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Sofia Belardinelli
Preferiamo salvare gli uccelli tropicali o estrarre i metalli rari?

Preferiamo Salvare Gli Uccelli Tropicali O Estrarre I Metalli Rari?
natura politica

Brasile, Indonesia, Filippine ospitano la maggiore biodiversità del pianeta, ma allo stesso tempo sono i luoghi più ricchi di nichel, tra le risorse fondamentali per la transizione ecologica. Dovremo scegliere tra contrasto al cambiamento climatico e conservazione ambientale?

Per affrontare la crisi ambientale, la comunità internazionale si è data diversi obiettivi, individuati sulla base dei più aggiornati dati scientifici. Tra questi, due sono particolarmente impegnativi, per l’ampiezza e la complessità delle strategie da attuare: la mitigazione del cambiamento climatico e la tutela della biodiversità. Questi due grandi obiettivi apparentemente diversi sono in realtà intrinsecamente connessi. La crisi climatica è una delle cause scatenanti della crisi della biodiversità, e questa, a sua volta, accelera ulteriormente il surriscaldamento globale.

Non è raro che le soluzioni sviluppate per affrontare un problema finiscano per aggravare l’altro. Uno dei casi più eclatanti è il conflitto che si sta delineando tra la transizione energetica e la tutela della biodiversità. Le esigenze della transizione hanno portato allo sviluppo di tecnologie che impiegano metalli e altri composti minerali: è un mercato in forte crescita, e l’estrazione di queste sostanze si sta affermando come una delle più gravi minacce alla tutela della biodiversità.

Nell’elaborare strategie per queste due crisi, perciò, non si può ignorare la loro interconnessione. A lungo, le diverse comunità di esperti hanno lavorato separatamente: per esempio, il primo evento congiunto tra l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) e l’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, l’omologo dell’IPCC per la biodiversità) è stato organizzato solo nel 2021. Eppure l’IPCC esiste dal 1988, l’IPBES dal 2012. Questa divisione della comunità scientifica ha rallentato la diffusione della consapevolezza dell’interdipendenza tra la crisi climatica e quella ambientale: il risultato è che, oggi, i piani d’azione per contrastare l’una o l’altra viaggiano su binari paralleli, con conseguenze spesso disastrose.

Scrivendo sulla rivista Nature Ecology & Evolution, un gruppo di studiosi eterogeneo per provenienza disciplinare e geografica porta l’attenzione sul conflitto tra la crescente necessità di minerali per le tecnologie ‘verdi’ e le esigenze di tutela del mondo naturale. La transizione energetica sta procedendo rapidamente in tutto il mondo, e questo sta espandendo i mercati delle nuove tecnologie, molte delle quali richiedono materiali difficili da reperire. In particolare, l’accelerazione della transizione energetica ha fatto impennare la domanda globale di nichel, un materiale essenziale per la costruzione di batterie agli ioni di litio, elemento chiave per le energie rinnovabili, e per la produzione dell’acciaio inossidabile.

Negli ultimi anni le estrazioni in aree tropicali sono aumentate a vista d’occhio: basta seguire l’andamento della deforestazione in paesi come le Filippine, il Brasile e soprattutto l’Indonesia. Quest’ultima è oggi il primo produttore mondiale di nichel, e copre oltre la metà del fabbisogno globale. Al tempo stesso, la Convenzione sulla Diversità Biologica dell’ONU la riconosce come uno dei diciassette Paesi “megadiversi”

Nei giacimenti terrestri, il nichel si trova nei depositi di solfuri magmatici – grandi quantità di magma raffreddato accumulatesi nel sottosuolo – e soprattutto nei depositi di laterite, che si formano a seguito di un processo di alterazione chimica dei suoli dovuto all’azione degli agenti atmosferici. Questo fenomeno di formazione rocciosa, detto laterizzazione, avviene soprattutto nei climi equatoriali, dove si alternano periodi molto umidi e periodi di siccità. È per questo che i luoghi più ricchi di nichel sono le stesse regioni tropicali che ospitano la maggior parte della biodiversità del pianeta, e che per questo dovrebbero essere protette nel modo più rigoroso dalle attività umane.

