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Enrico Bucci
Perché l’oro è prezioso anche se è inutile?

Perché L’oro È Prezioso Anche Se È Inutile Cover Bucci
chimica economia evoluzione

Nella nostra evoluzione biologica ha avuto un ruolo molto limitato: non nutriva, non serviva a costruire nulla di essenziale in termini materiali. E allora come mai è rimasto centrale in fasi tanto diverse della storia umana?

Attribuire valore elevato a un materiale che non ha una funzione biologica immediata è un comportamento che, a prima vista, appare paradossale. Dal punto di vista strettamente adattativo, l’oro non contribuisce direttamente alla sopravvivenza individuale: non è cibo, non è un materiale strutturale, non è uno strumento. Eppure ha accompagnato la nostra specie per tutta la sua storia documentata, riemerge in contesti culturali indipendenti, sopravvive a rivoluzioni tecnologiche che hanno reso obsoleti materiali un tempo fondamentali. Questo rende l’oro un caso di studio privilegiato per capire come un oggetto “inutile” possa diventare centrale quando una specie sviluppa forme avanzate di cooperazione, accumulo e scambio.

Il primo livello di spiegazione riguarda le proprietà chimico-fisiche dell’oro, che non vanno elencate come caratteristiche isolate, ma considerate come un insieme coerente. L’oro è un elemento chimico semplice, Au, con una configurazione elettronica che rende energeticamente sfavorevoli le reazioni di ossidazione in condizioni ambientali ordinarie. Questa inerzia chimica fa sì che l’oro non si trasformi spontaneamente nel tempo. In un mondo materiale dominato da processi di degrado, corrosione e decomposizione, l’oro rappresenta un’eccezione. Un oggetto d’oro mantiene massa, forma, colore e proprietà meccaniche su scale temporali che eccedono la vita individuale e spesso anche quella delle strutture sociali che lo hanno prodotto.

A questa stabilità chimica si aggiunge una combinazione rara di proprietà meccaniche. L’oro è estremamente duttile e malleabile: può essere lavorato in forme complesse, ridotto in lamine sottilissime, rifuso e ricombinato senza perdita di identità materiale. Questo consente di trasformarlo in oggetti durevoli, ma anche di suddividerlo e standardizzarlo in unità di dimensioni diverse. La lavorabilità non è un dettaglio tecnico: è ciò che permette al valore incorporato nel materiale di essere modulato senza distruggerlo. La densità elevata consente inoltre di concentrare grandi quantità di valore in volumi ridotti, rendendo possibile il trasporto su lunghe distanze senza costi logistici proibitivi.

Un punto cruciale, spesso frainteso, riguarda la rarità. L’oro non è il materiale più raro accessibile all’umanità. Esistono elementi più rari nella crosta terrestre e materiali che richiedono uno sforzo maggiore per essere ottenuti. La rarità dell’oro si colloca invece in una finestra molto specifica: sufficiente a limitarne la disponibilità, compatibile con l’estrazione e la lavorazione mediante tecniche relativamente semplici. L’oro si trova in natura allo stato metallico, sotto forma di pepite o inclusioni riconoscibili. Questo significa che entra precocemente nell’esperienza materiale umana, senza richiedere una chimica avanzata o infrastrutture complesse. Materiali troppo comuni non sostengono valore; materiali estremamente rari restano fuori dall’orizzonte pratico. L’oro rimane accessibile ma non banale.

Queste proprietà hanno rilievo solo in relazione a una caratteristica specifica della nostra specie: il bisogno di accumulare e trasferire valore in contesti sociali complessi. Homo sapiens ha spinto la cooperazione oltre i limiti del piccolo gruppo. Gli esseri umani cooperano con estranei, pianificano su orizzonti temporali lunghi, accumulano risorse che non vengono consumate immediatamente e le trasmettono alle generazioni successive. Nei gruppi di piccole dimensioni, il valore può restare incorporato nelle relazioni personali, nella reputazione e nella memoria condivisa. Questo sistema funziona finché il numero degli individui è limitato e le interazioni ripetute.

