ricercatori delle Università di Cambridge e dell’Institute for the History and Culture of Eastern Europe (GWZO) di Lipsia , da tempo ne era noto l’arrivo dalle steppe dell’Asia centrale, ma nessuno era mai riuscito a spiegare in che modo quel microrganismo avesse percorso migliaia di chilometri.
Poi è stata utilizzata la dendrologia, lo studio degli eventi storici e ambientali attraverso quello degli anelli degli alberi, che ha mostrato una presenza insolita in alcune antiche piante dei Pirenei risalenti a quell’epoca: tre cerchi azzurri consecutivi, corrispondenti alle estati del 1345, 1346 e 1347. Pigmentazioni di questo tipo negli anelli di un anno indicano un’estate molto fredda e umida, fatto di per sé non insolito. Tuttavia, tre cerchi cerulei consecutivi indicano tre estati consecutive di quel tipo: qualcosa di molto diverso e anomalo, cioè un raffreddamento dovuto a cause eccezionali e, nello specifico, alle polveri e allo zolfo di un’eruzione vulcanica, che in effetti provocò tre estati senza sole, descritte peraltro in diversi documenti storici dell’epoca. Non si sa esattamente dove avvenne l’eruzione, ma se ne trovano tracce in tutto il bacino del Mediterraneo e anche nell’Europa continentale: qualcosa, in quegli anni, provocò una dispersione di polveri vulcaniche che, a sua volta, innescò un cambiamento climatico.
Seguirono autunni e inverni di una carestia così grave che le repubbliche marinare di Pisa, Genova e Venezia dovettero inviare alcune spedizioni verso l’Ucraina, alla ricerca di cereali prodotti dai mongoli dell’Orda d’Oro e rivenduti nei porti del Mare di Azov. Quella rotta commerciale salvò almeno in parte l’Italia, ma ebbe come conseguenza l’arrivo della peste, veicolata dalle pulci dei topi saliti sulle navi insieme al grano. Una riprova è nella sovrapposizione dei focolai peggiori con i porti di attracco e con le rotte seguite da quel grano. Città come Milano e Roma, che sarebbero state duramente colpite dall’epidemia successiva, nel Seicento, furono relativamente risparmiate, perché il loro grano non era quello ucraino, mentre altri porti del Mediterraneo come Alessandria d’Egitto o Creta, destinazioni delle navi italiane, furono anch’essi travolti dalla peste.
Per studiare la prima peste, quella agoatiniana, i ricercatori dell’Università della Florida hanno applicato tecniche più sensibili ai resti di otto denti di vittime sepolte in una fossa comune nella città giordana di Gerasa (Jerash), molto vicino all’epicentro della pandemia, Pelusium (l’attuale Tell el-Farama), in Egitto, a 320 chilometri di distanza. E hanno trovato così la pistola fumante.
Negli ultimi mesi la genetica ha permesso di trovare un’altra conferma inseguita da decenni, questa volta non sulla seconda ma su quella che si considera la prima peste, quella agostiniana (536-541 d.C.). Che si fosse trattato proprio di peste, infatti, non era completamente certo. C’erano solo descrizioni documentali che facevano pensare che il batterio in questione, che sconvolse l’Impero romano avviandone il declino, fosse appunto la Yersinia, ma i resti trovati non permettevano di andare oltre le ipotesi, perché il materiale era troppo degradato o troppo poco.
Poi i ricercatori dell’Università della Florida hanno applicato tecniche più sensibili ai resti di otto denti di vittime sepolte in una fossa comune (in realtà un ippodromo precipitosamente riconvertito tra il VI e il VII secolo, a riprova delle gravità della situazione) nella città giordana di Gerasa (Jerash), molto vicino all’epicentro della pandemia, Pelusium (l’attuale Tell el-Farama), in Egitto, a 320 chilometri di distanza. E hanno trovato così la pistola fumante, illustrata su Genes: tutte e otto le vittime erano morte per ceppi quasi identici del batterio. L’ipotesi è che da quell’epicentro la peste si sia rapidamente diffusa a tutto l’Impero romano, seguendo anche in quel caso le rotte commerciali terrestri e marine.
Per quanto riguarda le steppe asiatiche, le ultime ricerche dei paleomicrobiologi di Harvard hanno aggiunto un tassello importante al quadro complessivo. C’erano infatti indizi della presenza del batterio in reperti di circa cinquemila anni fa, ma poi il microrganismo sembrava essere scomparso nel nulla, per ricomparire solo duemila anni dopo. Analizzando un accampamento fortificato chiamato Arkaim, nell’attuale Uzbekistan, appartenuto a un popolo chiamato Sintashta, conosciuto per l’abilità nel dressage e commercio di cavalli, gli studiosi hanno ritrovato tracce genetiche della peste in un osso di pecora di quattromila anni fa, in piena età del bronzo. La peste non se n’era andata del tutto, stava solo aspettando condizioni migliori. Quel ceppo, però, non prevedeva il passaggio dalle pulci, e l’ipotesi avanzata su Cell è che sia passato dagli ovini ai cavalli e agli uomini (un esempio perfetto di spillover) attraverso scambi commerciali.
