Huawei doveva morire quando Washington le ha negato i chip avanzati. Pochi anni dopo, l'azienda chiave del capitalismo tecnologico cinese costruisce i suoi processori da sola e ringrazia le stesse sanzioni che volevano annientarla.
Il 25 maggio 2026, a Shanghai, He Tingbo sale sul palco del simposio internazionale dell’Institute of Electrical and Electronics Engineers (IEEE) su circuiti e sistemi. Le è affidato il discorso di apertura, intitolato “New Semiconductor Path in Practice”. Si tratta di una delle poche occasioni in cui ha parlato in pubblico negli ultimi anni, ma He Tingbo, nota anche con il nome occidentale Teresa, è una delle figure più importanti della guerra tecnologica tra Washington e Pechino. Più correttamente, ne è una veterana, perché lavora per un’azienda che si trova ormai da tempo al centro dei giochi: Huawei.
Nata nel 1969 a Changsha, nella provincia meridionale dello Hunan, He Tingbo ha costruito la sua carriera partendo dalla laurea in fisica dei semiconduttori e in ingegneria delle comunicazioni, seguita poi da un master all’Università di Pechino di Poste e Telecomunicazioni. Entra in Huawei nel 1996. La svolta della sua carriera avviene nel 2003, quando le viene affidato un ampio budget direttamente dal leggendario fondatore di Huawei, Ren Zhengfei, col mandato di guidare lo sviluppo dell’azienda nell’industria dei semiconduttori, il cuore della vita digitale. Sotto la sua guida, nel 2004 è nata formalmente HiSilicon, la divisione di progettazione dei chip di Huawei.
Nel corso degli anni, mentre la discussione sulla “guerra dei chip” aumenta vorticosamente, l’influenza di He Tingbo cresce. Oggi ricopre il ruolo di presidente del business dei semiconduttori di Huawei, è direttrice del comitato degli scienziati ed è una delle sole due donne presenti nel consiglio di amministrazione dell’azienda, attualmente composto da diciassette membri. L’altra è Meng Wanzhou, figlia del fondatore Ren Zhengfei. He Tingbo, nota nei circoli tecnologici cinesi come “regina dei chip di Huawei”, rappresenta più di ogni altra personalità la determinazione della Cina a mantenere e rilanciare il proprio sviluppo tecnologico dopo le restrizioni degli Stati Uniti su Huawei, a partire dal 2019.
Il discorso di Shanghai è tecnico ma anche politico. L’ingegnera espone un nuovo approccio alla progettazione e produzione dei chip, ideato per superare due vincoli: i limiti fisici della legge di Moore e l’impatto delle restrizioni commerciali statunitensi. Al centro della sua presentazione c’è la Tau Scaling Law, un principio volto a migliorare le prestazioni informatiche riducendo il tempo di trasmissione di dati e segnali attraverso i circuiti, anziché rimpicciolire fisicamente le dimensioni dei componenti. A ciò si aggiunge un nuovo metodo di progettazione, che usa una modalità di packaging per aumentare l’efficienza energetica e la densità del chip. Questo approccio, secondo la dirigente di Huawei, ha permesso di aumentare del 55% la densità dei transistor sull’ultimo processore Kirin senza dipendere dai macchinari avanzati per la litografia estrema ultravioletta (EUV) realizzati dal campione dei Paesi Bassi ASML, ai quali la Cina non ha accesso a causa dei divieti sulle esportazioni imposti dagli Stati Uniti a partire dal 2018.
Il discorso di Shanghai si colloca in una fase di rinascita e riorganizzazione per Huawei, dopo la ricostruzione della propria filiera e dei processi a seguito dell’impatto delle sanzioni statunitensi. Il fatturato e le linee di prodotto, pesantemente colpiti all’inizio di questo decennio, si sono ripresi. Prima delle sanzioni, l’azienda era – dopo Apple – il secondo maggior cliente a livello globale di TSMC, l’azienda taiwanese (fondata nel 1987, come la stessa Huawei) leader mondiale della produzione di chip logici. I divieti hanno accelerato la transizione di Huawei verso fornitori e partner nazionali, come la fonderia SMIC, e soprattutto il suo ruolo come mega-integratore dell’ecosistema cinese dei semiconduttori, dai software ai macchinari. Sul fronte dell’intelligenza artificiale, Huawei ha iniziato le spedizioni dei suoi nuovi sistemi della serie Ascend 950, per occupare nel mercato interno lo spazio lasciato libero da NVIDIA, colpita dai controlli sulle esportazioni degli Stati Uniti.