Quando la dimensione del gruppo cresce, quando aumentano le distanze geografiche e quando lo scambio avviene tra individui che non condividono una storia comune, questa architettura cognitiva diventa insufficiente. Diventa necessario esternalizzare il valore in supporti materiali che possano conservarlo, renderlo trasferibile e riconoscibile indipendentemente dalla relazione personale. Questo passaggio non è un’invenzione arbitraria, ma una risposta a un vincolo cognitivo: la memoria sociale umana non scala indefinitamente.

“La stabilità chimica assicura la conservazione del valore nel tempo, la lavorabilità consente standardizzazione e frazionamento, la riconoscibilità non richiede autorità centrali. L’oro attraversa confini culturali senza perdere funzione”.

Nelle fasi iniziali della storia umana questa esigenza produce una grande varietà di soluzioni locali. Conchiglie, perline, pietre lavorate, tessuti, animali, metalli diversi assumono la funzione di supporti del valore in contesti specifici. Questa fase è ben documentata archeologicamente e mostra una dinamica di esplorazione culturale. Molte soluzioni funzionano efficacemente su scala ridotta, all’interno di reti di scambio limitate e relativamente omogenee.

Il passaggio decisivo avviene quando lo scambio si estende su società molto ampie e su lunghe distanze. In queste condizioni, solo i materiali che mantengono le proprie proprietà al variare dell’ambiente, della cultura e della tecnologia continuano a funzionare. È questo fine specifico – lo scambio impersonale su larga scala e su lunghi orizzonti temporali – che porta progressivamente alla selezione dell’oro. La stabilità chimica assicura la conservazione del valore nel tempo, la lavorabilità consente standardizzazione e frazionamento, la riconoscibilità non richiede autorità centrali. L’oro attraversa confini culturali senza perdere funzione.

Questa robustezza spiega anche il ruolo che l’oro continua a svolgere nell’economia contemporanea. Le riserve auree delle banche centrali non sono un residuo simbolico del passato, sono un bene che non dipende dalla solvibilità di un emittente, non è legato a una specifica giurisdizione politica e non incorpora rischi di degradazione materiale. In un sistema finanziario basato su strumenti altamente astratti e su promesse di valore futuro, l’oro continua a svolgere una funzione di ancoraggio materiale, soprattutto nei momenti di instabilità.

La convergenza sull’oro non è universale. Esistono popolazioni che non hanno riconosciuto valore economico all’oro o che non lo hanno conosciuto affatto. In molte società amerindie precolombiane l’oro aveva un ruolo ornamentale o rituale, ma non monetario. In alcune culture dell’Oceania oggetti come conchiglie o pietre cerimoniali hanno sostenuto valore per secoli. Casi simili mostrano che l’oro non è una necessità antropologica, ma una soluzione che emerge quando il problema da risolvere è lo scambio esteso e impersonale.

Un confronto con altre specie chiarisce ulteriormente il meccanismo. In etologia comparata esistono numerosi esempi in cui animali attribuiscono valore comportamentale a oggetti che non hanno una funzione diretta di sopravvivenza, né come cibo né come strumenti. Questi oggetti non vengono scelti per utilità immediata, ma per le informazioni che rendono visibili ad altri individui.

Uno dei casi meglio studiati è quello degli uccelli giardinieri (bowerbirds). I maschi costruiscono strutture complesse, i bower, e le decorano con oggetti selezionati con grande attenzione: bacche colorate, conchiglie, frammenti lucidi, talvolta oggetti artificiali. Questi elementi non contribuiscono alla stabilità del nido né alla protezione dei piccoli. La loro funzione è esclusivamente segnaletica. La scelta degli oggetti non è casuale: riguarda colore, rarità locale, disposizione spaziale, simmetria. Le femmine valutano queste strutture come indicatori indiretti di qualità del maschio.

Il punto chiave, dal punto di vista evolutivo, è che questi oggetti funzionano come segnali affidabili di costo sostenuto. Raccoglierli richiede tempo, energia, capacità di esplorazione del territorio, memoria spaziale, coordinazione motoria. Inoltre, il possesso e l’esposizione di oggetti visibili comportano un rischio: attirano l’attenzione di rivali e predatori. Il segnale è affidabile proprio perché non è gratuito. Non importa che l’oggetto sia “inutile” in senso funzionale; conta che renda visibile un investimento reale.