Eppure, in risposta alla crescente richiesta di nichel, negli ultimi anni le estrazioni in aree tropicali sono aumentate a vista d’occhio: basta seguire l’andamento della deforestazione in paesi come le Filippine, il Brasile e soprattutto l’Indonesia. Quest’ultima è oggi il primo produttore mondiale di nichel, e copre oltre la metà del fabbisogno globale. Al tempo stesso, la Convenzione sulla Diversità Biologica dell’ONU la riconosce come uno dei diciassette Paesi “megadiversi”: ospita circa il 10% delle specie di piante fiorite (le angiosperme), il 12% dei mammiferi, il 16% dei rettili e il 17% degli uccelli. Insomma, una fetta rilevante della biodiversità globale è conservata in Indonesia (e negli altri Paesi megadiversi), proprio gli stessi luoghi che si stanno rivelando strategici per attuare la transizione energetica, almeno per come si è configurata in base alle spinte di mercato in questi anni.

I ricercatori hanno usato un modello per simulare scenari plausibili di andamento della richiesta di nichel da qui al 2050, ipotizzando, in base ai progetti esistenti e ai dati disponibili sui giacimenti, quali saranno le principali aree di estrazione nel prossimo futuro. I risultati sono stati poi confrontati con la distribuzione globale delle aree naturali protette. “Il nostro modello”, spiegano gli studiosi, “mostra un continuo aumento dell’estrazione di nichel da depositi tropicali, scenario in cui la produzione da laterite soddisferebbe tra il 75% e l’83% della domanda globale”. Inoltre, le proiezioni degli scienziati mostrano che, per soddisfare la domanda in costante aumento, circa metà della produzione di nichel tra il 2025 e il 2050 potrebbe provenire da miniere collocate nelle aree di maggiore priorità per la protezione della vita terrestre e per il sequestro del carbonio.

A completare il quadro c’è un altro dato: molte delle nuove miniere che potrebbero aprire nei prossimi anni si trovano anche vicino a zone ad alta priorità per la conservazione delle specie marine. Le attività di estrazione potrebbero danneggiare irrimediabilmente anche gli ecosistemi marini e d’acqua dolce – come già accade in Paesi come l’Indonesia e le Filippine, dove sfruttare i giacimenti è una necessità economica e le leggi per la protezione ambientale sono piuttosto lasche.

Si profila quindi una versione ambientale del “dilemma del carrello ferroviario” (il famoso trolley problem): da un lato, aumentare l’estrazione di nichel è imprescindibile per sostenere la transizione dalle fonti fossili alle energie pulite. Dall’altro, proseguire e incrementare lo sfruttamento dei giacimenti terrestri di questo materiale avrebbe un costo altissimo in termini di biodiversità, dato che alcuni degli ambienti più ricchi di biodiversità terrestre sarebbero degradati in modo irreversibile (il recupero degli ecosistemi, in particolare quelli fragili e complessi come le foreste pluviali, avviene nell’ordine di centinaia o migliaia di anni, una scala temporale ben diversa da quella umana).

Cambiamento climatico e crollo della biodiversità sembrano ancora una volta entrare in conflitto. E, ancora una volta, sembra impossibile trovare soluzioni che sappiano conciliare le necessità di queste due crisi. 

Il deep-sea mining non è altro che una nuova frontiera da scoprire, in cui la nostra ignoranza viene scambiata per vuoto oggettivo.

In anni recenti aveva attirato l’attenzione del mondo scientifico e del dibattito pubblico quella che pareva una soluzione perfetta, che avrebbe consentito di ottenere grandi quantità di nichel senza intaccare la biodiversità terrestre: i noduli polimetallici, concrezioni di minerali che si trovano sui fondali abissali. I promotori di questa soluzione – l’estrazione di minerali dai fondali oceanici, una pratica nota come deep-sea mining – sottolineano soltanto i benefici, sorvolando convenientemente sui rischi.

Si tratta di una modalità retorica che non suona nuova a un orecchio allenato ad ascoltare i ritornelli della storia occidentale: il deep-sea mining non è altro che una nuova frontiera da scoprire, in cui la nostra ignoranza (i fondali abissali sono tra gli ambienti meno conosciuti al mondo: sappiamo poco di cosa viva là sotto, di quali reti ecosistemiche li attraversino e delle loro interazioni con il resto dell’ambiente marino) viene scambiata per vuoto oggettivo, e diventa giustificazione per nuove forme di sfruttamento. Ma, di pari passo con l’entusiasmo per questa nuova frontiera di estrazione e sfruttamento dell’ambiente naturale, si sono alzate molte voci contrarie, che sottolineano i potenziali rischi di queste pratiche.