Nonostante questo potenziale, He Tingbo ha anche riconosciuto che rimangono sfide complesse da affrontare nel prossimo decennio, dagli strumenti di automazione della progettazione elettronica (EDA) alla gestione termica. In ogni caso, l’azienda cinese stima che, entro il 2031, i chip basati sui nuovi principi presentati da He Tingbo potrebbero eguagliare le tecnologie cosiddette a 1,4 nanometri, posizionandosi solo pochi anni indietro rispetto alle tabelle di marcia di TSMC e Intel. L’obiettivo resta quello di consentire all’intera industria cinese dei semiconduttori di emanciparsi dal controllo di Washington, in corrispondenza con la logica del Piano Made in China 2025, lanciato nel 2015.
Le restrizioni degli Stati Uniti hanno rappresentato la grande discontinuità operativa e narrativa nell’azienda fondata da Ren Zhengfei nel 1987. Non a caso la stessa He Tingbo si è soffermata su questo nel discorso di Shanghai, descrivendo i suoi sentimenti iniziali di frustrazione, quando ha pensato anni fa che Huawei non avesse più vie d’uscita. Riferendosi all’impossibilità di accedere alle avanzate tecnologie americane e ai macchinari principali, ha detto che “non tutti i bambini nascono in una famiglia ricca e benestante”, ma che lavorando duro è comunque possibile trovare una strada per il futuro. Nonostante i limiti e grazie ai limiti.
Dentro la stessa narrazione dobbiamo leggere le dichiarazioni di Xu Zhijun, presidente a rotazione di Huawei (l’azienda ha questa modalità di espressione dei presidenti), il quale ha elogiato apertamente il ruolo delle sanzioni degli Stati Uniti come spinta per la crescita: “Se gli Stati Uniti non avessero spinto il nostro Paese, le nostre aziende e la nostra industria, non avremmo fatto nulla di simile. Siamo grati agli Stati Uniti per aver permesso alla filiera dei semiconduttori del nostro Paese di crescere davvero. Ora lo slancio è molto positivo e tutti lo riconoscono e lo sostengono”.
La storia di Huawei è anche la storia della Cina degli ultimi decenni, in cui la tecnologia e i simboli si intrecciano. Nel mio libro Le potenze del capitalismo politico, del 2020, ho citato le affermazioni di Yan Xuetong, non un esperto di telecomunicazioni ma uno dei più stimati accademici cinesi nel campo delle relazioni internazionali. Nel 2019 considerava Huawei “un simbolo del futuro nazionale della Cina” e tracciava un parallelo tra il destino dell’azienda e il più ampio progetto di rinascita di Xi Jinping: “Il popolo sa, il governo sa che, se Huawei non può sopravvivere, il Paese perderà la speranza della rinascita nazionale.”
“Siamo grati agli Stati Uniti per aver permesso alla filiera dei semiconduttori del nostro Paese di crescere davvero. Ora lo slancio è molto positivo e tutti lo riconoscono e lo sostengono”.
La migliore porta d’ingresso per comprendere tutte le sfaccettature che convergono sul discorso di He Tingbo a Shanghai e su queste ultime tracce è il libro House of Huawei della giornalista Eva Dou, tradotto meritoriamente in italiano, da Luiss University Press, col titolo I lupi di Shenzhen. Oltre che la storia di un’azienda decisiva, è anche una saga familiare e delle relazioni tra potere politico, economico e tecnologico sul piano cinese e nei rapporti di forza internazionali.
A dominare questa storia ci sono un uomo, Ren Zhengfei, e un luogo, Shenzhen.
All’inizio degli anni Ottanta, Shenzhen è una cittadina circondata da praterie. Eva Dou ricorda che, nel 1979, ci sono appena due telefoni pubblici. Tuttavia, nel maggio 1980, il governo designa Shenzhen come la prima Zona Economica Speciale, dove praticare un esperimento radicale di capitalismo con caratteristiche cinesi. In questo cantiere a cielo aperto, in cui il primo grattacielo avanza di un piano ogni tre giorni, l’ecosistema comincia a mutare. Nel cantiere di Shenzhen, l’ex ingegnere militare Ren Zhengfei fonda Huawei con un modesto capitale condiviso con cinque investitori. L’azienda opera inizialmente dal tetto di un malandato edificio residenziale.
