Ci troviamo di fronte a diversi possibili scenari climatici che dipendono dalle nostre azioni e da come queste influiscono sul superamento delle "soglie critiche", eppure con la crisi economica e geopolitica attuale molti governi tornano a rifugiarsi nei cari e vecchi idrocarburi.
La Terra, nel corso della sua storia, ha attraversato enormi trasformazioni climatiche: dalle ere glaciali, con ghiacci estesi fino alle zone tropicali, a quelle di super effetto serra, con temperature ben più elevate di quelle odierne. In centinaia di migliaia di anni le sue condizioni sono cambiate in maniera enorme, ma mai come in quest’epoca così rapidamente. E le cause di questa trasformazione, i gas serra, oggi diventano un’ulteriore trappola geopolitica oltre che ambientale.
Nel Cretaceo, tra 145 e 65 milioni di anni fa, la temperatura media globale era più alta di oggi di almeno dieci gradi, i ghiacci erano quasi assenti, il livello marino era più alto di settanta metri e organismi tipici del clima caldo prosperavano nelle regioni polari. Da allora, un progressivo raffreddamento ha condotto, circa tre milioni di anni fa, all’inizio dell’era glaciale quaternaria, in cui la Terra tuttora si trova, caratterizzata dalla presenza stabile di ghiacci ai poli e dall’alternanza tra periodi glaciali più freddi e periodi interglaciali più miti. Oggi viviamo in uno di questi ultimi, l’Olocene, iniziato 11.700 anni fa al termine dell’ultima glaciazione. Circa vent’anni fa, durante una conferenza del programma internazionale sulla geosfera e la biosfera, il chimico atmosferico Paul Crutzen (premio Nobel) e il biologo Eugene Stoermer diedero inizio a un dibattito sulla possibilità che l’attuale era geologica non sia più l’Olocene, ma una nuova definita dal forte impatto delle attività umane sul pianeta, chiamata Antropocene.
Nel 2009 venne istituito l’Anthropocene Working Group nell’ambito della Commissione Internazionale di Stratigrafia – organizzazione scientifica responsabile della suddivisione ufficiale del tempo geologico terrestre – con lo scopo di valutare se davvero l’Antropocene meritasse un riconoscimento come epoca geologica. Il dibattito si è poi intensificato su quando farla iniziare: dalla Rivoluzione Industriale, dal 1950 con la Grande Accelerazione, oppure dall’avvento dell’agricoltura, nell’Olocene.
Nel 2024, tuttavia, l’Anthropocene Working Group ha votato contro la formalizzazione dell’Antropocene come epoca geologica ufficiale, sulla base del fatto che, per definirla, servono prove stratigrafiche più consolidate negli strati geologici. Nonostante questo, il concetto rimane centrale nel dibattito scientifico e il termine continua ad essere usato moltissimo in climatologia, ecologia, geografia e scienze sociali.
Nel Quaternario, il ritmo con cui periodi glaciali e interglaciali si sono alternati non è sempre stato lo stesso: fino a un milione di anni fa circa, i cicli duravano attorno ai 41.000 anni, legati soprattutto alle variazioni dell’inclinazione dell’asse terrestre. Nell’ultimo milione di anni, invece, i cicli si sono allungati a circa 100.000 anni, guidati dalle oscillazioni dell’eccentricità dell’orbita della Terra intorno al sole. Questo cambio di ritmo è noto come “transizione del medio Pleistocene” e la sua origine è ancora oggetto di ricerca. Un’ipotesi è che una diminuzione progressiva delle concentrazioni di anidride carbonica atmosferica nel corso del Pleistocene abbia svolto un ruolo chiave nell’innescare questa importante transizione climatica che sarebbe avvenuta non in modo improvviso ma graduale.