“La selezione naturale può favorire l’uso di oggetti “inutili” quando questi permettono di rendere visibili proprietà altrimenti invisibili, come competenza, accesso alle risorse, capacità cognitive o affidabilità”.

Esempi analoghi si osservano in altre specie. Alcuni corvidi mostrano comportamenti di collezione di oggetti brillanti, non legati al consumo. In diverse specie di primati si osservano preferenze per oggetti specifici che vengono manipolati, trasportati o conservati senza una funzione strumentale immediata. In questi casi, l’oggetto diventa un supporto per interazioni sociali, giochi di status, attenzione reciproca. Anche qui, il valore non è intrinseco all’oggetto, ma emerge dalla relazione tra costo di acquisizione, visibilità e risposta sociale.

Questi comportamenti mostrano un punto fondamentale: la selezione naturale può favorire l’uso di oggetti “inutili” quando questi permettono di rendere visibili proprietà altrimenti invisibili, come competenza, accesso alle risorse, capacità cognitive o affidabilità. L’oggetto diventa un mezzo di esternalizzazione dell’informazione biologicamente rilevante.

Nel caso umano, questo meccanismo non scompare, ma viene radicalmente esteso. Homo sapiens possiede capacità cognitive che permettono di astrarre, accumulare e condividere significati su scala molto più ampia. L’oggetto non segnala più soltanto la qualità di un individuo in un contesto riproduttivo, ma diventa un supporto stabile per rappresentare lavoro accumulato, tempo investito e impegni differiti all’interno di un gruppo. Il segnale non è più diretto a un singolo osservatore, ma a una collettività.

Qui avviene un passaggio cruciale. Negli animali, il segnale resta legato al corpo dell’individuo e alla sua prestazione immediata. Nell’uomo, il segnale viene sganciato dall’individuo e incorporato in oggetti che possono circolare. Questo consente al costo sostenuto in passato di continuare a produrre effetti sociali nel futuro, anche in assenza del soggetto che lo ha sostenuto. È un’estensione radicale del principio del segnale costoso: il costo non solo è visibile, ma è conservato nel tempo.

L’oro si inserisce perfettamente in questa dinamica perché consente a un segnale di costo di non degradarsi. Un oggetto d’oro conserva la traccia dell’investimento che lo ha prodotto senza subire erosione materiale né perdita di riconoscibilità. In questo senso, l’oro non è soltanto un mezzo di scambio, ma un supporto fisico per la memoria sociale del costo. Ciò che negli altri animali resta limitato a display effimeri e localizzati, nell’uomo diventa accumulabile, trasmissibile e astratto.

Questa continuità evolutiva chiarisce perché l’attrazione per materiali “inutili” non sia un’anomalia culturale, ma l’estensione di un meccanismo biologico generale. L’oro rappresenta uno dei punti in cui una proprietà chimica – la resistenza al cambiamento – si allinea con una proprietà cognitiva della nostra specie: la capacità di costruire sistemi di cooperazione basati su segnali esternalizzati, durevoli e condivisi. In questo quadro, l’oro non appare come feticcio irrazionale, ma come caso limite in cui un oggetto diventa un archivio materiale di informazione sociale.

Enrico Bucci

Enrico Bucci, Ph.D. in Biochimica e Biologia molecolare (2001), è stato ricercatore presso l’istituto IBB (CNR) fino al 2014. Dal 2006 al 2008 ha diretto il gruppo R&D al Bioindustry Park del Canavese. Nel 2016 ha fondato Resis Srl, azienda dedicata alla promozione dell’integrità della ricerca scientifica pubblica e privata. È professore aggiunto alla Temple University di Philadelphia presso il dipartimento di Biologia. È consulente per l’integrità nella ricerca scientifica per diverse istituzioni pubbliche e private, sia in Italia che all’estero.
Il suo lavoro nel campo dell’integrità scientifica è apparso su diverse riviste nazionali e internazionali, inclusa Nature ed è stato premiato a Washington nel 2017 con il “Giovan Giacomo Giordano NIAF Award for Ethics and Creativity in Medical Research”. È autore di oltre 100 articoli scientifici su riviste peer reviewed, di alcuni libri divulgativi e di una rubrica quotidiana di divulgazione su «Il Foglio».

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