Ren Zhengfei, nato nel 1944, attribuisce parte del successo di Huawei all’altruismo appreso dai suoi genitori durante gli anni di estrema povertà e delle gravi carestie in Cina – anche se in questo caso “altruismo” è un eufemismo. Ren ricorda come la sua famiglia, umiliata durante la Rivoluzione Culturale, sopravvivesse a stento, costretta a razionare severamente le scorte di cibo per sfamare tutte le nove persone del nucleo familiare.
Gli anni Novanta segnano un punto di svolta sia per l’ecosistema cinese che per Huawei. Dopo la repressione delle proteste di Piazza Tiananmen, che nel 1989 vedono marciare centomila persone anche per le strade di Shenzhen, la Cina affronta le sanzioni occidentali e un rallentamento dell’economia. Per sopravvivere e ottenere protezione politica e prestiti bancari, tra il 1991 e il 1992 Huawei decide di indossare il cosiddetto “cappello rosso”, registrandosi come impresa di proprietà collettiva. Inizia a operare con i suoi prodotti nel mercato delle telecomunicazioni cinese, che in quel periodo dipende interamente da fornitori stranieri come Ericsson, Fujitsu e Nortel. Nel giugno del 1994, Ren Zhengfei incontra a Shenzhen l’allora segretario generale del Partito, Jiang Zemin, ingegnere di formazione, forse il leader della storia comunista cinese con la maggiore propensione per lo sviluppo tecnologico.
Il Partito comprende quanto le telecomunicazioni siano un elemento essenziale della sovranità. L’azienda, da par suo, erige una cultura peculiare, forgiata sulla formazione militare e la mentalità di sopravvivenza di Ren Zhengfei. È la “cultura dei lupi” che dà il titolo alla traduzione italiana di House of Huawei. Ren esorta i suoi commerciali a comportarsi come un branco affamato, sottolineando che i lupi sono potenti perché possiedono un acuto senso dell’olfatto, sono aggressivi, attaccano sempre in gruppo sostituendosi a chi cade. Soprattutto, non temono il sacrificio pur di raggiungere la preda. È l’imperativo di una dedizione assoluta sul campo di battaglia commerciale, con venditori che lavorano in condizioni estreme, restano lontani dalla sede centrale anche per un anno intero e corteggiano i clienti con promesse aggressive, apparentemente assurde. In anni più recenti, l’azienda ha smesso di vantarsi di questa cultura a causa delle nuove leggi cinesi sul lavoro e del cambiamento generazionale nei valori tra i giovani dipendenti. Una peculiare cultura aziendale ha tuttavia continuato a essere coltivata, per esempio nell’accademia interna, che nei programmi formativi dal 2002 al 2010 ha incluso materie come l’etica protestante e lo spirito del capitalismo, lo studio delle Olimpiadi e della mitologia greca e, naturalmente, la rilettura dell’Arte della guerra.
La storia di Huawei subisce l’accelerazione decisiva nel nostro secolo, in corrispondenza delle grandi trasformazioni della Cina dopo l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. Incoraggiata da linee di credito massicce, come i dieci miliardi di dollari messi a disposizione dalla China Development Bank nel 2005, Huawei intraprende un’espansione internazionale significativa. Prima deve superare un momento difficile, generato soprattutto dalla causa sulla proprietà intellettuale intentata da Cisco nel 2003. In quello stesso anno, Ren Zhengfei pensa di vendere l’azienda, e si incontra su una spiaggia dell’isola di Hainan con Mike Zafirovski, dove si delinea una potenziale vendita per 7,5 miliardi di dollari. Quella passeggiata sulla spiaggia è un bivio storia delle telecomunicazioni. In pochi anni, Huawei umilia i suoi concorrenti occidentali, soprattutto i nordamericani, come la canadese Nortel. Dopo aver perso un cruciale contratto per l’aggiornamento della rete di British Telecom nell’aprile 2005 a favore di Huawei, Nortel esplora a lungo l’idea di una fusione con la rivale di Shenzhen. Incapace di eguagliare i prezzi estremamente bassi e competitivi offerti da Huawei, Nortel dichiara bancarotta nel 2009.