Nei momenti di massimo glaciale, le temperature medie sono state fino a cinque gradi inferiori rispetto a oggi, grandi calotte di ghiaccio coprivano vaste aree di Europa, Asia e Nord America, e vivevano molti animali oggi estinti come i mammut o i mastodonti. I periodi interglaciali non sono stati caldi in senso “tropicale” ovunque.
Nell’ultimo milione di anni i periodi glaciali sono stati più lunghi di quelli interglaciali: in media 80.000-90.000 anni contro 10.000-15.000. Nei momenti di massimo glaciale, le temperature medie sono state fino a cinque gradi inferiori rispetto a oggi, grandi calotte di ghiaccio coprivano vaste aree di Europa, Asia e Nord America, e vivevano molti animali oggi estinti come i mammut o i mastodonti. I periodi interglaciali non sono stati caldi in senso “tropicale” ovunque, ma più miti e con meno variazioni estreme: le grandi calotte di ghiaccio si ritiravano verso i poli, il livello dei mari era più alto, gli ecosistemi più ricchi di biodiversità. Ed è proprio nell’Olocene, l’attuale (o appena conclusasi) era interglaciale, che le civiltà umane si sono evolute verso la sedentarietà, l’agricoltura, e l’allevamento dando vita alle prime società “complesse”. Oggi, tuttavia, le temperature globali si avvicinano o superano i valori massimi dell’Olocene – e probabilmente degli ultimi 125.000 anni – a causa delle emissioni di gas serra legate alle attività umane.
E di sostanze di questo tipo ne esistono diverse con origini e impatti differenti. La CO2 ha raggiunto livelli record: oltre 425 parti per milione (ppm) nel 2024-2025, con una crescita di anno in anno che spesso supera le 2-3 ppm, un tasso dieci volte più veloce rispetto al passato. Anche i livelli di metano (CH4), secondo gas serra per impatto climatico dopo la CO2, hanno continuato a crescere, aggravando ulteriormente il riscaldamento a breve termine a causa dell’elevato potenziale di riscaldamento globale di questo gas – il metano è circa 28 volte più potente della CO2, su un orizzonte di cento anni – nonostante rimanga nell’atmosfera in media per circa un decennio, un tempo molto più breve rispetto all’anidride carbonica (cento anni). Il potenziale di riscaldamento del metano tiene conto anche di alcuni effetti indiretti, tra cui il fatto di essere precursore dell’ozono troposferico, che è a sua volta un gas serra. Ha un ruolo diverso dall’ozono presente in stratosfera, che protegge la Terra dalle radiazioni UV solari.
Le emissioni di protossido di azoto (N2O), il terzo gas serra di origine antropica, sono aumentate del 40% dal 1980 al 2020. Uno studio recente mostra che questo gas si sta accumulando nell’atmosfera più rapidamente che in qualsiasi altro momento della storia umana e che il suo attuale tasso di crescita è probabilmente senza precedenti negli ultimi 800.000 anni. Le emissioni antropiche di N2O provengono principalmente dall’applicazione di fertilizzanti azotati e dai rifiuti animali su terreni agricoli e pascoli; è molto meno abbondante di anidride carbonica o metano, ma il suo potenziale di riscaldamento globale è quasi trecento volte superiore a quello della CO₂.
Il rapido cambiamento climatico che la Terra sta sperimentando solleva preoccupazioni anche per la possibile presenza di soglie critiche (tipping points) oltre le quali il sistema climatico potrebbe subire trasformazioni irreversibili. Come abbiamo già discusso in un precedente articolo, tra gli elementi più sensibili vi sono le calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, il permafrost, i ghiacciai montani e alcune aree della foresta Amazzonica. Superate le soglie, possono attivarsi meccanismi di retroazione positiva che amplificano il riscaldamento e si auto-alimentano: meno ghiaccio significa meno riflessione della luce solare e quindi più calore; lo scongelamento del permafrost libera metano e aumenta il riscaldamento; la degradazione delle foreste riduce l’assorbimento di CO₂ e, di nuovo, aumenta il riscaldamento.