In Europa, intanto, nonostante si sia a lungo pensato il contrario, in quel momento circolavano già altri ceppi della stessa famiglia. Lo hanno dimostrato innanzitutto i ricercatori di alcune università statunitensi e indiane analizzando reperti umani provenienti da tutto il mondo, in uno studio pubblicato su Pathogens che traccia mappe geostoriche molto chiare e nel quale si conferma che la peste è a tutti gli effetti una zoonosi, cioè una malattia inizialmente comparsa negli animali che vivevano accanto all’uomo, spinta allo spillover da cause sociali e storiche, oltreché dalla promiscuità e dalla condivisione degli ambienti (e dall’assenza di precauzioni, ovviamente).
Tra l’altro, anche in Europa l’apparente scomparsa del batterio per oltre due millenni già osservata in Asia potrebbe spiegare un fenomeno noto come “declino del Neolitico”, durante il quale si ebbe, nel giro di poco tempo, un improvviso calo della popolazione, e le cui cause non sono mai state chiarite in modo davvero convincente.
Altri due studi che hanno collocato la peste in Europa molto prima del previsto, confermando così ulteriormente la circolazione di più ceppi migliaia di anni prima dell’arrivo di quelli emersi in Egitto e hanno dimostrato che la malattia colpì in almeno tre ondate successive, nell’arco di circa 120 anni, e quindi in generazioni diverse.
Per capire ancora meglio quali Yersinie hanno circolavato in Europa nei secoli, il team sta ora studiando oltre 1200 reperti provenienti dal Lazzaretto Vecchio di Venezia, uno dei siti di sepoltura di vittime di peste più importanti del mondo, e anche in quel caso alla ricerca genetica e microbiologica saranno affiancate le indagini storiche.
Ci sono stati poi altri due studi che hanno collocato la peste in Europa molto prima del previsto, confermando così ulteriormente la circolazione di più ceppi migliaia di anni prima dell’arrivo di quelli emersi in Egitto. Nel primo, uscito su Nature nel 2024, i ricercatori dell’Università di Copenaghen hanno analizzato i resti di 108 individui trovati in sepolture del tardo Neolitico, datate tra 5300 e 4900 anni fa e scoperte nella penisola scandinava. E hanno trovato tracce del DNA della Yersinia pseudotuberculosis in 18 di loro, pari al 17% del totale: abbastanza per pensare che la peste fosse endemica. Inoltre hanno dimostrato che la malattia colpì in almeno tre ondate successive, nell’arco di circa 120 anni, e quindi in generazioni diverse; in un caso è stata trovata in sei generazioni di una famiglia composta da 38 individui.
Queste ricerche hanno evidenziato la presenza di alcuni ceppi particolarmente virulenti, e hanno anche permesso di capire meglio l’organizzazione sociale, che è risultata essere patrilineare. E per chi si ammalava e moriva c’era un destino specifico, quasi a riprodurre dopo la morte quanto avveniva in vita all’arrivo della malattia, ovvero l’allontanamento dal contatto diretto delle persone contagiate: una donna è stata sepolta lontana dai suoi fratelli perché infetta.
I ricercatori del Crick Institute di Londra hanno invece analizzato il DNA dei denti di 34 cadaveri di quattromila anni fa ritrovati in due siti archeologici, la certosa di Warren, nel Sommerset, e un tumulo ad anello a Levens, in Cumbria. Anche in quel caso è stata trovata la Yersinia pestis nella polpa dentale di due bambini morti a 10-12 anni, e in quella di una donna di 35-45 anni.
La peste accompagna dunque l’uomo da almeno quattromila anni, ed è comparsa contemporaneamente in diversi continenti, arrivando probabilmente dagli animali appena addomesticati, percorrendo le grandi vie commerciali insieme a loro e ai loro padroni e trasformando profondamente la storia dei paesi che colonizzava.
Oggi, nelle sue varie manifestazioni (bubbonica, polmonare e setticemica), fa meno paura grazie agli antibiotici, anche se può ancora essere mortale, se non trattata. Esistono paesi che ogni tanto fanno i conti con focolai endemici come il Madagascar, il Perù e la Repubblica Democratica del Congo e altri nei quali compaiono casi veicolati sempre da roditori come topi e scoiattoli, ma la rete di sorveglianza e la disponibilità di terapie l’ha resa una delle infezioni più note e monitorate. Non rappresenta dunque una minaccia, ma di sicuro è un modello di zoonosi e di innesco di grandi pandemie che può essere utile a capire quelle attuali e a prevedere quelle future. Dinamiche complesse che spaziano nei continenti e nei millenni, finalmente chiarite grazie a studi interdisciplinari tipicamente One Health (anche se il termine viene usato di solito per indicare studi sulla contemporaneità), e che spiegano anche, con i risultati, perché la scienza migliore sia sempre quella collaborativa.