Nel mentre, crescono le preoccupazioni occidentali sui rapporti di Huawei con il sistema di sicurezza cinese. Un legame incarnato anche dalla misteriosa dirigente Sun Yafang, su cui Eva Dou si sofferma spesso. Sun Yufang, presidente dal 1999 al 2018, è stata a lungo al centro di speculazioni sui suoi rapporti col ministero della Sicurezza di Stato, l’enorme apparato di intelligence cinese, per cui ha ammesso di aver lavorato prima dell’ingresso nel gigante di Shenzhen. William Plummer, ex portavoce statunitense di Huawei, ha osservato: “Secondo i cinesi, non poteva subire alcuna influenza dal ministero per la Sicurezza dello Stato. Secondo gli americani, è stata formata e poi inserita in questa azienda come fonte dell’intelligence. Immagino che probabilmente ci sia un po’ di verità in entrambe le cose”.
A sua volta, Huawei stessa è un target dell’intelligence occidentale. Come si apprende dai documenti fatti trapelare da Snowden, la NSA si infiltra nei server di Huawei dal 2009 attraverso un programma segreto. Gli americani hackerano il sistema di posta elettronica aziendale leggendo le comunicazioni di Ren Zhengfei e Sun Yafang. Alcuni documenti della NSA spiegano l’importanza di ottenere informazioni attendibili sulle “intenzioni della leadership di Huawei e potenzialmente della Repubblica Popolare Cinese”.
“Altri concorrenti emergeranno, nella bufera della distruzione creatrice cinese. La storia dei lupi continua”.
Con l’arrivo al potere di Xi Jinping, l’ecosistema aziendale di Shenzhen si attrezza per fornire gli strumenti di controllo richiesti dal Partito comunista cinese. Nel 2015, il governo lancia un programma con l’obiettivo di coprire tutti gli spazi pubblici cinesi con telecamere entro il 2020. Huawei introduce le soluzioni Safe City e Smart City, combinando algoritmi di intelligenza artificiale, analisi dei big data e riconoscimento facciale. Questi sistemi sono venduti in oltre ottanta paesi, tra cui il Pakistan, dove nel 2016 è introdotto a Lahore un sistema capace di incrociare i video con documenti di identità, dati cellulari e monitoraggio dei social media. Il coinvolgimento di Huawei nell’apparato di sicurezza statale diviene evidente e controverso con l’intensificarsi della repressione nello Xinjiang. Nel 2016, Huawei è nominata partner strategico del Xinjiang per il cloud computing, e nel 2017 implementa a Ürümqi un database di riconoscimento facciale contenente cinquanta milioni di immagini. Nel 2018, il quotidiano francese Le Monde pubblica un’inchiesta dove rivela che i server del quartier generale dell’Unione Africana a Addis Abeba, un edificio donato dalla Cina, inviavano segretamente dati a Pechino ogni notte. Pochi mesi dopo, l’Australian Strategic Policy Institute conferma che l’infrastruttura informatica in questione era stata fornita interamente da Huawei, ma non emergono prove chiare dei legami tra i vertici dell’azienda e lo spionaggio.
Il gigante di Shenzhen uscirà definitivamente dal cono d’ombra degli esperti il primo dicembre 2018, durante la prima amministrazione Trump, quando la direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, figlia di Ren Zhengfei, fu arrestata all’aeroporto di Vancouver su richiesta degli Stati Uniti, con l’accusa di frode bancaria legata all’elusione delle sanzioni contro l’Iran attraverso una società di copertura chiamata Skycom, su cui era accusata ad aver mentito alla banca HSBC. L’arresto ha reso palese ciò che già facevano intuire il programma Made in China 2025 nel 2015 e la crescita inusitata dell’applicazione internazionale di vari strumenti di controllo degli investimenti e delle esportazioni: la tecnologia sarebbe divenuta il principale campo di battaglia tra Pechino e Washington.
Dieci giorni dopo l’arresto di Meng, la Cina risponde incarcerando due cittadini canadesi, accusandoli di spionaggio. La vicenda legale si conclude solo nel settembre 2021, quando Meng firma un accordo con i procuratori statunitensi e torna in Cina, in parallelo al rilascio dei due canadesi. Al suo ritorno in Cina, Meng viene accolta come un’eroina, simbolo della resistenza contro l’egemonia occidentale.