Nel 2025, dopo che la ISA (International Seabed Authority) aveva firmato ben 31 contratti con 21 aziende per l’esplorazione dei noduli polimetallici, la Deep Sea Conservation Coalition (un’organizzazione fondata nel 2004) ha lanciato la proposta di una moratoria (cioè una sospensione ufficiale) di queste attività, argomentando che prima di autorizzare esplorazioni e trivellazioni nelle acque profonde, l’ISA dovrebbe raccogliere più dati e vagliare con attenzione e con un approccio precauzionale i rischi, molti dei quali sono considerati “inaccettabili”. La proposta è attualmente supportata da 40 Paesi.

Gli autori dell’articolo riconoscono che il deep sea mining non può rappresentare una strategia risolutiva: non soltanto per via della sua problematicità, ma anche perché, in base alle attuali possibilità tecniche di sfruttamento di questi giacimenti, contribuirebbe a coprire non più del 21-28% del fabbisogno globale di nichel. Questo “non garantirebbe una generale riduzione degli impatti sulla terraferma”, dal momento che le aziende responsabili delle miniere potrebbero ancora disattendere i loro obblighi di limitazione dell’inquinamento e di riabilitazione dell’area dopo la chiusura delle miniere stesse. Eppure, gli studiosi mettono in guardia anche dai rischi che la moratoria porterebbe con sé: “Ritardare lo sfruttamento delle risorse nelle acque profonde aumentando al tempo stesso la produzione terrestre potrebbe avere conseguenze indesiderate sulla biodiversità e sulla decarbonizzazione”.

Dare priorità alla costruzione di miniere in aree dove non è necessaria una protezione integrale della biodiversità, investire nella mitigazione dei rischi soprattutto nelle aree ad alta priorità di conservazione, e calcolare attentamente i potenziali effetti a cascata di ogni decisione e azione

Questo peculiare trolley problem ambientale sembra farsi sempre più complicato. Come uscire dall’impasse? La risposta, secondo gli autori della ricerca, consiste nell’iniziare a pianificare queste strategie in modo integrato, tenendo conto di tutti gli elementi in gioco: contrasto al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità (terrestre e marina) e tutela delle popolazioni più fragili, che in alcuni Paesi dipendono direttamente dalle miniere di nichel come fonte primaria di sostentamento, ma al tempo stesso sono avvelenate dai loro scarti.

Nella pratica, questo significa dare priorità alla costruzione di miniere in aree dove non è necessaria una protezione integrale della biodiversità, investire nella mitigazione dei rischi soprattutto nelle aree ad alta priorità di conservazione, e calcolare attentamente i potenziali effetti a cascata di ogni decisione e azione. Ma significa anche esplorare soluzioni più drastiche: cercare di limitare o ridurre il fabbisogno globale di nichel attraverso un design più efficiente, la sostituzione con altre sostanze e politiche più decise per il recupero e il riciclo della materia prima.

Si tratta, come sottolineato nel primo (e finora unico) workshop congiunto tenuto da esperti di IPBES e IPCC, di concentrarsi su soluzioni che stiano all’interfaccia tra clima, biodiversità e società. Nello specifico, si tratta di rendere l’estrazione del nichel – così come degli altri metalli e delle terre rare necessarie alla transizione energetica – più sostenibile e più equa. In poche parole, sostenibile sul piano ecologico e sociale.

Sofia Belardinelli

Sofia Belardinelli è una ricercatrice postdoc al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria (DEIB) del Politecnico di Milano. Lavora nell’ambito del Progetto PHOENIX, all’interno del quale analizza gli aspetti etici ed epistemologici dell’accettabilità dell’uso dei modelli non animali nella ricerca biomedica.
Dopo aver completato un dottorato in filosofia (etica ambientale) all’università di Napoli “Federico II”, ha lavorato come ricercatrice postdoc per il National Biodiversity Future Center all’università di Padova.
Accanto all’attività di ricerca, Sofia lavora come giornalista scientifica e ambientale per diverse testate. Scrive soprattutto di crisi ambientale, occupandosi in particolare di biodiversità, e di sostenibilità.

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