Questi processi sono interconnessi: un cambiamento in una regione può propagarsi ad altre attraverso oceani e atmosfera. La perdita del ghiaccio marino artico e della calotta glaciale della Groenlandia, ad esempio, immette grandi quantità di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale, indebolendo la circolazione termoalina – di cui la corrente del Golfo è il ramo superficiale più noto. Questo indebolimento può alterare la circolazione atmosferica e i regimi di precipitazione tropicale, aumentando il rischio di siccità e il potenziale degrado della foresta Amazzonica settentrionale, con conseguente riduzione dell’assorbimento di carbonio e ulteriore riscaldamento. È difficile prevedere con precisione quando e come le soglie critiche possano essere superate, ma proprio questa incertezza rende necessario un approccio prudente: studi modellistici suggeriscono che le emissioni di gas serra potrebbero aver già alterato il ciclo naturale glaciale-interglaciale dell’ultimo milione di anni e rimandato la prossima glaciazione di decine di migliaia di anni.
La finestra d’azione si sta restringendo ma non è ancora chiusa. Le conoscenze scientifiche, le tecnologie e gli strumenti per intervenire esistono già. La sfida non è più capire cosa sta accadendo, ma decidere – collettivamente – quale futuro costruire.
La traiettoria più temuta è quella di una Hothouse Earth – una “Terra Serra” – in cui il sistema climatico si troverebbe in uno stato molto più caldo dell’attuale, stabile su tempi lunghi, auto-sostenuto da meccanismi di retroazione, indipendentemente dalle emissioni future di gas serra. Secondo alcuni studi, l’Antropocene – l’epoca in cui le attività umane agiscono come forza geologica sul pianeta – potrebbe rappresentare l’inizio di questa traiettoria. La scienza indica però anche un’alternativa: la Stabilized Earth, una “Terra Stabile” in cui il riscaldamento globale non oltrepassi i 2°C oltre i livelli preindustriali e il sistema climatico resti entro condizioni compatibili con la vita umana organizzata. Questa traiettoria richiede una riduzione rapida delle emissioni, la protezione degli ecosistemi che assorbono carbonio (foreste, oceani, zone umide), la rimozione di CO2 dall’atmosfera, la messa in atto di cambiamenti sistemici nei settori economico, energetico e di uso del suolo, oltre che l’adattamento agli impatti già inevitabili del riscaldamento.
La finestra d’azione si sta restringendo ma non è ancora chiusa. Le conoscenze scientifiche, le tecnologie e gli strumenti per intervenire esistono già. La sfida non è più capire cosa sta accadendo, ma decidere – collettivamente – quale futuro costruire. Eppure, il contesto geopolitico globale rende la sfida più ardua: negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha avviato un’inversione di rotta rispetto agli impegni climatici degli anni precedenti; segnali analoghi arrivano da altri paesi che rallentano o ridiscutono i propri obiettivi di decarbonizzazione e rimettono mano ai piani di abbandono del carbone.
L’Italia, ad esempio, ha posticipato la chiusura delle proprie centrali dal 2025 al 2038. Una scelta non giustificata né tecnicamente né economicamente ma che rientra nella più ampia strategia dell’attuale governo di rivedere al ribasso gli obiettivi climatici, rischiando così di rallentare gli investimenti nelle rinnovabili. Si tratta, in gran parte, di una misura dichiarata emergenziale e temporanea, ma ogni emergenza che si prolunga troppo rischia di diventare la nuova normalità, riducendo il tempo utile per correggere la rotta. Mai come oggi risulta chiaro come la transizione energetica non sia solo una necessità ambientale, ma anche una questione di sicurezza nazionale — chi produce energia rinnovabile “in proprio” non dipende da equilibri geopolitici instabili.
La storia del clima ci insegna che la Terra sa trovare nuovi equilibri: la domanda è se lo farà in tempi e modi compatibili con le società che abbiamo costruito.