In quello stesso momento, Huawei lotta per sopravvivere. Subisce soprattutto le conseguenze di una forma di restrizioni che si può definire “territorialità extraterritoriale”, volta a separare i destini di Huawei da quelli di TSMC. Le norme architettate dai burocrati del Dipartimento del Commercio tra il 2019 e il 2020 si basano infatti sulla complessità della catena del valore dei semiconduttori, una delle caratteristiche più importanti del “potere invisibile” che domina il mondo. Il produttore (in questo caso TSMC, che realizzava i chip di Huawei) per operare nelle sue fabbriche deve utilizzare anche proprietà intellettuale statunitense (per esempio i macchinari di aziende come Applied Materials e Lam Research). In questo senso, il prodotto finale di Huawei è anche “statunitense”, e il suo processo di realizzazione può essere colpito dalle restrizioni.
Nel secondo trimestre del 2020, Huawei supera Apple e Samsung, diventando il venditore numero uno di smartphone al mondo. Viene interpretato come il canto del cigno: i chip di TSMC non arriveranno più e Huawei teme per la sua sopravvivenza. Solo che l’azienda non muore. Sa di dover rinunciare ai ricavi e ai margini degli smartphone ma difende la presenza nelle telecomunicazioni in Cina e investe in nuovi ambiti, dai software per le auto elettriche alle soluzioni per la logistica. L’economia cinese inaugura una fase contraddittoria: da un lato la voragine immobiliare e la debolezza della domanda, dall’altro lato la continua sorpresa di un settore tecnologico dopo l’altro, dalle batterie alle auto elettriche, dai droni alla robotica. E al centro di tutto ci sono sempre la capacità elettronica e la cultura della sopravvivenza.
Eva Dou racconta una vicenda paradigmatica, che riguarda il marchio di smartphone Honor, introdotto da Huawei nel 2011 e trasformato in un’entità indipendente nel 2013, con l’obiettivo di competere contro startup emergenti come Xiaomi (l’incredibile creatura di Lei Jun, nata nel 2010). Grazie a prezzi aggressivi e campagne di marketing virale, la linea Honor ha contribuito alla corsa di Huawei negli smartphone. Tuttavia, sempre per via delle sanzioni statunitensi, nel novembre 2020 Huawei rivela di aver venduto la divisione a un consorzio (partecipato, tra l’altro, dai veicoli pubblici di Shenzhen). Anche su questo, Ren Zhengfei rivendica una “logica dei lupi”: nel congedare la squadra di Honor in partenza dalla sua azienda, il fondatore li ha infatti esortati a diventare il più forte concorrente globale di Huawei, a superarla e persino a gridare “Abbasso Huawei” per motivarsi.
Nella sua nuova identità, Huawei è il grande integratore della filiera di semiconduttori in Cina e dei suoi segmenti, nel percorso che conduce fino al discorso di Shanghai di He Tingbo. Nel mentre, emergono nuove controversie. Nell’ottobre 2024, TSMC scopre che alcuni dei suoi chip avanzati sono finiti nei sistemi Ascend 910B di Huawei, impiegati per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale, nonostante l’interruzione delle forniture. Le indagini taiwanesi e statunitensi rivelano che un’azienda cinese, Xiamen Sophgo Technologies, ha effettuato ordini sospetti, che tra il 2023 e 2024, rappresentano circa l’1% del fatturato del gigante taiwanese. TSMC interrompe le consegne. Sophgo rilascia una dichiarazione formale per negare qualsiasi rapporto commerciale, diretto o indiretto, con Huawei, e per ribadire di non aver mai violato le leggi americane sul controllo delle esportazioni. La collaborazione tra Sophgo e TSMC si interrompe a partire dal 2025.
A febbraio 2025, nella Grande Sala del Popolo, Ren Zhengfei siede davanti a Xi Jinping. Nella riunione degli imprenditori e degli innovatori presieduta dal principe degli intellettuali del Partito comunista cinese, Wang Huning, all’anziano veterano della guerra tecnologica è concesso l’onore di rivolgersi al segretario generale del Partito e presidente della Commissione militare centrale, per spiegare gli avanzamenti dell’azienda. La strada compiuta dalla Cina è lunga. Molto ancora resta da fare.
Oggi Ren Zhengfei sa che la ferocia dei lupi riguarda anche la concorrenza interna del sistema cinese. Huawei è forse un conglomerato troppo grande, e forse in futuro dovrà perdere qualche pezzo. Altri concorrenti emergeranno, nella bufera della distruzione creatrice cinese. La storia dei lupi continua.